“Normalità” è la parola chiave

«Ai nostri ragazzi con disabilità – scrive Giuseppe Felaco – non pesano tanto le problematiche della disabilità in sé, quanto le difficoltà che incontrano nell’habitat in cui vivono e nella costruzione dei rapporti con gli altri. Realizzare quindi un habitat di normalità nell’ambiente in cui si vive e costruire i rapporti interpersonali sono i due punti fermi sui quali lavorare, magari iniziando dal vicino di casa, nel proprio condominio»

Ragazzina con disabilità insieme a compagne di scuolaL’abbiamo dimenticata, l’antica ricetta che preparava alla vita i ragazzini! Sì, erano proprio loro a dare armonia e vita a tutti i condomìni del mondo; quelle chiassose e variegate frotte di ragazzini, di ogni età, col loro modo di discutere a voce alta, li portava spesso a venire alle mani, per poi fare pace dopo un minuto.
Una volta “non c’erano i disabili” nei condomìni o forse non se ne distingueva la differenza: erano considerati “dei nostri”, ci si apparteneva l’un l’altro, come in una grande famiglia. Non si usavano appellativi discriminanti per i ragazzi in difficoltà, nel condominio tutti si chiamavano per nome; perché c’era la conoscenza, e tutti erano coinvolti nel gioco di quella metamorfosi che ogni primavera avveniva, e rivelava il risveglio alla vita in una manifestazione di sentimenti.

Ho detto “era” perché oggi nei condomìni non si gioca più, anzi è addirittura vietato: si deve fare silenzio. Ora, per sentirsi in armonia con se stessi e col mondo che ci circonda, non serve più l’antica ricetta. È stato svalutato il gioco, a vantaggio di occupazioni definite “più utili” e “più importanti”, come imparare e accumulare il sapere.
Accumulare il sapere! Imparare! È dunque solo questo ciò che conta? Adesso per il gioco vengono ritagliati spazi e determinati i tempi, che molte volte sono una semplice “ricompensa” successiva a continui compromessi. Dal canto mio, sono dell’opinione che sviluppare una maggiorare capacità di interagire con il mondo rimanga tuttavia sempre il punto chiave per eccellenza, se si vuole avere la possibilità di conoscere l’altro e sperimentare attraverso le emozioni – di una distanza che si colma – l’armonia con se stessi e col mondo con il quale e nel quale si interagisce.
«Vivere non è rassegnarsi!». Si deve semplicemente aprire gli occhi e vedere. E vedere significa paradossalmente che ai nostri ragazzi con disabilità non pesano tanto le problematiche della disabilità in sé, quanto le difficoltà che incontrano nell’habitat in cui vivono e nella costruzione dei rapporti con gli altri.

La “normalità”, questa è la parola chiave! Realizzare un habitat di normalità nell’ambiente in cui si vive e costruire i rapporti interpersonali: ecco i due punti fermi sui quali lavorare, magari iniziando dal vicino di casa, nel proprio condominio. E non si deve presentare ciò come un problema da affrontare, ma come un’“opportunità economica” da prendere a volo. Neppure uno dei ragazzi si sentirà vittima, né inferiore, ne sarà un’azione dequalificante, ma tutti avranno il vantaggio di avere un po’ di soldi in tasca e la convinzione di aver fatto una cosa giusta.
Non serviranno i professionisti per portare avanti questo progetto, ma solo dei semplici compagni, “coetanei”, pronti ad accogliere e a festeggiare. Sicuramente si dirà che è «un rapporto finto», che «l’amicizia non si paga». E tuttavia, mi si creda, vale la pena provare. La storia insegna che gli amici sono stati sempre “l’antidoto” all’isolamento e “speciali maestri” nello spingere a interagire con il mondo e nel mondo, rendendo così possibile anche l’impossibile.

Genitore.

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