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Si allarga la rete per una società realmente inclusiva

Pier Francesco Zazo

Pier Francesco Zazo, responsabile del Tavolo di Lavoro che ha portato al Piano di Azione sulla Disabilità

Come avevamo riferito qualche settimana fa, è stato approvato il testo definitivo del Piano di Azione sulla Disabilità – del quale il nostro giornale ha seguito l’evoluzione nel corso del tempo – redatto dai tecnici del Ministero degli Affari Esteri, in collaborazione con la RIDS – la Rete Italiana Disabilità e Sviluppo, voluta nel 2011 dall’AIFO (Associazione Italiana Amici di Raoul Follereau), da DPI Italia (Disabled Peoples’ International), da EducAid e dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap) -, oltreché con rappresentanti di Istituzioni, Enti Locali, organizzazioni non governative, imprese, mondo accademico e centri di ricerca.
Si tratta di un importante documento, che dà rilevanza alle Linee Guida per l’introduzione della tematica della disabilità nell’ambito delle politiche e delle attività di Cooperazione Italiana, redatte sulla base della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, ratificata dal Governo Italiano, com’è noto, nel 2009 (Legge 18/09).
Ne approfondiamo ulteriormente le caratteristiche insieme a Pier Francesco Zazo, ministro plenipotenziario, capo dell’Unità Tecnica Centrale della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo e responsabile del Tavolo di Lavoro che ha dato vita all’iniziativa e Mina Lomuscio, referente del medesimo Tavolo di Lavoro.

Ministro Zazo lei ha dichiarato che «il Piano di Azione nasce da una comune condivisione che deve riempirsi di contenuti applicabili alla realtà»: possiamo parlare della necessità di trovare elementi concreti di attuazione, di misure adeguate, che portino a un effettivo cambiamento della cultura, ancora oggi caratterizzata da barriere architettoniche e sociali? In altre parole, come si può superare l’ostacolo tra “il dire e il fare” e arrivare a una giusta valorizzazione delle diversità?
«Colmare il divario tra “il dire ed il fare” è un obiettivo ambizioso e proprio per questo è necessario dotarsi di uno strumento operativo come quello appunto del Piano di Azione. Soltanto attraverso tale strumento, infatti, si può favorire una maggiore inclusione delle persone con disabilità, prevedendo interventi specifici, programmati e attuati in modo organico, allo scopo di produrre ricadute positive e un impatto sul miglioramento della qualità di vita di tutti i cittadini, senza distinzioni e senza barriere.
L’obiettivo, poi, risulta ancora più ambizioso oggi in cui abbiamo l’esigenza di realizzare azioni che tengano conto della situazione di crisi economica in atto e di considerare, conseguentemente, le mutate esigenze sociali. Detto ciò, tuttavia, non possiamo stare fermi e l’esiguità di risorse finanziarie ci impone ancor più l’obiettivo di realizzare azioni puntuali, utilizzando l’esperienza accumulata in tale settore attraverso le buone pratiche della Cooperazione, che prevedono l’incoraggiamento di politiche di mainstreaming, ossia la promozione dell’integrazione, nella prospettiva della disabilità, in ogni fase delle politiche e delle pratiche dello sviluppo (disegno, attuazione, monitoraggio e valutazione), in un’ottica di uguali opportunità per tutti. Per tale motivo il Piano prevede azioni che hanno un comune denominatore: l’abbattimento delle barriere architettoniche, culturali, sociali e di accesso ai beni e ai servizi».

