Semplicente mamme (disabili e non)

Il 12 maggio sarà la Festa della Mamma, ma quali sono oggi i modelli di maternità prevalenti in Italia? E rispetto a questi modelli, come si collocano le donne con disabilità e come viene raccontata la loro maternità? Temi, questi, che certamente meritano alcune riflessioni e che suggeriscono una serie di domande, in attesa di altrettante risposte

Vetrina allestita a Salviano, quartiere di Livorno, per la Festa della Mamma 2013

Una vetrina allestita a Salviano, quartiere di Livorno, per la Festa della Mamma 2013 (foto di Simona Lancioni)

Con l’avvicinarsi della Festa della Mamma – che quest’anno cadrà domenica 12 maggio – il mito del materno si ripropone in tutta la sua potenza, e da ogni dove – dalle vetrine, dai giornali, dalla televisione, dai libri, dalla pubblicità, da internet – si ricorda alle donne quanto sia fondamentale per loro la possibilità di ricoprire questo ruolo. È realmente un “trionfo di fiori e cuoricini” nel quale non c’è molto spazio per le donne che di figli non ne vogliono o non possono averne. Sia pure implicitamente, tutto sembra insinuare che alla donna che non è mamma manca qualcosa.
Per altro, coerenza vorrebbe che alla maternità fossero riservate particolari tutele sul piano giuridico, dei servizi, del welfare e in ambito lavorativo. Ma non si può dire che la coerenza sia un tratto saliente del popolo italico, cosicché da noi le mamme si celebrano, ma, per loro, gli aiuti e le tutele continuano ad essere largamente insufficienti.

Nel suo saggio intitolato Di mamma ce n’è più d’una (Feltrinelli, 2013), la scrittrice, conduttrice radiofonica e blogger Loredana Lipperini osserva come in Italia prevalgano due soli modelli di maternità: quello della mamma che si dedica a questo ruolo in modo esclusivo, e quello di chi, pur di non lasciare il lavoro, è disposta a trasformarsi in “acrobata”. O annullarsi, insomma, o massacrarsi di lavoro per riuscire a fare tutto. È un immaginario povero, dove scarseggia anche la solidarietà tra chi sceglie un modello e chi opta per l’altro. Tutte impegnate a difendere e rivendicare come migliore la propria scelta, queste donne – invece di ascoltarsi, comprendersi e unirsi, finiscono spesso con lo scontrarsi.
Lipperini paragona la maternità al Palazzo d’Inverno di Pechino, ai tempi luogo di meraviglie e di splendore, con l’Imperatore della Cina, detentore del potere più alto, imprigionato in esso proprio in virtù di quel potere. Anche la maternità è un potere – nota l’Autrice – per secoli l’unico concesso alle donne, ed esse – proprio come l’Imperatore nel suo Palazzo – finiscono per rimanervi imprigionate come in un ambiente «dove è splendido aggirarsi, ma da dove non si può uscire».

Ma come si collocano le donne con disabilità in questo quadro? L’Autrice, pur affrontando il tema della fecondazione assistita (che è legato in particolar modo, ma non solo, alle disabilità riproduttive), non tocca in modo specifico questo aspetto. Se lo avesse fatto, avrebbe scoperto che in generale non ci sono aspettative di maternità nei confronti di queste donne, e anche che spesso, quando sono loro a manifestare un desiderio in tal senso, vengono scoraggiate dall’assecondare tale aspirazione.
Ciò accade quando, negli occhi di chi guarda, la disabilità prevale sulla persona. La qual cosa, purtroppo, succede ancora di frequente. Ne consegue che talvolta le donne disabili si ritrovano a dover rivendicare cose che alle altre donne sono “caldamente suggerite”.
Va detto che non tutte le donne – e dunque neanche quelle con disabilità -, desiderano diventare madri – con buona pace dei sostenitori del “naturale istinto materno” -, ma per le donne con disabilità che scelgono la maternità le difficoltà sono maggiori e questo non solo perché – come accennato – devono superare una diffidenza iniziale relativa alla presenza della disabilità, ma anche perché, una volta divenute madri, è molto difficile per loro resistere alla tentazione di sentirsi in dovere di dimostrare (prima di tutto a se stesse) che la disabilità non incide negativamente sull’esercizio di quel ruolo.
Madre in carrozzina con il figlio in braccioE se tutte le donne si pongono il problema della salute del nascituro, la donna portatrice di patologie genetiche dovrà fare al riguardo qualche riflessione in più. Lo sforzo, infatti, per “conquistare il Palazzo d’Inverno” sarà talmente grande che se di solito la retorica sulla maternità ricorre a termini come “amore incondizionato”, “abnegazione”, “coraggio”, “sacrificio”, “infaticabilità” ecc., per narrare la maternità delle donne con disabilità si integra il repertorio con lo straordinario o l’eroico.

