La violenza silenziosa sulle donne con disabilità

«Leggendo dei casi ripetuti di violenza – scrive Franco Bomprezzi -, spesso clamorosi e crudeli, riportati dalle cronache recenti, sentivo che mancava sempre qualcosa, qualcuno. Le donne con disabilità, e le donne che accudiscono persone con disabilità grave. Il loro silenzioso rapporto con l’universo maschile è spesso un muro dietro il quale si vivono piccole e grandi violenze, non soltanto affetto e comprensione, riconoscenza e rispetto»

Donne con disabilità in primo piano, tra tante persone che manifestanoRiflettevo nei caldi giorni di mezzo agosto sulla solitudine e sulla difficoltà che incontrano spesso le persone con disabilità quando vogliono rivelare i segreti custoditi più gelosamente, quelli legati alla sfera intima della vita, ai sentimenti, ai comportamenti degli altri. Pensavo poi alla responsabilità che noi maschi abbiamo nei confronti delle donne, leggendo dei casi ripetuti di violenza, spesso clamorosi e crudeli, riportati dalle cronache. E sentivo che in questi racconti mancava sempre qualcosa, qualcuno. Le donne con disabilità, e le donne che accudiscono persone con disabilità grave. Il loro silenzioso rapporto con l’universo maschile è spesso un muro dietro il quale si vivono piccole e grandi violenze, non soltanto affetto e comprensione, riconoscenza e rispetto.

Ho proposto altrove, in una mia riflessione generale, di dedicare il Ferragosto alle donne, perché quella giornata così carica di bilanci, a metà dell’estate, quasi un “ultimo dell’anno rovesciato”, ci spinge spesso alla malinconia, non alla gioia; al ricordo nostalgico, alla resa dei conti con le nostre esistenze, sperando che arrivino presto i fuochi d’artificio a squarciare il cielo nero della notte e a riempirlo di botti capaci di infondere stupore e allegria.
Le donne sono pazienti, tenaci, subiscono quasi sempre per lungo tempo prima di reagire, e quando la misura è colma, cercano una dignitosa libertà dalla violenza e dalla sopraffazione. In quel momento corrono il rischio maggiore di una pena definitiva, inflitta da maschi padroni, incattiviti dallo sgarbo, dal rifiuto, dalla mancata sottomissione.

Ebbene, questo scatto di libertà molto spesso non è consentito alle donne con disabilità, o alle mamme di persone con disabilità. Non se lo possono permettere.
Ho letto dunque con curiosità, qualche tempo fa, dell’iniziativa segnalata sulle stesse pagine del nostro giornale dalla bella intervista di Simona Lancioni del Gruppo Donne UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) a Rosalba Taddeini, che in questi mesi ha lanciato a Empoli (Firenze), in collaborazione con l’AIAS (Associazione Italiana Assistenza Spastici), uno sportello contro la violenza sulle donne con disabilità.
Si tratta di un’iniziativa dell’ Associazione Frida – Donne che sostengono donne che mi pare sia unica nel suo genere. Bella e coraggiosa l’analisi dello specifico campo di azione. Il Progetto Aurora, infatti si propone «l’acquisizione della consapevolezza dei propri diritti, da parte delle donne vittime di violenza domestica, e della sottrazione dalla “dipendenza dall’attività di cura” a tutto campo. La finalità è quella di riequilibrare la condizione di svantaggio femminile, di rimuovere la multidiscriminazione, creando uno spazio in cui esprimere liberamente il pensiero, il confronto e la crescita di consapevolezza delle donne con disabilità fisiche e sensoriali, che vivono condizioni di violenze, abusi e violazione dei diritti umani. Nel dettaglio, il target del progetto è costituito da: donne con disabilità fisiche e sensoriali sottoposte alla violenza; donne con riduzione dell’autonomia fisica, mentale e sociale, causata da violenza domestica; donne vittime di violenza sessuale coniugale (correlazione tra “l’attività di cura” e la sottomissione alla sessualità maschile)».

Ecco, forse in questo momento, gradualmente, una situazione di violenza e di discriminazione potrebbe venire superata, lavorando sulla cultura, sulla condivisione, sulla rete delle solidarietà. Ma noi uomini qualche domanda ce la dobbiamo fare. La questione ci riguarda anche quando non siamo violenti. Non è sufficiente chiamarsi fuori dalle responsabilità.

Direttore responsabile di «Superando.it».

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