I disabili e il primo Olocausto nazista

Tra i motivi che celarono per quasi cinquant’anni lo sterminio di centinaia di migliaia di persone con disabilità durante il regime nazista – il primo vero Olocausto, sorta di “prova generale” per quelli successivi – vi fu probabilmente anche il fatto che se ne rese protagonista gran parte della società civile, con medici e infermieri a infliggere la morte, giuristi e avvocati a legittimarla, inservienti e operai a far pure la loro parte

Locandina del film "Io accuso", Germania, 1941

La locandina di “Io accuso” (“Jch klage an”), film tedesco di propaganda del 1941, diretto da Wolfgang Liebeneiner, in cui una giovane donna, moglie di un brillante medico e scienziato, si ammala di sclerosi multipla e chiede che le sia data la morte prima che il decorrere della malattia la renda completamente “paralizzata e ritardata”

Tutto cominciò da quelle parole: «Vite indegne di essere vissute». L’Olocausto nasce da lì. Lo sterminio che ha sconvolto il Novecento europeo parte da quella parola, “indegne”.
Ernst aveva 14 anni, veniva dalla comunità Rom, era in un ospedale psichiatrico. Un giorno regalò a un infermiere che gli era simpatico una foto con la dedica “In memoria”: «Tanto io non vivo a lungo. Spero che quando muoio ci sia tu, così mi metti bene nella bara». Il giorno dopo lo avevano ucciso. Quell’infermiere non c’era.
Hurbinek dimostrava tre anni, era paralizzato dalle reni in giu. Solo Henke, 15 anni, sapeva capirlo, stargli vicino, dargli da mangiare, pulirlo. Un giorno Henke annunciò: «Hurbinek ha detto una parola». Non si capiva bene quale, ma aveva parlato. Quella parola rimase segreta. Morì «ai primi di marzo, libero ma non redento. Nulla resta di lui», solo le parole del racconto di Primo Levi, altrimenti nessuno, proprio nessuno saprebbe di Hurbinek, che forse «aveva tre anni, e forse era nato ad Auschwitz e non aveva mai visto un albero».

Le vite non degne della vita. Quelle di Ernst e di Hurbinek. Perché, come sempre, bisogna dare un volto e un nome e una storia, altrimenti la Storia rimane solo numeri e dati e documenti.
Il Giorno della Memoria del 27 gennaio, nel ricordo della Shoah, ci parla delle persone. Una per una. A contarle, milioni. La follia nazista è partita dalla “vite indegne”: le persone con disabilità sono state le prime sulle quali è stato sperimentato l’orrore, a morire in massa, rinchiusi in una stanza con quel gas che entrava nel loro corpo, ma prima ancora uccisi con iniezioni. Non solo persone con disabilità intellettiva e malati psichici, ma anche disabili fisici e con malattie genetiche.
L’idea del gas nacque per loro e fu poi adottata nei lager. Decine di migliaia, fra il ’39 e il ’41. Se ne contano oltre 70.000, fra cui 5.000 bambini, ai quali se ne devono aggiungere almeno altri 250.000 dopo quella data, ma le cifre possono essere solo per difetto. Prima di ebrei, uomini e donne delle comunità Rom e omosessuali, oppositori politici. Prima di tutti, coloro che erano considerati un “peso sociale”, i disabili.
Per approfondire, ci si può riferire al sito Olokaustos o a questo stesso giornale, partendo da quanto pubblicato ieri, con un approfondimento di Silvia Cutrera, presidente dell’AVI di Roma (Agenzia per la Vita Indipendente).

