Libertà di scelta, senza colpevolizzazioni

Diamo spazio a un ulteriore contributo sul dibattito in tema di bioetica, aborto e disabilità, avviato da qualche settimana sul nostro giornale. «Se vogliamo liberare veramente la donna nello scegliere la maternità – scrive tra l’altro Katia Pietra – occorre liberarla anche dai pregiudizi, dagli stigmi negativi e dai sensi di colpa per quel “potenziale essere” magari imperfetto»

Ombra di donna di profilo, che rifletteNel confronto di idee in tema di aborto e bioetica apertosi nello scorso luglio in «Superando.it», che ha preso spunto dalla pubblicazione del documento intitolato L’approccio bioetico alle persone con disabilità, recentemente prodotto dal Comitato Nazionale di Bioetica della Repubblica di San Marino, vorrei aggiungere alcune mie considerazioni.
Premettendo l’autodeterminazione della donna e il diritto di gestire il suo corpo e la sua vita, riprenderei la frase e il concetto base dell’articolo di Chiara Lalli [“Ma l’aborto è una discriminazione verso i disabili?”, N.d.R.], ovvero che «interrompere una gravidanza riguarda le persone “potenziali” e non implica necessariamente un giudizio su quelle “attuali”». Ebbene, nell’assunto nulla da eccepire. Ciò che ancora non è, non può essere paragonato a qualcosa che è, cioè una persona. Eppure, in questa definizione può nascondersi altro. Si nascondono le proiezioni delle aspirazioni, dei desideri, dei sogni per il futuro, come cioè si immagina la “potenziale” persona.
E qui è il tema, sulle “attuali” persone con disabilità, su come vivono, sulle scelte che fanno e che possono fare, e su come poi vengono percepite e “vissute” dalla società. Se infatti nell’immaginario la “potenziale” persona disabile è l’“infelice”, “dipendente” e appunto “senza potenziale”, non c’è scelta se non quella morale e, diciamolo, religiosa.

È qui la sfida: mostrare il “potenziale” immaginario del futuro “essere che sarà”, ma in àmbito laico, togliendo il tema morale. Non lasciando sole le famiglie, ma soprattutto le donne.
In questo la società civile ha delle grosse responsabilità, perché non è secondo me accettabile dover dire che «viene sottovalutato l’impatto che la presenza di una persona con disabilità può avere sulle famiglie. Queste famiglie sono spesso abbandonate in situazioni drammatiche. Solo per citare un dato: a oggi il Fondo per le Non Autosufficienze per il 2014 è pari a zero. Su quali spalle ricadrà l’assenza dello Stato [se, come è già successo nel 2012, esso non verrà finanziato, N.d.R.]? Mi sembra che si faccia un po’ in fretta a dire “vogliono il figlio sano” con quel tono di accusa e senza valutare il contesto» [parole pronunciate da Simona Lancioni, N.d.R.].
In pratica, “noi Stato” diciamo: «Se proprio lo vuoi ti arrangi, ti ho dato la possibilità di non averlo, l’hai tenuto, io Stato non c’entro», ed è in questa solitudine che spesso non c’è scelta, con la persona (non persona) “potenziale” già doppiamente svantaggiata e se vogliamo discriminata. Cosicché la donna che sceglie di “tenerlo nonostante tutto” e che non lo fa per morale religiosa, spesso non viene capìta e a volte colpevolizzata e lasciata ancor più sola.
Anche in questo ravviso discriminazione, in questo caso contro la donna che viene giudicata. Se vogliamo infatti ribadire – giustamente – la libertà di scelta della donna, occorre considerare anche lo stigma negativo che la società pone nella scelta di far nascere una persona con una disabilità. Sono tipiche frasi come «vuoi mettere al mondo un infelice», «avrà il destino già segnato», «condanni te e la tua famiglia a occuparti di lui per tutta la vita», frasi che sollecitano a decidere, come scelta ovvia e obbligata, anche per ricevere comprensione e approvazione.

È dunque proprio in àmbito laico che vorrei collocare il documento su bioetica e disabilità, prodotto dal Comitato Sammarinese di Bioetica, perché nei termini morali cattolici non c’è dubbio, e chi è praticante ha una sola scelta. Ma se vogliamo riflettere senza l’aspetto della dottrina religiosa, liberando invece veramente la donna nello scegliere la maternità, occorre liberarla anche dai pregiudizi, dagli stigmi negativi e dai sensi di colpa per quel “potenziale essere” magari imperfetto.
La scelta è la maternità e il nostro ruolo di persone “attuali” è proprio questo, liberare la società da questi pregiudizi e al contempo ricordare che come società ci siamo dati proprio tra i princìpi costituzionali l’impegno a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (articolo 3 della Costituzione).

Referente del Comitato di Coordinamento Pavese per i Problemi dell’Handicap. Donna con disabilità.

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