Caregiver nell’età della pietra?

Oggi i cosiddetti “bioarcheologi della sanità” non si limitano a ricostruire la storia clinica degli uomini primitivi, ma cercano di capire come le persone di allora, malate o disabili, fossero accudite dalla comunità. E le scoperte più recenti conducono a suggestioni assai interessanti, che fanno pensare a senso di protezione, tolleranza, stima di sé e forza di volontà

Grotta del Romito

Un’immagine della Grotta del Romito, a Papasidero, in Calabria, scoperta nel 1961

“Romito 8” era forte e robusto, con un fisico ideale per sopravvivere, dodicimila anni fa, quando gli uomini si procuravano il cibo cacciando gli animali e raccogliendo i frutti della terra. Era il Paleolitico. A vent’anni, però, subisce un trauma: probabilmente una caduta dall’alto che lo fa atterrare sui talloni e gli provoca uno schiacciamento delle vertebre, un torcicollo, una lesione del plesso brachiale e una paralisi delle braccia. Non può più andare in cerca di cibo, ma sopravvive: trova qualcuno che lo accudisce e gli procura persino un’occupazione.
«Le ossa delle gambe – spiega Fabio Martini, archeologo all’Università di Firenze – raccontano che rimaneva a lungo accovacciato, mentre i suoi denti, l’unica cosa sana e forte che gli era rimasta, mostrano segni di usura fino alla radice e questo fa pensare che li abbia usati per un lavoro: per masticare materiale duro come legno tenero oppure canniccio che altri, si può ipotizzare, avrebbero utilizzato per costruire manufatti come cestini o stuoie. Quelle lesioni non trovano nessun’altra giustificazione».

La grotta
Il caso di “Romito 8” è la dimostrazione che anche gli uomini preistorici si prendevano cura di malati e disabili ed è l’unico, finora noto, che dimostra come un individuo, incapace di provvedere a se stesso, possa rendersi utile alla comunità e ripaghi con il suo lavoro chi lo aiuta a sopravvivere.
“Romito 8” è uno dei nove individui ritrovati nella Grotta del Romito, nel Comune calabrese di Papasidero (Cosenza), all’interno del Parco del Pollino. La scoperta risale al 1961, ma gli studi sui reperti continuano ancora oggi (le indagini sul “Romito 8” verranno pubblicate quest’anno su una rivista scientifica specializzata) e sono coordinati da Fabio Martini, con la collaborazione di due antropologi, Pierfranco Fabbri dell’Università di Lecce e Francesco Mallegni dell’Università di Pisa, che hanno misurato, radiografato e sottoposto le ossa alle più moderne indagini scientifiche, tomografie computerizzate e analisi del DNA comprese.

Ossa preziose
Le ossa possono raccontare molto sulla salute dei nostri antenati: possono indicare l’età e il sesso di una persona, le malattie di cui ha sofferto, o almeno di alcune, i lavori che ha svolto (perché lo stress muscolare lascia segni sullo scheletro), l’alimentazione che ha seguito. E anche qualcosa di più. La storia di “Romito 2” lo dimostra: questo individuo, infatti, soffriva di una grave patologia congenita, una forma di nanismo chiamata displasia acromesomelica (il primo caso riconosciuto nella storia umana); era alto un metro e dieci e aveva gli arti molto corti; non era in grado di cacciare, ma nonostante questo è sopravvissuto fino a vent’ anni, assistito dalla sua comunità.
«Il “Romito 2” è stato sepolto con una donna della stessa età in una posizione particolare – continua Fabio Martini – perché l’uomo appoggia la testa sulla spalla della donna. Questo è inusuale, dal momento che, nelle sepolture doppie, i cadaveri sono semplicemente avvicinati. Se questa specie di abbraccio abbia un significato protettivo nei confronti di chi è disabile è difficile dire, ma certamente la suggestione è da prendere in considerazione».

Ossa ritrovate nella Grotta del Romito

Il reperto “Romito 2”, scheletro appartenente a una persona affetta da una grave patologia congenita, è stato trovato sepolto con una donna della stessa età in una posizione particolare, tanto da far pensare a un significato di protezione

Bioarcheologia della sanità
Oggi gli archeologi non si limitano, dunque, a ricostruire la storia clinica degli uomini primitivi, ma cercano di capire come i malati o i disabili fossero accuditi dalla comunità e di risalire, attraverso queste osservazioni, anche ai modelli culturali della società: è la bioarcheologia della sanità (o delle cure sanitarie), come la definiscono Lorna Tilley e Marc Oxhenam dell’Australian National University di Canberra, in un recente articolo pubblicato dall’«International Journal of Paleopatology». Qui i due Autori propongono una metodologia, in quattro fasi, per studiare gli scheletri di individui malati o disabili: la prima punta a formulare la diagnosi clinica, la seconda a descrivere il significato che la malattia o la disabilità assumono nel contesto culturale della società di appartenenza, la terza a individuare il tipo di assistenza che potevano richiedere. Ad esempio, per una persona paralizzata, è indispensabile un’assistenza di tipo infermieristico, mentre le condizioni del “Romito 2” presupponevano soltanto tolleranza da parte della comunità e un aiuto generico.

Ipotesi sulle culture preistoriche
Il quarto stadio è quello dell’interpretazione: tentare, cioè, con gli elementi raccolti, di formulare ipotesi sulle culture preistoriche. I ricercatori hanno applicato questo metodo a Man Bac Burial 9 o “M9”, uno scheletro rinvenuto nella provincia di Ninh Binh, a un centinaio di chilometri da Hanoi nel nord del Vietnam, in un cimitero del Neolitico.
“M9” era un uomo di 20-30 anni e il suo scheletro, ritrovato in posizione fetale, mostrava un’atrofia delle braccia e delle gambe, un’anchilosi di tutte le vertebre cervicali e delle prime tre vertebre toraciche, nonché una degenerazione dell’articolazione temporo-mandibolare.
Gli studiosi australiani, dopo un’attenta analisi delle ossa, hanno formulato la loro diagnosi: sindrome di Klippel Feil di tipo III, e hanno ipotizzato che la paralisi degli arti (nel migliore dei casi una paraplegia, nel peggiore una tetraplegia) fosse sopravvenuta quando era adolescente e che “M9” fosse sopravvissuto in queste condizioni per altri dieci anni.

Le cure
I due studiosi sono così arrivati alla conclusione che gli individui della sua comunità, prevalentemente cacciatori e pescatori, capaci di allevare a malapena qualche maiale addomesticato, ma incapaci di usare il metallo, spendessero del tempo per prendersi cura di lui e soddisfacessero tutti i suoi bisogni, da quelli più semplici, come il mangiare, il vestirsi, il muoversi, a quelli più complessi come il mantenimento dell’igiene personale o la somministrazione di vere e proprie cure.
«La bioarcheologia della salute – ha scritto nel suo lavoro Tilley – è in grado di fornire informazioni sulla vita dei nostri antenati. Il caso del giovane vietnamita non solo dimostra che la società in cui viveva era tollerante e disponibile, ma che lui stesso aveva una certa stima di sé e una grande forza di volontà. Senza questo non avrebbe potuto sopravvivere».

Il presente testo è apparso in «Corriere della Sera.it – Salute» il 12 febbraio 2013, con il titolo “Gli uomini dell’età della pietra si prendevano cura dei disabili” e viene qui ripreso, per gentile concessione dell’Autrice e della testata.

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