«Ausmerzen ha un suono dolce e un’origine popolare. È una parola di pastori, sa di terra, ne senti l’odore. Ha un suono dolce, ma significa qualcosa di duro, che va fatto a marzo. Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia, vanno soppressi».
Marco Paolini, con il suo monologo Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute, trasmesso due anni fa da La7, è stato capace di porre all’attenzione di milioni di persone l’Olocausto dimenticato dei disabili. Quello che ha fatto lui in quelle poche decine di minuti di racconto dell’orrore non lo hanno fatto anni di storiografia, dibattiti e convegni. Quel monologo (ora riproposto intelligentemente da Einaudi in un cofanetto con DVD, con contenuti extra e un libro con lettere e storie, curati dal fratello Mario, andrebbe adottato nelle scuole.
Prima la sterilizzazione, già dal 1933, che non cominciò certo in Germania: Danimarca, Svezia, Finlandia e Norvegia erano infatti state le tristi avanguardie, con leggi non diverse da quella tedesca, dove furono sterilizzate quasi 400.000 persone a partire dal ’34. Poi, nel ’39, è Hitler stesso, con una lettera, ad autorizzare i medici «a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio»: l’inizio della fine. Parte l’Aktion T4, l’operazione di eutanasia forzata che prende il nome da Tiergartenstrasse 4, l’indirizzo di Berlino sede dell’apparato organizzativo, in un villino espropriato a una famiglia ebrea, e poi, dopo il ’41, l’Aktion 14F13, ancora più selvaggia e segreta. Sconvolgente perché non coinvolge le SS, la Gestapo, i militari feroci che sono nell’immaginario collettivo nazista. No. Ci sono medici e infermieri a infliggere la morte e pene immani, giuristi e avvocati a giustificarla, inservienti e operai a fare la loro parte. Centinaia, probabilmente ancor più. Ecco un altro motivo del silenzio, durato fino agli Anni Novanta.
Era cioè parte della società civile a essere protagonista del primo Olocausto nazista. La fine degli Anni Venti è stato uno dei periodi più difficili dal punto di vista economico e fu gioco facile far leva anche sui costi sociali delle persone con disabilità o malattie gravi.
La propaganda di regime lavorò in questa direzione: nelle scuole (giravano problemi tipo questo: «Un malato di mente costa circa 4 marchi al giorno, un invalido 5,5 marchi, un delinquente 3,5 marchi. In molti casi un funzionario pubblico guadagna al giorno 4 marchi, un impiegato appena 3,5 marchi, un operaio… a) rappresenta graficamente queste cifre…»), con manifesti (celebre uno dove un operaio portava sulle spalle il peso di persone disabili) e con informazioni martellanti sui costi sociali delle persone con disabilità, attraverso film (l’ultimo è addirittura del ’41, poco prima di porre fine alla parte “pubblica” di Aktion T4: Io accuso, dove una donna con sclerosi multipla chiede al marito di ucciderla prima di soffrire troppo e lui viene poi assolto nel processo).

Ancora squarci che fanno pensare. La Aktion T4 – che continuò però, come già detto, in maniera ancor più brutale nei lager e nei luoghi che dovevano essere di cura -, si concluse probabilmente per la nascente opposizione pubblica, anche da parte della Chiesa Cattolica e di quella Protestante, per la risonanza che ebbero gli omicidi di massa: a centinaia di famiglie arrivavano lettere con certificati di morte per motivi fasulli, spesso uguali e negli stessi giorni, autobus trasportavano persone che scomparivano dopo che si innalzava il fumo dai forni crematori.
Viene da chiedersi allora: se fosse successo anche in seguito, per le deportazioni di massa e lo sterminio della popolazione ebrea, di persone omosessuali o della comunità Rom, sarebbe magari cambiato qualcosa?
Hurbinek che ha solo il nome ed Ernst Lossa, al quale è dedicato il Museo del Giocattolo di Napoli, sono immensi testimoni delle nostre paure verso la disabilità e le diversità, che a volte purtroppo tornano. A questo serve la memoria, a farci diventare migliori.

Il presente articolo viene qui riproposto, con alcuni riadattamenti al contesto, da InVisibili, blog del «Corriere della Sera», per gentile concessione. Il titolo del pezzo originale è “Vite non degne della vita. L’Olocausto nasce per i disabili”.

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