Un’amara, quasi inconfessabile verità (scritta assai male)

«Quella suora – scrive Franco Bomprezzi – che a Casamicciola d’Ischia ha esposto un avviso talmente ingenuo, da apparire brutalmente offensivo, ha in realtà scritto un’amara, quasi inconfessabile verità, che sottolinea quanto ancora sia imponente il lavoro di costruzione culturale da fare, nei confronti della disabilità. Non prendiamocela con lei. Guardiamo dentro di noi»

Avviso apparso nei primi giorni di settembre 2013 sulla porta di un asilo a Casamicciola, nell'Isola di Ischia (Napoli)

L’avviso apparso nei giorni scorsi sulla porta di un asilo a Casamicciola, nell’Isola di Ischia (Napoli)

Tutti a scagliare la prima pietra contro suor Edda, colpevole di aver affisso nei giorni scorsi sulla porta dell’asilo a Casamicciola, nell’isola di Ischia (Napoli), un avviso talmente ingenuo (lo si veda riprodotto qui a fianco), da apparire brutalmente offensivo: «Si comunica che domani 5 settembre la scuola è chiusa per tutti perché c’è la giornata per i disabili… sono molto malati quindi i bambini si impressionano. Grazie La Direzione». Un cartello che ha fatto il giro del web, scatenando reazioni indignate e richieste di chiarimento, un piccolo terremoto, degno del resto di Casamicciola.

Avevamo pensato di stendere un velo pietoso su questa notizia, confidando nel buon senso generale. Era del resto evidente che si trattasse di una gaffe, determinata dal desiderio in buona fede di evitare situazioni di disagio, senza rendersi conto – la sventurata suora – di suscitare un clamore ben peggiore.
Mi rendo conto invece che in realtà suor Edda ha solo scritto un’amara, quasi inconfessabile verità. E infatti, quando ha chiarito il senso del suo scritto, rammaricandosi ovviamente per avere affisso un cartello così orribile nel suo messaggio elementare, ha ricordato come un anno fa, in analoga circostanza (ossia una giornata di svago sull’isola per un gruppo di bambini con disabilità provenienti da Lago Patria, in Campania, dove è attivo un gruppo di volontari vincenziani), i bambini dell’asilo si impressionarono e piansero, e i loro genitori protestarono per questa situazione a loro giudizio lesiva della serenità dei piccoli frugoletti locali.
Questo è il fatto vero del quale si dovrebbe parlare, per cercare di capirne le ragioni, non fermandosi a indicare (con l’immancabile coro di indignazione) la suora e l’asilo come responsabili di una comunicazione politicamente e moralmente scorretta.

Ci sono almeno due riflessioni da fare. Succede spesso, non solo al Sud, che vengano organizzate gite o brevi soggiorni per gruppi di persone con disabilità che hanno bisogno di essere accuditi e accompagnati, non essendo in grado di gestirsi in piena autonomia. Sono spesso le iniziative del volontariato, delle associazioni che vivono nei territori, che si prendono cura delle persone più sole e meno in grado di avere momenti di svago e di allegria. Una gita di gruppo spesso è l’unico ricordo degno di questo nome che resterà per un anno intero, indelebile nella memoria dei ragazzi disabili e fonte di soddisfazione anche per i volontari che riescono a garantire questo momento di vita “normale”.
Ma quando la disabilità, esteticamente ed emotivamente, va a impattare con un ambiente che non è stato adeguatamente preparato, nella quotidianità, a convivere con le diversità, e con le molteplici forme, fisiche e intellettive, che la disabilità comporta, è quasi inevitabile che si verifichino situazioni di conflitto (si leggano a tal proposito, su queste stesse pagine, le riflessioni di Lelio Bizzarri e Maria Luisa Gargiulo), che spesso rimangono sotto traccia, ma ogni tanto emergono in superficie, quando, come nel caso di Casamicciola, i genitori si inalberano e protestano.

La prima cosa da fare, dunque, è costruire sempre, nel tempo, una cultura dell’accoglienza e della normalità. Una cultura di questo genere ancora non c’è, non esiste, è fragile e comunque rischia di franare di fronte a singoli episodi.
La seconda riflessione è che non dovrebbe essere necessario concentrare in gruppi numerosi le persone con disabilità, quasi una “selezione della specie”, per accompagnarle in gruppo nella vita. È quando la disabilità si fa quasi “invisibile” che riesce a far breccia anche negli ambienti più refrattari, come qualsiasi corpo estraneo, o vissuto come tale.

C’è dunque un lavoro imponente di costruzione culturale da fare, e forse a suor Edda bisognerebbe dare un premio, una carezza, un abbraccio fraterno: nella sua impareggiabile cialtroneria lessicale ha scritto un’amara verità. Non prendiamocela con lei. Guardiamo dentro di noi.

Direttore responsabile di «Superando.it».

Stampa questo articolo