Eroi fragili, che vivono nell’attesa

Sono i protagonisti di due film – l’americano “Paradiso amaro” di Alexander Payne e l’italiano “Lo spazio bianco” di Francesca Comencini – che vivono situazioni assai diverse tra di loro, accomunate però da una cifra stilistica legata agli sguardi e ai silenzi, e appunto da un’attesa che li costringe a vivere e a pensare in modo nuovo, a re-inventarsi letteralmente

George Clooney in una scena del film "Paradiso amaro"

George Clooney in una scena di “Paradiso amaro”

Lo sguardo e il silenzio: tesi come corde per ascoltare macigni. I macigni sono le parole di un dottore che annunciano che una vita si deve interrompere, è solo questione di tempo, di decidere quando “staccare la spina”. Oppure parole che sottintendono la totale incertezza di ciò che avverrà, forse la vita ce la farà a sbocciare, se il respiro fluirà autonomamente quando si “staccherà la spina”.

Gli sguardi e i silenzi sono le cifre stilistiche di Paradiso amaro, film di Alexander Payne (USA 2011), Oscar nel 2012 come migliore sceneggiatura non originale, tratto dal romanzo Eredi di un mondo sbagliato” di Kaui Hart Hemmings e de Lo spazio bianco, diretto da Francesca Comencini (Italia 2008), tratto dall’omonimo romanzo di Valeria Parrella.
In Paradiso amaro, George Clooney è Matt, ha due figlie e una moglie in coma dopo un incidente nautico. Nello Spazio bianco, invece, Margherita Buy è Maria, donna single, abbandonata dal suo uomo appena rimasta incinta, che partorisce al sesto mese una minuscola bambina, Irene. L’Attesa con-tiene gli sguardi e i silenzi, diventa la loro compagna per mesi, riempie le loro solitudini, li snerva, li consuma, li trasforma, li costringe a vivere e a pensare in modo nuovo, a re-inventarsi, li cambia. I primi piani della macchina da presa sono insistiti, necessari e funzionali ad esprimere la pena, il dolore, e appunto l’attesa.

Il film americano è una commedia raccontata con toni ironici accesi, nella quale la tragedia è stemperata da beghe familiari, dalla scoperta che Matt era stato tradito e che stava per essere lasciato dalla moglie innamorata di un altro (poco prima dell’incidente), da due figure filiali femminili esilaranti con il loro linguaggio sconcio, che il padre (prima assente) impara a conoscere.
Il film italiano è invece una tragedia senza leggerezza, che procede per rarefazione di parole, stile asciutto e sobrio, con una linea narrativa che scorre fra passato e presente. I dialoghi di Maria col collega/amico Fabrizio (fondamentale sostegno morale e psicologico) sono densi di senso, di intensa sofferenza, di sincera incredulità, ad esempio quando ella gli confessa che per lei, se Irene vivesse o morisse, sarebbe uguale.
Il paesaggio hawaiano è il “paradiso” del titolo, meraviglia della natura, contorno vivo attorno a Matt, anzi parte della sua esistenza: è ricco da generazioni, ne possiede una fetta importante. Mentre infatti comunica agli amici più stretti che è ora di porgere l’estremo saluto alla moglie, la sua immensa schiera di parenti deve decidere se e a chi vendere l’immenso patrimonio.
Maria è immersa nello “spazio bianco”, quello dell’ospedale fatto di tende e camici, di stanze asettiche, di giornate tutte uguali, ad aspettare che succeda qualcosa, quello della rabbia trattenuta, del dolore anche per la mancanza del suo amante, quello della sua esistenza che solo quando alla fine sarà piena della vita di Irene si colorerà.

Matt e Maria sono due eroi fragili che affrontano la sfida del destino guardandolo negli occhi pieni di paura e speranza: lo spettatore, dopo aver visto i loro, di occhi, non se li toglierà facilmente dalla mente, poiché la Vita e la Morte abbracciate, espresse da quegli occhi, gli riempiranno la mente per un bel po’.

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