Claudio Imprudente e l’alunno “Tommaso”

Il nuovo “viaggio” nella società inclusiva di Giorgio Genta, insieme alle “famiglie con disabilità”, intese nel senso più ampio del termine, ci porta oggi a contatto con un personaggio assai noto, come Claudio Imprudente, giornalista, scrittore e molto altro ancora, che si sofferma sulle “sue famiglie”, quella cioè che purtroppo non c’è più e quella attuale, in comunità

Claudio Imprudente

Claudio Imprudente

Claudio Imprudente, il “dottor” Claudio Imprudente, il “diversabile” per antonomasia, il giornalista, lo scrittore, il presidente del CDH (Centro Documentazione Handicap) di Bologna, il cofondatore di Maranà-tha, il conferenziere, l’“uomo-calamaio”, il geranio… e molte altre cose ancora*. Per noi, però, semplicemente Claudio, al quale chiediamo di parlarci delle “sue famiglie”, quella che purtroppo non c’è più e quella “comunitaria”.

Che ricordi hai, Claudio, di tuo padre e tua madre?
«Per assurdo non riuscirei a tracciare nitidamente i lineamenti del volto di mio padre, poiché è venuto a mancare quando avevo solo 15 anni; però c’è una cosa che ricordo molto bene, la sua pacatezza. Era cioè un uomo di pace, nonostante fosse un Maresciallo della Polizia! Di mia madre, invece, conservo come ricordo la sua determinazione, poiché era per me da stimolo a perseguire anche i miei obiettivi».

Puoi raccontarci il loro insegnamento più importante nei confronti della disabilità?
«Ad entrambi devo dire grazie, perché mi hanno sempre trattato “da Claudio” e basta, senza mai giustificare il mio comportamento come conseguenza del mio handicap e c’è una frase di mio padre che racchiude quell’insegnamento: “Va là, Claudio, che hai visto un bel mondo!”. Penso si riferisse al fatto che entrambi mi hanno sempre dato l’opportunità di fare esperienza del mondo e della vita, passando per l’accettazione dei miei limiti, e se questo è stato possibile, è stato grazie al loro supporto».

Com’era la tua vita quotidiana in famiglia e com’è oggi in comunità?
«Per rispondere alla prima parte della domanda, vorrei citare alcune frasi della mia lectio magistralis [in occasione della laurea honoris causa in Formazione e Cooperazione, ricevuta nel 2011 presso la sede di Rimini della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna, N.d.R.]: “Fiducia mista a complicità”. Questa, ed è un ricordo molto vivido, si traduceva anche nella creazione di ingranaggi dalla meccanica e dalla tempistica perfette e funzionali, ad esempio per l’espletamento delle attività domestiche di tutti i giorni: mio padre mi alzava dal letto, mi portava da mia madre con la quale facevo colazione, la quale mi riportava da mio padre per sciacquare la faccia e lavarmi, che poi mi riconsegnava a mia madre per la “vestizione”. Sembra un puro e semplice elenco di azioni, ma in quelle fasi io mi percepivo come persona – non come un peso -, nel loro rapporto, e imparavo sin da piccolo ad avere una mia autonomia.
Quella stessa autonomia, che non vuol dire indipendenza, ma capacità di autodeterminare le mie scelte, questa mi accompagna nella vita di tutti i giorni a Maranà-tha».

Come organizzi la tua giornata, il tuo lavoro, i tuoi viaggi e la tua autonomia?
«Ogni giorno è diverso dall’altro e in fondo questo mi piace! In generale è il contesto che si è creato intorno a me, che facilità tutta la mia organizzazione, il che non è sempre facile!».

Come sai, questa rubrica è intitolata La famiglia con disabilità: viaggi nella società inclusiva. Quanto è inclusiva Bologna?
«Fino a vent’anni fa a questa domanda avrei risposto che Bologna era molto inclusiva, anzi era il centro da cui sono partite innumerevoli iniziative. Basti pensare che lo stesso Centro Documentazione Handicap, primo in Italia, è nato sotto alle due Torri! Ora, negli ultimi anni, la mancanza di risorse rischia di fare affievolire le riflessioni su questo tema, col rischio di adagiarsi troppo!».

Tu rappresenti una persona con disabilità di indubbio successo. Da cosa pensi sia dipeso e dipenda?
«Dal contesto di fiducia, lo ripeto da anni e ne ho fatto il mio motto, ma questa è l’unica verità. Forse non mi sarei mai potuto esprimere pienamente se non avessi trovato intorno a me quelle persone che ho incontrato e quegli ambienti che ho frequentato. Senza mai dimenticare i miei genitori e le loro microiniezioni quotidiane di fiducia e ironia!».

Grazie Claudio, c’è ancora tanto inchiostro nel tuo calamaio!
E per chiudere, il consueto aneddoto che attinge alla personale biografia di chi scrive. Claudio venne da noi in Liguria molte volte. In uno di questi eventi, a Savona nel gennaio del 2004 (Un diversabile a scuola: incontro con Claudio Imprudente), organizzammo un incontro con gli studenti delle medie e delle superiori (duecento più duecento in due sessioni, perché tale era la disponibilità dei posti a sedere), ospiti della Provincia e Claudio si lanciò nei suoi tradizionali “numeri” da uomo di comunicazione, di spettacolo e di cultura. Apprezzatissima, in particolare, era l’allora poco nota “lavagnetta trasparente” con cui comunica. Un ragazzo di 10-11 anni si offrì – evidentemente dubbioso – di fare lui qualche domanda e di verificare che le risposte non fossero un trucco. Postosi dietro la lavagnetta, si rese personalmente conto della validità della comunicazione e in dialetto esclamo Belin, ù l’è veu! (liberamente traducibile in: «Ma allora è vero!», cioè non c’è trucco). Risero in duecento. Che il ragazzo si chiamasse Tommaso?…

*Maranà-tha è una comunità di famiglie per l’accoglienza che ha visto appunto tra i suoi fondatori Claudio Imprudente. Il riferimento, poi, all’“uomo-calamaio” è al fatto che dal 1986 Imprudente era stato l’“anima” del Progetto Calamaio, iniziativa rivolta a insegnanti, volontari, educatori e alunni dal nido alle scuole secondarie. Per quanto riguarda infine il “geranio”, Giorgio Genta pensa alla frase pronunciata un giorno da Imprudente – persona con grave cerebrolesione, ma dalla vita quanto mai attiva – che stanco di sentir parlare di esistenze “da vegetali”, affermò con grande ironia che «parlando di vegetali occorre essere più precisi» e scelse quindi di autodefinirsi appunto «come “un geranio”».

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