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Un premio al cinema italiano che racconta la disabilità

Una scena dal film "L'estate di Giacomo"

Una scena dal film “L’estate di Giacomo” di Alessandro Comodin

Questa estate, nelle nostre sale cinematografiche, è sbucato L’estate di Giacomo, un titolo insolito che – “complice” la scarsa offerta di film in tempi di spiaggia e vacanze, e quindi la scarsa concorrenza, e “complici” anche le rassegne estive che danno spazio a film meno noti – ha avuto un riscontro superiore alle aspettative. Non perché non meritasse di essere visto e apprezzato, ma perché si tratta di un film-documentario dove c’è poca azione e dove quindi allo spettatore è dato emozionarsi più attraverso la contemplazione che le scariche di adrenalina. D’altronde, che si trattasse di un film capace di conquistare lo spettatore era da sospettarlo fin da prima della sua uscita, per l’ottima accoglienza avuta da parte della critica e soprattutto per il prestigioso premio ritirato al Festival di Locarno 2011, il Pardo d’Oro Cineasti del Presente.
La regia è tutta italiana, del giovane friulano Alessandro Comodin, e la storia tocca il tema della disabilità, in particolare della sordità. Comodin non la affronta sviscerandola, non mostra le difficoltà di ogni giorno, i successi, i limiti, il supporto della comunità e della sanità e le carenze, l’inclusione sociale, le barriere, l’emarginazione, eccetera. Semplicemente, come accade per tutto il resto di ciò che si vede nel lungometraggio, la sordità viene mostrata così com’è. Come in un documentario. Ed è in effetti proprio una sorta di documentario il film, che “documenta” un pomeriggio in natura di Giacomo, ragazzo sordo, insieme a un’amica.
Le cose sono andate così: Comodin, colpito dalla scelta di un conoscente diciottenne – il fratello del suo migliore amico della gioventù – di operarsi per recuperare l’udito, decide di filmarlo, convinto di registrare un passaggio iniziatico, un’avventura di trasformazione fisica e interiore. Gira per due anni, entra nella quotidianità del giovane ragazzo, ne spia gli stati d’animo, le relazioni, le gioie, le difficoltà. Infine, si chiude in sala di montaggio. E ne esce, sorprendendo probabilmente i collaboratori, ma anche prima di tutto se stesso, con in mano un’ora e mezza di documento su un unico pomeriggio estivo. Il resto è stato tutto scartato.

Cos’è successo?
«Volevo raccontare la storia di un ragazzo che diventa grande. La sordità è una delle particolarità della storia di Giacomo. All’inizio dei lavori pensavo fosse centrale. Ma poi, due anni dopo, guardando le immagini prima di montare, mi sono accorto che le cose più straordinarie accadevano proprio durante l’estate. Invece, le situazioni che sulla carta sembravano le più forti si sono mostrate deboli cinematograficamente. Il cinema nella sua essenza è potente perché fissa per sempre dei dettagli che a noi sfuggono. Tutto è documentario in qualche modo perché si filmano degli esseri umani e il rapporto che ci lega ad essi. La finzione è un dispositivo, un sistema che ci può permettere di arrivare a quel rapporto. Certo, nella realtà le riprese non sono ovviamente durate solo un unico pomeriggio. Il cinema, documentario o no, è sempre cinema».

In che modo racconti la disabilità nel tuo film? Cosa rappresenta?

«La disabilità la filmo nella sua normalità. Filmo Giacomo per come lo vedo senza pensare che è disabile».

La tua esperienza ti ha messo a stretto contatto con Giacomo nella sua quotidianità per un periodo lungo: in cosa consisteva la sua disabilità prima dell’operazione? Oggi nella vita sociale la disabilità come e quando emerge?
«La sua disabilità prima e dopo l’operazione rimane comunque importante. L’operazione gli ha dato uno strumento in più. Quando è nudo comunque Giacomo rimane sordo. Col tempo, e anche grazie all’operazione, ha imparato a conoscersi, ad accettarsi e a cavarsela nella vita. Ora lavora, esce ed è indipendente come un ragazzo della sua età. Prima dell’operazione era forse più legato alla famiglia e aveva molte più paure. L’operazione lo ha fatto crescere molto».

Alessandro Comodin

Il giovane regista friulano Alessandro Comodin

Hai scelto di raccontare una storia attraverso i sensi, mettendo a protagonista un ragazzo mancante di uno. Cosa sono i sensi e cosa vuol dire non poter usufruire di uno o più?
«I sensi sono quegli strumenti del corpo che ci mettono in relazione con il mondo e con gli altri. Ci mettono in relazione fisicamente con gli altri, da un punto di vista quasi “animale”. È importante non dimenticare che siamo degli esseri sensibili e non solo intelligibili. Non poter usufruire di uno o più sensi rende la persona un essere “strano”, che ha una visione del mondo non uniformata agli altri. Per poter vedere il mondo da un punto di vista originale ci deve mancare qualcosa. Io mi sono sempre identificato con Giacomo, anche a me è sempre mancato qualcosa, e ne ho sempre sofferto. Tutto il mio lavoro è stato di fare di questa mancanza un punto di forza».

Hai girato nei luoghi di natura della tua infanzia in Friuli. Che rapporto hai avuto con le Istituzioni locali?
«Non abbiamo chiesto l’autorizzazione. Nessuno ci ha mai visto girare, tanto eravamo leggeri: quattro nella troupe più i due personaggi. Da fuori dovevamo sembrare sei amici che si divertivano assieme».

Presentando il film hai detto che le cose non si vedono mai per la prima volta. Cosa vuol dire e come questo emerge nella tua opera?
«È come se avessi visto i luoghi di natura del Friuli, quelli in cui sono cresciuto, solo ora. Il fiume, il vento fanno eco a situazione che ho vissuto, ma è come se esistessero veramente solo ora che le ho ri-vissute, per la prima volta grazie a Giacomo e per la seconda volta, perché grazie a Giacomo ho potuto ricordarmele meglio».