Bioetica, disabilità e aborto

Intervengono anche alcune associazioni e gruppi femminili nel dibattito da noi avviato qualche settimana fa, riferito alla parte concernente l’aborto, all’interno del documento intitolato “L’approccio bioetico alle persone con disabilità”, recentemente prodotto dal Comitato Nazionale di Bioetica della Repubblica di San Marino

Pablo Picasso, "Tre donne sotto un albero", 1907 (particolare)

Pablo Picasso, “Tre donne sotto un albero”, 1907 (particolare)

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo un testo redatto da una serie di associazioni e gruppi femminili (Associazione Femminile Maschile Plurale, Associazione Liberedonne, collettiva_femminista, Coordinamento del Gruppo Donne UILDM-Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, Donne in nero Ravenna, FIDAPA Ravenna, Fondazione Gentes de Yilania, noiDonne 2005 e UDI Ravenna), che intervengono in tal modo nel dibattito da noi avviato qualche settimana fa, su queste stesse pagine, riferito alla parte dedicata all’aborto, nel documento L’approccio bioetico alle persone con disabilità, prodotto dal Comitato Nazionale di Bioetica della Repubblica di San Marino. Qui a fianco sono elencati i relativi testi da noi finora pubblicati sulla questione.

Il Comitato di Bioetica della Repubblica di San Marino, nel documento intitolato L’approccio bioetico alle persone con disabilità, denuncia che l’aborto sia ammesso in via eccezionale e oltre il limite temporale definito per tutti gli altri, in presenza di «processi patologici tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro».
I successivi articoli pubblicati da «Superando.it», Bioetica e sensi unici, La differenza tra bufalo e locomotiva e I “conti” senza il corpo delle donne, a firma di Simona Lancioni e I diritti non sono mai contri i diritti, a firma di Giampiero Griffo [oltre all’intervista di Laura Sandruvi a Luisa Maria Borgia, vicepresidente del Comitato di Bioetica Sammarinese, intitolata “La bioetica e i diritti umani delle persone con disabilità”, N.d.R.] ci inducono a riflettere.

La Legge 194/78 [Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, N.d.R.] all’articolo 6 recita: «L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna».
Nel suo citato intervento, Giampiero Griffo dichiara che la possibilità espressa nel punto b) è ritenuta dalle associazioni di persone con disabilità e dai loro familiari come «una pratica discriminatoria». Tuttavia, sappiamo che il mondo dell’associazionismo di persone con disabilità e non è composto da una pluralità di pensieri e di visioni, la cui varietà è rintracciabile anche fra quanto espresso dalle donne con disabilità.
Rimettere in discussione questo punto della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza significa pensare che le donne sono «eterne minorenni» (Margherita Hack da «Micromega», 1/2006), delle cui scelte e della cui libertà debbano decidere altri che, guarda caso, sono sempre quasi solo uomini: medici, politici, religiosi, rappresentanti di qualcosa o qualcuno.
A tal riguardo si ricordano anche i dibattiti prevalentemente maschili relativi alla riforma della Legge 40/04 [“Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, N.d.R.] sulla fecondazione assistita che, negando l’analisi dell’embrione pre-impianto, opera sul corpo delle donne che aspirano alla maternità una violenza sia psicologica che fisica. Un corpo pensato solo ed esclusivamente come “incubatore” e non come persona pensante e desiderante.

Il corpo delle donne da millenni è sottoposto a norme, tradizioni e culture che lo definiscono, lo ruolizzano e stereotipizzano. Codici sociali e relazionali espressi in assenza della voce delle donne. Come dice Simona Lancioni, del Coordinamento del Gruppo Donne UILDM [Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, N.d.R.], nel suo citato articolo I “conti” senza il corpo delle donne, «le argomentazioni espresse nel documento del Comitato Sammarinese di Bioetica stanno in piedi solo se ci scordiamo che ciò di cui stiamo parlando è il corpo della donna».
Sul corpo, il proprio corpo, le donne hanno affrontato un lungo percorso di riflessione culturale e politico che ha condotto al riconoscimento dei diritti universali, fino a giungere all’acquisizione di diritti esigibili tra i quali si annovera anche la Legge 194/78.
Il diritto garantito dalla Legge 194 non è quello dell’aborto in sé, del sostegno a una più che deprecabile e perversa eugenetica (che il documento del Comitato Sammarinese di Bioetica e la risposta di Griffo sottendono quando parlano di discriminazione), quanto quello di consentire alle donne di scegliere in autonomia la maternità o meno, e di esercitare tale scelta liberamente in un contesto normato che supera la sacralità e la mitizzazione della vita futura, consentendo al presente di compiersi.

Abbiamo scelto di esprimerci perché i cambiamenti culturali e politici a volte avanzano con “passo di gambero”, soprattutto in tema di diritti che vanno costantemente tutelati, riconquistati e rinegoziati, ma non solo. Abbiamo deciso di esprimerci, perché, ironia della sorte, Nulla su di Noi senza di Noi, slogan coniato nel 2003 dal movimento internazionale delle persone con disabilità, ricalca lo stesso concetto già espresso con altre ed esplicite parole dal movimento femminista degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.

Come ricordato in introduzione del presente testo, esso è firmato dalle seguenti associazioni e gruppi femminili: Associazione Femminile Maschile Plurale, Associazione Liberedonne, collettiva_femminista, Coordinamento del Gruppo Donne UILDM-Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, Donne in nero Ravenna, FIDAPA Ravenna, Fondazione Gentes de Yilania, noiDonne 2005 e UDI Ravenna.

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