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Per una nuova pastorale della disabilità

Domenica delle Palme, 2013. Papa Francesco saluta una persona con disabilità

Papa Francesco saluta una persona con disabilità, nella Domenica delle Palme

Un Papa inatteso, dai gesti forti, simbolici, esibiti con semplicità e allegria, ci ha stupito, sin dai primi giorni, anche per l’inclusione costante della disabilità nel suo raggio di azione.
In questi giorni cruciali per il cattolicesimo, quelli della Pasqua, da laico credente ma non praticante, mi permetto di sottolineare, con il massimo rispetto per chi ogni giorno manifesta concretamente la coerenza del proprio credo, alcune questioni aperte, rispetto al ruolo delle persone con disabilità.

Papa Francesco è sceso dalla sua auto, nel lungo giro in piazza San Pietro, per abbracciare una persona sdraiata su una specie di barella, che proveniva dalle Marche. Un momento intenso, che ha fatto immediatamente il giro del mondo, sia per la naturalezza del gesto affettuoso, sia per la reazione gioiosa di tutti coloro che facevano corona a Cesare Cicconi, un gruppo dell’Unitalsi, ossia dell’associazione che in tutta Italia organizza i viaggi ai santuari, e in particolare a Lourdes.
La Domenica delle Palme – come si vede dalla foto qui a fianco pubblicata – vi è stato poi un analogo gesto di solidarietà e di vicinanza con un altro fedele in sedia a rotelle e nel giorno dell’incontro con la stampa mondiale – come avevamo sottolineato su queste stesse pagine -, tutti erano rimasti sorpresi dalla benedizione impartita al cane guida di un giornalista della RAI non vedente, in Sala Nervi. Possiamo dunque tranquillamente ipotizzare che non ci sia una semplice casualità, ma anzi, una deliberata sottolineatura di questo tema, sin dai primi giorni di pontificato. Un Papa, del resto, che dichiara di voler costruire ponti, vero pontifex, e dunque mai come in questo caso coerente con un obiettivo difficile da perseguire senza rischiare di rimanere nel campo della semplice, seppure lodevole, solidarietà e compassione.

Che cosa voleva dirci con quei gesti Papa Francesco? Si tratta solo di un’attenzione agli “ultimi”, inserendo fra questi anche le persone con disabilità? A me piace pensare che si possa invece aprire una stagione di fertile riflessione, per credenti e per laici, sul tema delle modalità di attenzione al mondo delle persone “invisibili”.
Lo dico con assoluta convinzione: la Chiesa e le organizzazioni nate al suo interno hanno rappresentato spesso, in passato, quasi l’unica risposta solidale e compassionevole alle situazioni più disperate e gravi nel mondo della disabilità. Certo, scegliendo spesso la strada dell’istituzionalizzazione e della separazione (massimamente rappresentata dal Cottolengo), ma anche svolgendo un ruolo di supplenza, o comunque di vera sussidiarietà rispetto allo Stato e alle Istituzioni Pubbliche.
Per molte famiglie, e per tantissime persone con disabilità, la comunità che vive attorno alla parrocchia, alla Chiesa, è quasi l’unica rete di solidarietà, di amicizia, di premura umana, di aiuto concreto per non sentirsi soli, abbandonati, privi di tutto. Sarebbe scellerato e ingiusto non rendersi conto di questo patrimonio, che si declina in realtà in mille forme differenti, più o meno moderne a seconda del territorio, del contesto, del ruolo delle persone e delle associazioni di riferimento. Nel campo dell’istruzione, del lavoro, della vacanza, molto spesso sono le organizzazioni religiose a farsi carico anche delle persone con disabilità, fisica, sensoriale o intellettiva.

C’è però un problema da affrontare con forza. La mia impressione è che tutto questo avvenga, molto spesso, senza puntare con altrettanta decisione in direzione dell’autonomia personale, del miglioramento individuale delle condizioni di vita, della valorizzazione dei desideri, dei diritti, e non solo dei bisogni più evidenti.
Rileggere una “pastorale” della disabilità, alla luce dei principi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (in larga parte condivisa e quasi scritta anche dai rappresentanti della Città del Vaticano, e non approvata solo per la presenza, fra le norme, di alcune frasi interpretate in senso abortista), penso possa essere una grande carta da giocare, adesso, da parte di un Papa che ha scelto il nome di Francesco.
Nel corso dei secoli, va detto, la posizione della Chiesa rispetto all’handicap è decisamente cambiata, ma nel linguaggio, nei gesti, nelle azioni collettive, resta sempre una sottolineatura forse eccessiva del ruolo salvifico della sofferenza, dell’importanza della Croce, della malattia. Le persone con disabilità, invece, non sono “malati”, lo ripetiamo continuamente anche da queste pagine. Sono “persone”, e la disabilità dipende non solo dal deficit personale, ma anche dal contesto, dall’ambiente, dalle barriere, dalle relazioni sociali, dalla vera inclusione.

Un viaggio a Lourdes, per dire, è sicuramente un’esperienza importante per chiunque, e dunque può essere apprezzabile questo impegno delle organizzazioni cattoliche. Ma non c’è solo Lourdes. Il miracolo, a volte, è quello di costruire una vita degna di essere vissuta, anche quando sembra più difficile, mettendo la persona in grado di decidere liberamente, senza condizionamenti di alcun genere, quale percorso compiere per la propria emancipazione dall’handicap.
Papa Francesco, se vorrà, potrà anche in questo senso rappresentare un forte cambiamento, contribuendo ad avvicinare e a costruire ponti. Senza barriere.

Direttore responsabile di Superando.it. Il presente testo appare anche in InVisibili, blog del «Corriere della Sera», con il titolo “I gesti di Papa Francesco e una nuova pastorale sulla disabilità” e viene qui proposto – con lievi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.