Qual è il suo bilancio rispetto alla collaborazione tra il Ministero e le varie organizzazioni partecipanti al Tavolo di Lavoro che ha portato alla redazione del documento?
«La collaborazione è stata una buona pratica sviluppata grazie al contributo dei rappresentanti della Direzione Generale Cooperazione Sviluppo del Ministero degli Esteri e di quelli della RIDS (Rete Italiana Disabilità e Sviluppo), riuniti in un Tavolo di Lavoro costituito nel 2011.
In un anno di lavoro, il Tavolo, attraverso una serie di incontri, si è allargato ad altri importanti portatori di interesse e ha elaborato una prima bozza del documento, arricchito da un processo partecipativo, grazie ai numerosi contributi pervenuti, con oltre cinquanta rappresentanti delle Istituzioni (sia a livello centrale che locale), della società civile, della cooperazione decentrata, del mondo accademico, dei centri di ricerca e delle imprese.
Il Piano, quindi – approvato nel Comitato Direttivo della nostra Direzione il 27 giugno scorso -, è stato il frutto di un’ampia consultazione, durante la quale è andato via via sviluppandosi, ricevendo ampia approvazione e consenso. Si è trattato, quindi, di una buona pratica che non solo ha permesso di redigere un documento di alto livello, in linea con gli standard internazionali e redatto da attori competenti nel settore, ma che ha consentito anche di mettere in rete le diverse realtà italiane, le quali, tra l’altro, hanno manifestato l’interesse a collaborare in gruppi di lavoro su specifiche tematiche».

Quali sono esattamente le strategie per favorire la cooperazione con i Paesi partner, per una reciproca collaborazione e informazione?
«Le persone con disabilità dei Paesi partner rappresentano le popolazioni più povere del mondo, perché alla povertà economica si combina l’impoverimento sociale, culturale ed educativo, derivante da barriere, ostacoli e discriminazioni. Il Piano Triennale della Cooperazione Italiana sottolineerà maggiormente l’importanza di tali iniziative verso le persone con disabilità, che sono soggette a multidiscriminazioni, continuando a inserirle tra i target prioritari.
Nonostante poi l’esiguità delle risorse finanziare, rimane l’esigenza di  finanziare progetti dedicati, sulla base dei bisogni e delle potenzialità del Paese partner, dando particolare supporto a quelli che favoriscono l’accessibilità ai diritti, ai beni e ai servizi».

Quali saranno i prossimi passi per favorire proposte sostenibili e concrete, all’insegna dell’inclusione e delle pari opportunità, basate appunto Piano di Azione?
«Innanzitutto il documento sarà tradotto in inglese e poi è prevista una conferenza stampa per lanciarlo. E ancora, entro tre mesi dall’approvazione, il Tavolo di Lavoro, unitamente al personale del Ministero degli Esteri impegnatosi in questi anni, si adopererà per la pianificazione temporale delle attività previste, coinvolgendo gli uffici interessati del Ministero stesso e competenti esperti del settore. Informazione e sensibilizzazione, quindi, che costituiranno il “tappeto” per porre in essere le azioni previste, dando inoltre avvio ai vari gruppi di lavoro su tematiche specifiche, per i quali i partecipanti hanno manifestato interesse a collaborare.
Si tratta, ovviamente, di un lavoro di pianificazione che dovrà tenere conto delle risorse disponibili, con l’auspicio che esse siano sufficienti a dar seguito a quanto previsto dal Piano di Azione, in particolare rispetto al finanziamento di iniziative, stabilendo una specifica priorità nelle Linee Guida Triennali della Cooperazione Italiana e una quota specificamente riservata alle persone con disabilità.
Tenendo conto, infine, degli indirizzi di programmazione della nostra Direzione Generale Cooperazione Sviluppo, sarà considerato come prioritario il rafforzamento istituzionale dei vari Paesi, nell’ambito della promozione dei diritti delle persone con disabilità, e in particolare di quelli che hanno ratificato la Convenzione ONU».

Dottoressa Lomuscio, entrando nel dettaglio del Piano di Azione, quali sono, in sostanza, i passaggi fondamentali del documento?
«Le azioni previste dal documento possono essere sinteticamente raggruppate in cinque pilastri:
– politiche e strategie: strumenti di programmazione e monitoraggio delle politiche della disabilità a livello nazionale;
– progettazione inclusiva;
– accessibilità e fruibilità di ambienti, beni e servizi;
– aiuti umanitari e situazioni di emergenza;
– valorizzazione delle esperienze e competenze della società civile e delle imprese».

