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A volte basta (relativamente) poco per la vera inclusione

Aita Summer Camp - Roma 2013

Una bella immagine di buona parte dei ragazzi e dei tutor dell’Aita Summer Camp di Roma

Sembra ieri. Eppure sono trascorse già parecchie settimane da quel 13 giugno, quando ha aperto i battenti a Roma l’Aita Summer Camp, presso il Circolo Nuoto Belle Arti, sul Lungotevere Thaon di Revel. Un centro estivo patrocinato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, in cui trenta, tra bambini e ragazzi dai 6 ai 17 anni, con bisogni speciali (autismo, Asperger, ADHD [deficit di attenzione e iperattività, N.d.R.]) hanno avuto l’opportunità di interfacciarsi con coetanei neurotipici in un contesto assolutamente inclusivo, nel quale reciprocità e scambio sono state le parole d’ordine.
Per dirla con le parole di Luigi Mazzone, presidente di Progetto Aita ONLUS e neuropsichiatra infantile del Bambino Gesù, si tratta di «campus ludici e sportivi per cercare di integrare i ragazzi il più possibile al di fuori dei percorsi clinici e assistenziali», sganciandoli dalla disabilità tout court. Il tutto grazie alla competenza e all’“esperienza sul campo” della splendida squadra di psicologhe e psicologi, coordinata da Laura Maria Fatta e Valeria Lucarelli, che ogni mattina, insieme ai componenti dello staff del Circolo, nell’intento di arrivare alla massima integrazione, ha accolto col sorriso i ragazzi.
Tutti insieme seduti sul verde del campo di calcetto per l’appello e la suddivisione in sottogruppi per età, e poi via per iniziare a vivere gli spazi sportivi del centro: calcetto, piscina, tennis e beach volley. Tutti i gruppi ogni giorno si sono dedicati a queste discipline e tutti, anche i più problematici, hanno rispettato la turnazione, in perfetta armonia.

La cosa più incredibile è che nelle situazioni di interazione sociale reciproca, anche a un occhio abituato come quello di chi scrive (per avere due figli autistici), individuare i trenta bambini “speciali” non è stato sempre così immediato. Le piccole inevitabili criticità sono state affrontate dalle dottoresse e dai tutor sempre in maniera professionale e con estrema disponibilità. Grazie, dunque, al lavoro dietro le quinte di questi professionisti, che hanno saputo gestire anche bambini con autismi più severi.
Tra questi, mio figlio Daniel di 6 anni, che nelle due settimane e mezzo di frequenza è stato abilmente “domato” da due psicologhe e dalle stesse dottoresse che all’iscrizione, insieme al dottor Mazzone, hanno accettato la sfida con parole che difficilmente dimenticherò:  «Troppo facile cercare di inserire solo gli HF!», ovvero i i ragazzi ad alto funzionamento. E quella sfida l’hanno vinta alla grande: dopo i primi due giorni, infatti, molti avrebbero desistito. Ma perseverando e facendo entrare Daniel fisicamente nel meccanismo routinario – fondamentale per una mente autistica – hanno fatto breccia, stabilendo una vera connessione empatica. E Giulia, nulla togliendo a tutte le altre figure che l’hanno aiutata a gestire le situazioni più critiche, è stata davvero all’altezza: ha vissuto quasi in simbiosi con lui questa esperienza, pur non perdendo di vista l’obiettivo dell’inclusività.
Davanti agli occhi, ho un’immagine salvata nel diario dei ricordi: una bimba, neurotipica, che ricopre Daniel con la sabbia del beach volley e lui che, per nulla infastidito, si diverte. Poi un momento rubato dallo scatto di una fotocamera che vale oro: Daniel sopra Giulia, da lui letteralmente sdraiata, mentre le sfiora il viso con le labbra. Un “Winnie the Pooh vivente”, che in questi momenti fa dimenticare i suoi comportamenti problema.
È stato quello il suo grazie al Progetto Aita, per avergli permesso di vivere un’avventura impossibile in un qualsiasi altro centro estivo. Come le lacrime, dopo la festa di arrivederci, che hanno velato gli occhi di Nicole, la sorella di Daniel, che ha difficoltà ad esternare la sua gratitudine. Ma cosa c’è di più significativo che trascorrere tutto il pomeriggio, dopo le cinque settimane da sogno, in uno stato di tristezza nostalgica, dicendo di pensare alla piscina e ai suoi “amici”?

Questo il feedback dei miei figli, ma so per certo che anche tutti gli altri bambini hanno tratto estremo beneficio da questa esperienza.
E allora grazie di cuore a tutti coloro che hanno reso possibile la magìa, ma soprattutto l’augurio che esperienze del genere si possano moltiplicare, ottimizzando le risorse: con relativamente poco, si può dare tanto a questi bambini e ragazzi e alle loro famiglie. E che mai più ci si debba sentir negato l’accesso a una struttura perché non attrezzata per accogliere una persona con bisogni speciali!

Presidente dell’ANGSA Lazio (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici).