Ma ha sempre senso discutere delle protesi sportive?

«Certo – scrive Claudio Arrigoni, riflettendo sugli strabilianti risultati ottenuti da Oliveira, velocista brasiliano con disabilità – occorrono regole più precise di quelle attuali, in un mondo che sta già testando nuove protesi più potenti del piede umano, ma di fronte al sorriso del piccolo Rio Woolf, bimbo anch’egli con una protesi di cui va fiero, ha sempre senso continuare a discutere di lunghezze e di materiali?»

Rio Woolf imita Alana Fonteles Oliveira in TV

Il piccolo Rio Woolf imita il gesto in TV di Alan Fonteles Cardoso Oliveira

Nella foto a fianco c’è quel sorriso lì, quello del piccolo Rio Woolf. Ha 5 anni e per una rara sindrome a 14 mesi gli hanno amputato una gamba. È lì, davanti al televisore, la protesi da corsa bene in vista, in posa con pollice e indice a formare una L, imitando il gesto di Alan.
Mancano pochi minuti alla finale dei 200 metri T44, gli amputati alle gambe sotto il ginocchio (quella in cui ci sarebbe stato Oscar Pistorius, per capirci), ai Mondiali di Atletica Paralimpica a Lione, nel luglio scorso.
Il brasiliano Alan Fonteles Cardoso Oliveira di lì a poco avrebbe vinto con lo strepitoso tempo di 20”66. A Londra 2012 era stato il primo paralimpico a battere Pistorius sui 200 metri. Ora Oliveira è il nuovo campione, migliorando quel suo tempo di 79 centesimi. E il 28 luglio a Londra, in occasione delle celebrazioni a un anno dall’evento del 2012, ha corso i 100 metri in 10”57, nuovo record. Strabiliante.

Alan Fonteles Cardoso Oliveira è il nuovo che avanza dello sprint paralimpico. Oltre Oscar Pistorius, che alla sua età non correva come lui. Ha vent’anni. Aveva pochi giorni e gli amputarono le gambe per un’infezione intestinale. Ha corso con protesi di legno sino ai 15 anni. A 16 una fondazione americana, la CAF (Challenged Athletes Foundation), gli ha fornito quelle in fibra di carbonio. Un anno dopo era a Pechino (penultimo nella finale dei 200 metri con 24”31, Pistorius primo in 21”67).
Oliveira sarà il poster boy della Paralimpiade di Rio nel 2016. L’eredità di Pistorius è sua. «SportMedia Magazine» lo ha inserito al diciassettesimo posto fra gli atleti più marketable, “vendibili” del mondo.

Ed ecco che si riaprono le discussioni, le stesse che avevano coinvolto Pistorius all’inizio della sua carriera. Quanto contano le protesi? Vanno migliorate le regole? Perché le protesi di Oliveira, come quelle degli altri atleti amputati, sono nelle regole del Comitato Paralimpico. Rientrano in quella che potrebbe essere l’altezza, se ci fossero entrambe le gambe naturali, con calcoli che partono dalla lunghezza delle braccia.
Non confondiamoci: non vuol dire che ogni atleta possa correre con atleti normodotati. Andrea Giannini, ex azzurro che ha allenato Pistorius quando era in Italia, è convinto ad esempio che «ora sarà più difficile» e lo argomenta bene con una bella riflessione nel suo sito. Tra l’altro, nella sentenza che permise a Pistorius di farlo, si scriveva: «Va deciso caso per caso». Quindi non è un problema di integrazione con lo sport olimpico.

Alan Fonteles Cardoso Oliveira e Rio Woolf allo Stadio di Londra, 28 luglio 2013

Oliveira tiene in braccio il piccolo Rio allo Stadio di Londra, in occasione delle celebrazioni a un anno da Olimpiadi e Paralimpiadi, il 28 luglio scorso

Oliveira, poi, è uno di quelli che, almeno per ora, dice: «Non mi interessa correre all’Olimpiade». Il suo posto, quindi, sembra sia nel movimento paralimpico, anche se altri parlano diversamente (Richard Browne, ad esempio, amputato a una gamba) e lui stesso vorrebbe gareggiare con i “normodotati” in Brasile. Occorre però che ci sia chiarezza anche all’interno di questo, perché non si perda credibilità.
Vengono in mente a questo punto le polemiche di Pistorius dopo Londra (ma in verità anche molto prima). Rapido riepilogo. Pistorius: «Le protesi che usa Alan gli danno troppa altezza». Craig Spence per l’IPC, il Comitato Paralimpico Internazionale: «È tutto nelle regole, le protesi vengono misurate». Pistorius: «Bisogna rivedere le regole».
Già nel 2011, del resto, dopo i Mondiali in cui aveva vinto quattro medaglie d’oro, Pistorius aveva posto la questione “lunghezza protesi” al Comitato Paralimpico Internazionale e l’aveva riproposta tre volte nel marzo del 2012 e ancora nel luglio successivo. Pistorius si è poi scusato dei tempi, ma non della sostanza. Lui non aveva mai cambiato protesi dal 2004, obbligato anche dal Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS), se avesse voluto correre fra gli Olimpici. A livello paralimpico avrebbe potuto farlo, ma cambiando protesi e tipo di allenamento, a seconda di dove correva.

Altre parole vengono in mente. Quelle pronunciate da Hugh Herr, uno dei migliori ingegneri biomeccanici del mondo, professore al MIT di Boston, a Bergamo Scienza 2008. «Fra vent’anni – aveva detto – non si potranno più fare gare con normodotati e biamputati insieme. Stiamo testando protesi “attive” che saranno più potenti del piede umano, attive e non passive come quelle che ci sono ora». Si tratta delle powered prostheses, robotiche.
Lo sport paralimpico porta dunque a riflessioni etiche. Fino a che punto è giusto spingersi? Lo studio delle protesi sportive serve da “traino per la vita”, come la Formula 1 per le utilitarie. Provocazione (forse) sulla testata «Guardian»: «In un mondo transumano, sarà disabile chi non avrà protesi».
Si può però fermare la scienza? Impossibile e probabilmente ingiusto. Ma occorrono regole, più precise delle attuali. Ci sono tanti pensieri che girano intorno alla corsa di Oliveira. Come accadeva per Pistorius, che poi si accertò che vantaggi non ne aveva e che semmai erano svantaggi.
E poi c’è quel sorriso lì, quello di Rio, che mostra fiero la sua protesi, vedendo Alan su Channel 4 e incontrandolo a Londra prima e dopo una gara. Con quella protesi gioca al parco con i suoi amici e la mostra senza vergogna, con orgoglio e gioia. Perché ce l’hanno Alan e Jonnie (Peacock, giovane sprinter amputato inglese).
E allora è anche legittimo chiedersi se tutte queste discussioni e quelle domande su lunghezze e materiali, alla fine, abbiano un senso.

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Il sorriso di Rio per Alan. Ha senso discutere sulle protesi sportive?”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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