Come eliminare quelle inaccettabili strutture

Non bastano i controlli dei NAS, secondo il Tribunale per i Diritti del Malato-Cittadinanzattiva, per porre fine alle troppe inaccettabili situazioni di abbandono, trascuratezza e scarsa qualità dell’assistenza, presenti in una serie di strutture per persone anziane e con disabilità. È necessario infatti agire anche sulle cause che sono alla base di queste situazioni e individuare le responsabilità, anche tramite verifiche periodiche

Assistenza a uomo anziano in carrozzina«Fatti come quelli che i NAS dei Carabinieri hanno messo ancora una volta in luce nelle scorse settimane, a seguito dei controlli sulle strutture per anziani e disabili sono inaccettabili. E ancora una volta le vittime sono le persone più fragili».
Lo dichiara in una nota Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i Diritti del Malato-Cittadinanzattiva, che aggiunge di «guardare con favore all’iniziativa del Ministro della Salute di voler istituire una task force dei NAS per il controllo delle strutture», ma che «questo ancora non basta». «È necessario infatti – secondo Aceti – agire anche sulle cause che sono alla base di queste situazioni e individuare le responsabilità, dal momento che ogni struttura che abbia tra le sue funzioni quelle di accoglienza e di presa in carico della persona deve non solo garantire la dignità e avere un’etica di comportamento, ma soprattutto deve rispondere a standard di qualità necessari per ottenere l’autorizzazione e se questi non sono rispettati, ne deve rispondere anche chi non ha fatto le necessarie e periodiche verifiche».

Un recente caso emblematico poi, ricordato dall’esponente di Cittadinanzattiva, è quello riguardante una struttura per anziani di Roma, ancora attiva, nonostante il Municipio avesse già emesso un’ordinanza di chiusura nel maggio scorso. «Fortunatamente – commenta Aceti – questi casi non rappresentano la regola, ma è necessario dare alle persone strumenti per scegliere con cura la struttura per i propri familiari. Spesso, infatti, è impossibile scegliere dove far accogliere i propri familiari e si acconsente al ricovero “per necessità”, cedendo al primo posto disponibile, quando l’assistenza domiciliare è esigua, il fabbisogno troppo oneroso per la famiglia e le liste d’attesa molto lunghe». «A questo – conclude Aceti – si aggiunga che gli standard di “protezione e assistenza” variano fortemente da Regione a Regione».

Sono dunque l’eterogeneità delle normative, la frammentazione delle responsabilità e il principio della delega nei controlli – rimpallata tra Comuni, ASL e Regioni -, che troppe volte rendono fertile il terreno per episodi di abbandono, trascuratezza e scarsa qualità dell’assistenza. In tal senso, le segnalazioni ricevute nel 2012 dal Servizio di Consulenza e Tutela del Tribunale per i Diritti del Malato-Cittadinanzattiva (PiT Salute), mostrano appunto l’inadeguatezza dell’assistenza medico-infermieristica (+5% nel 2012, con il 21,7% delle segnalazioni).
Su un altro versante, poi, dai dati dell’Osservatorio Civico sul Federalismo in Sanità dello stesso Tribunale per i Diritti del Malato-Cittadinanzattiva, è emerso come vi siano Regioni (la Lombardia) che parlano di un’assistenza infermieristica da garantire sulle ventiquattr’ore, mentre in altre (ad esempio Campania o Marche), si stabilisce una copertura di un certo numero di ore, senza accennare all’assistenza continua; altre ancora, infine, ritengono sufficiente un infermiere ogni dodici ospiti nelle strutture ad elevato carico assistenziale (Veneto) o un infermiere professionale ogni quindici ospiti nel nucleo demenze (Umbria). (S.B.)

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: cnamc@cittadinanzattiva.it.

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