Due volte svantaggiati?

Mentre – giustamente – si snocciolano le impressionanti cifre dell’attuale disoccupazione italiana, nessuno parla, nemmeno quando si prevedono nuove manovre per favorire l’occupazione, delle cifre ancor più impressionanti (72,5% di disoccupati su 644.000 iscritti alle liste di collocamento), che riguardano la disoccupazione (o meglio, la rinuncia all’occupazione) delle persone con disabilità

Donna con disabilità al lavoroSe ne torna a parlare, finalmente. In modo concreto a Milano, in una giornata, quella del 5 giugno, densa di appuntamenti. Si comincerà con il Career Forum di Diversitalavoro, che permette di accelerare l’incontro fra domanda e offerta di lavoro con una serie di grandi aziende che aderiscono al progetto. Si proseguirà nel pomeriggio con la prima iniziativa pubblica in vista di ReaTech Italia (la rassegna dedicata ad accessibilità, inclusione e autonomia, in programma dal 10 al 12 ottobre a Milano): nella rinnovata sede di Milano Congressi, un convegno a più voci, con la presentazione, tra l’altro, dei risultati di un’interessante indagine condotta dal GIDP, ossia il Gruppo Intersettoriale dei Direttori del Personale, figure chiave per comprendere come venga percepita e realizzata concretamente una politica di inserimento lavorativo [di entrambi gli appuntamenti qui menzionati, trattiamo in altra parte del nostro giornale, N.d.R.].

Partiamo però da una considerazione generale, drammatica. Nei giorni in cui, giustamente, si snocciolano le cifre, impressionanti della disoccupazione italiana, e specialmente di quella giovanile, con un tasso superiore al 40 per cento, nessuno si azzarda a tirare fuori i numeri della disoccupazione (o meglio, della rinuncia all’occupazione) delle persone con disabilità.
Ecco fatto: 644.000 iscritti alle liste di collocamento, con un tasso di disoccupazione del 72,5 per cento. Come dire che tre persone con disabilità su quattro, che potrebbero lavorare (si badi bene), non trovano assolutamente spazio nel mercato del lavoro. Anzi, l’attuale crisi generale consente alle aziende di derogare ulteriormente agli obblighi previsti dalla Legge 68 del ’99 [“Norme per il diritto al lavoro dei disabili”, N.d.R.], che a poco meno di quindici anni di vita, si può considerare piena di luci e di ombre, incapace comunque di far compiere al nostro Paese quel salto culturale e sociale che era nelle intenzioni dell’intero Parlamento.

A questo punto il lavoro, che per tutti è il problema principale, qui diventa quasi una chimera, e i lavoratori disabili risultano più “invisibili” degli altri. E dire che, ad esempio, nelle università italiane il numero degli studenti con disabilità è balzato in dieci anni da 5.000 a quasi 15.000. Tutto farebbe supporre, almeno per i laureati, una possibilità concreta, quasi una “corsia privilegiata”, per trovare un lavoro qualificato con buona soddisfazione delle aziende. Ma non è così.
Dall’indagine svolta dai Dirigenti del Personale, emerge un quadro ambivalente. Da un lato una complessiva propensione a considerare i lavoratori disabili esattamente come gli altri, ma il giudizio sull’applicabilità della normativa vigente è impietoso. Due su tre la ritengono inefficace, un po’ perché superata, un po’ perché le persone con disabilità non corrisponderebbero alle aspettative dell’azienda. Uno su due dichiara di preferire il pagamento della penale, consentita dalla legge, piuttosto che assumere un lavoratore disabile. Il telelavoro è praticamente sconosciuto, mentre viene vista con favore la strada delle convenzioni con le cooperative sociali.

Esiste probabilmente un intricato meccanismo che mette insieme difficoltà oggettive nella selezione del personale, pregiudizi ancestrali e diffidenze che corrispondono perfettamente allo stigma della disabilità, mancanza di incentivi premianti adeguati ai tempi che stiamo vivendo, difficoltà nell’incrociare le competenze con le necessità aziendali, il tutto in un mondo che funziona “a corrente alternata”, e si basa molto spesso sulla buona volontà delle persone, non su una radicata convinzione che assumere una persona disabile sia di per sé un’ottima scelta, anche dal punto di vista delle aziende, grandi o piccole che siano, perché un lavoratore con disabilità, quasi sempre, ha una motivazione fortissima nel dimostrare le proprie capacità, sviluppa un attaccamento al lavoro particolarmente intenso, costringe di fatto i colleghi e l’ambiente di lavoro a un ripensamento positivo, in termini organizzativi e di gestione delle relazioni umane.

Occorre pensarci seriamente, anche adesso, quando si parla di una nuova manovra per favorire l’occupazione. La parola “disabilità” non mi pare che sia mai stata pronunciata in questo contesto. Le persone con disabilità non possono e non devono vivere di sola assistenza, o di servizi di welfare che giorno dopo giorno si stanno smantellando, sotto i colpi della crisi.

Direttore responsabile di «Superando.it». Il presente testo, qui riproposto con alcuni minimi riadattamenti al diverso contenitore, è apparso anche in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Lavoro, svantaggiati due volte?”. Viene qui ripreso per gentile concessione.

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