Ma come pensa che da tali “pilastri” si potrà arrivare a promuovere concretamente una corretta “cultura dell’integrazione-inclusione”?
«Spesso diamo per scontato che il livello di conoscenza di queste tematiche, e la nostra stessa personale percezione della diversità come valore, siano concetti acquisiti per gli operatori che lavorano nel settore. Ne consegue che il problema di “crescere” culturalmente è spesso sentito come un “problema dell’altro”, del cosiddetto “beneficiario”. Di fatto, però, non può esistere crescita senza un reale processo partecipativo che deve vederci partner, alleati dei nostri interlocutori, con la consapevolezza che la condizione di disabilità può appartenere, seppur temporaneamente, a ognuno di noi.
L’approccio della Cooperazione è cambiato nel tempo e le nostre azioni si prospettano meno come una visione dell’aiuto “del ricco al povero”, ma molto più come un’alleanza tra diversi portatori di esperienze. Abbiamo infatti l’evidenza che le buone pratiche realizzate dalla Cooperazione sono quelle in cui è stato posto in essere un processo partecipativo che ha visto il coinvolgimento di esperti competenti nel settore e di persone con disabilità, delle loro associazioni e organizzazioni, tutti a lavorare insieme (persone, istituzioni, organizzazioni, imprese, università, associazioni  italiane e Paesi partner), nell’intero processo di realizzazione di un’iniziativa. Questo produce effettivamente un reale cambiamento. E tuttavia, per realizzare ciò è fondamentale porre in essere azioni di informazione e sensibilizzazione sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, per produrre un accrescimento della consapevolezza, così come previsto dall’articolo 8 della Convenzione ONU, che invita appunto gli Stati ad adottare misure adeguate ed efficaci per accrescere il rispetto per i diritti e la dignità delle persone con disabilità, promuovendo la diffusione di una cultura inclusiva e combattendo gli stereotipi e pregiudizi.
Tale processo implica un aumento dell’empowerment [“crescita dell’autoconsapevolezza”, N.d.R.] delle persone con disabilità e delle associazioni e organizzazioni che le rappresentano, che proprio in virtù della loro condizione ed esperienza, hanno l’importante ruolo di aiutarci a capire come sostenere i processi di trasformazione».

Entro qualche mese avete in programma una conferenza per la condivisione del documento con interlocutori internazionali esperti nel settore…
«Siamo uno dei primi Paesi ad avere redatto un Piano di Azione sulla Disabilità in linea con gli standard internazionali e pertanto esiste un interesse particolare degli interlocutori internazionali sul risultato di tale lavoro. Per tale ragione è stata appunto prevista una conferenza da realizzarsi in autunno.
Tale appuntamento sarà un’occasione per avviare una discussione: sull’istituzione di Tavoli di Lavoro con altre agenzie di cooperazione, per integrare le categorie OCSE/DAC [Comitato di Aiuto Pubblico dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, N.d.R.] con una presenza della disabilità come categoria autonoma; sul processo di revisione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (Millennium Development Goals), introducendovi il tema della disabilità entro il 2015; sulla partecipazione ai diversi gruppi di lavoro, in seno al Consiglio e alla Commissione Europea, del COSAC (Conferenza delle Commissioni Parlamentari per gli Affari Europei dei Parlamenti dell’Unione Europea), del COHOM (Gruppo di Lavoro sui Diritti Umani) e dello stesso Consiglio d’Europa».

Pier Francesco Zazo è ministro plenipotenziario, capo dell’Unità Tecnica Centrale della Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo e responsabile del Tavolo di Lavoro che ha portato alla redazione del Piano di Azione sulla Disabilità; Mina Lomuscio è la referente, per il Ministero degli Affari Esteri, del Tavolo di Lavoro stesso.