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L’incontro dei bambini con la disabilità

"Spesso è così" di Francesco Ormando

“Spesso è così”, di Francesco Ormando, foto vincitrice del secondo premio alla prima edizione di “Sapete come mi trattano?”, concorso promosso dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)

Le reazioni dei bambini all’incontro con persone con disabilità è caratterizzato da curiosità, un po’ di sconcerto e… un grande imbarazzo da parte degli adulti.
Non di rado, infatti, càpita che i piccoli additino la persona disabile richiamando l’attenzione del genitore per chiedere spiegazioni o condividere qualcosa che per loro è al di fuori dell’ordinario. E quindi, a meno che non si pretenda che i bambini limitino da soli la loro spontanea propensione a manifestare le proprie emozioni (siano esse di paura, sconcerto o divertimento), è di fondamentale importanza il comportamento degli adulti (e quando dico adulti penso sia ai genitori non disabili, sia alle persone disabili oggetto dell’interesse del bambino). È necessario cioè saper accogliere queste manifestazioni senza censurarle e aiutare il bambino a elaborare le emozioni che le hanno determinate, dando le spiegazioni che sono richieste, anche quando esse necessitano l’affrontare aspetti brutti della vita quali le malattie.
È molto importante, inoltre, non solo fornire delle spiegazioni in merito alle cause, ma evidenziare al bambino che nonostante le sue difficoltà la persona con disabilità ha risorse per vivere come tutte le altre: con difficoltà e sofferenza sì, ma anche con tante soddisfazioni e gioie.
È evidente, per altro, che questo messaggio dev’essere veicolato sia dalle parole e da spiegazioni pazienti, sia da una mimica non verbale che comunichi positività e non tristezza, imbarazzo o disagio. Ciò include anche le spiegazioni (rassicurazioni) in merito al corpo della persona con disabilità e ai suoi ausili. È necessario, insomma, trovare un equilibrio grazie al quale il corpo della persona con disabilità e i suoi ausili non vengano considerati né un tabù, né oggetti di curiosità morbosa ed è necessario che il genitore trovi questo equilibrio affinché sia in grado di trasmetterlo ai figli.
La persona con disabilità che non si muove da sola e che ha bisogno dell’aiuto di altre persone può facilmente essere vista dal bambino come un “oggetto da manipolare” ed è per questo che sta al genitore (o ad altro adulto di riferimento, come ad esempio un insegnante o un educatore) accompagnare il bambino nell’approcciarsi alla persona con disabilità con rispetto, senza paura sì, ma anche senza atteggiamenti invadenti, derisori o manipolatori.
È ovvio che in tutto questo processo molto complesso, la persona con disabilità non è un oggetto passivo che attende le reazioni del bambino e l’intervento contenitivo del genitore. È fondamentale, infatti, che egli ricerchi con lo sguardo, la mimica e la comunicazione un’alleanza con l’adulto di riferimento del bambino nel momento dell’incontro. Ciò agevolerà la relazione tra bambino e persone con disabilità, senza paura né vergogna. Infatti, l’instaurarsi di una relazione, seppur di breve durata, è il modo più efficace per far comprendere al bambino (e direi anche al genitore) che la persona con disabilità, per quanto diversa, è in grado di interagire, che non ha nulla di brutto da nascondere e che la sua condizione è solo una delle tante possibili, una delle tante che il bambino, crescendo, incontrerà nella sua vita.

Purtroppo non sempre (anzi di rado) le cose si svolgono in questo modo ideale. Il più della volte, infatti, i genitori non danno alcuna spiegazione al bambino, limitandosi a intimargli di non indicare, non chiedere, non parlare, non guardare… con un disagio evidente che – seppur non intenzionalmente – fa sì che al bambino venga comunicato: «Quella che stai vedendo è una cosa così brutta, triste e spaventosa, che non se ne può parlare senza rimanere sconvolti o ferire qualcuno».
Altre volte, invece, càpita che i genitori, nell’incontrare una persona disabile, istintivamente, senza quasi rendersene conto, afferrino la mano del figlio o lo accarezzino o gli mettano una mano sulla testa, come a proteggerlo o consolarlo per quello che sta vedendo. Qui il messaggio che viene inviato a livello non verbale è: «Anche se quello che stai vedendo ti turba, non ti preoccupare, c’è qui papà/mamma». Solo che questo messaggio viene inviato prima che il bambino manifesti alcun segno di disagio: in questo caso il genitore, più che reagire protettivamente al disagio del bambino, lo sta in qualche modo inducendo.
Tutto questo detto senza alcun intento polemico o di giudizio, ma solo per incrementare il livello di consapevolezza rispetto a come alcuni stereotipi possano essere riprodotti e diffusi attraverso gesti inconsapevoli e non intenzionali.
D’altra parte possiamo affermare che l’incontro tra bambini e disabilità è molto delicato, ma è bene tenere presente che le difficoltà sono maggiori tanto più è minore la serenità che gli adulti hanno verso la disabilità e che i bambini, il più delle volte, superato lo stupore e l’ilarità iniziali, tendono a comportarsi in maniera del tutto naturale… a volte nonostante il comportamento impacciato degli adulti.
Per quanto riguarda infine le persone con disabilità, queste ultime hanno una duplice responsabilità nel comunicare serenità e tranquillità rispetto alla propria condizione: verso loro stessi e verso i bambini disabili che a loro volta incontreranno i loro coetanei normodotati. Infatti, tanto più saremo in grado di crescere bambini che non hanno paura della disabilità, tanto più i bambini portatori di handicap si sentiranno incoraggiati a socializzare e motivati a impegnarsi per crescere avendo piena partecipazione alla vita sociale: nello studio, nel lavoro (quando saranno grandi) e nel tempo libero.

Psicologo, formatore per operatori del sociale, coordinatore per il Lazio della SIPAP (Società Italiana Psicologi Area Professionale Privata) e persona con disabilità motoria.