Il numero di maggio di «SuperAbile Magazine», la rivista dell’INAIL dedicata alla disabilità, pubblica un dossier che raccoglie quattro storie di donne che hanno incontrato in modi diversi la disabilità. Tre di esse sono madri con disabilità, l’ultima è una madre di una ragazza con disabilità. In vista poi della Festa della Mamma, il dossier è stato pubblicato anche da «SuperAbile», il portale dell’INAIL, con il titolo Quattro mamme “straordinariamente normali”: ecco le loro storie.
Ma di una mamma qualsiasi si sottolineerebbe quanto sia “straordinariamente normale”? Difficile, la normalità di una mamma (o di chiunque) non fa notizia. La normalità connessa in qualche modo alla disabilità invece sì. Già, ma chi l’ha deciso? E come sono queste mamme? Cito: «Forti, motivate, instancabili, in qualche modo anche eroiche. Di un eroismo quotidiano, nascosto nelle pieghe di ogni singolo giorno». A questo punto mi domando: fa bene alle donne e alle mamme relegarle nell’eroico? Non suggerisce l’idea che per fare la mamma occorrano doti fuori dal comune? E perché non si può dire alle mamme (disabili e non) che il fatto di non essere perfette, né, tanto meno, eroiche, non le sminuisce, né le rende inadeguate al ruolo materno? Perché delle mamme non si può dire che sono semplicemente mamme?

Il presente testo è già apparso nel sito del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), con il titolo “Semplicemente mamme”. Viene qui ripresa, con alcuni lievi riadattamenti al contesto, per gentile concessione.

Il Gruppo Donne UILDM
14 eventi e altrettante pubblicazioni della collana Donna e disabilità, tantissimi articoli, interviste, recensioni, adesioni a campagne ecc., organizzati per temi, varie segnalazioni di film attinenti alle donne disabili, centinaia di segnalazioni bibliografiche e di risorse internet schedate: è questa la produzione del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che costituisce certamente una delle esperienze più vive e interessanti – nel campo della documentazione riguardante la disabilità – avviata nel 1998 in modo informale.
Gli obiettivi originari erano da una parte quello di raggiungere le pari opportunità per le donne con disabilità, attraverso una maggiore consapevolezza di sé e dei propri diritti, dall’altra cogliere la “diversità nella diversità”, riconoscendo la specificità della situazione delle donne disabili.
Poi, nel corso degli anni, il Gruppo ha cambiato in parte il proprio ambito d’interesse, oltre a non essere più composto da sole donne e a non occuparsi esclusivamente di questioni femminili. La stessa disabilità è diventata uno dei tanti elementi in un percorso di integrazione e di apertura su più fronti.
Nel 2008, per festeggiare il suo decimo “compleanno”, il Coordinamento del Gruppo Donne (composto attualmente da Francesca Arcadu, Annalisa Benedetti, Valentina Boscolo, Oriana Fioccone, Simona Lancioni, Francesca Penno, Anna Petrone, Fulvia Reggiani e Gaia Valmarin) ha deciso di investire di più in informazione e in documentazione, recuperando i suoi obiettivi originari, senza rinunciare all’apertura quale tratto distintivo. E così – come in un laboratorio – è iniziato un lavoro finalizzato a organizzare e rendere fruibili, attraverso il proprio spazio internet, le informazioni che circolano all’interno del Coordinamento stesso.
Un importante, ulteriore salto di qualità, infine, si è avuto con la creazione di un repertorio (VRD – Virtual Reference Desk), che raggruppa le varie risorse fruibili in internet (in lingua italiana) di e su donne con disabilità.
Nel 2011 il Gruppo Donne UILDM ha anche ricevuto da Decima Musa Caravaggio (Associazione Culturale Europea-Compagnia Teatrale) il Premio Decima Musa «per il valore di un’attività finalizzata al raggiungimento delle pari opportunità, che sottolinea e affronta il problema specifico e la situazione delle donne disabili».
Il Gruppo Donne UILDM è anche su Facebook.

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