Riso e rispetto vadano a braccetto

«Sin dove spingersi – scrive Malafarina, a sua volta persona con disabilità – nello scherzare con, oppure “su”, una persona con disabilità? Chi stuzzica deve intuire fin dove arrivare e chi ne è bersaglio deve essere dotato di un po’ di flessibilità. Il tutto sulla base del rispetto reciproco. Questione di comprensione, un bisogno comune»

Disegno di Altan per DM n. 118 (maggio 1995) (© Quipos)

Disegno realizzato da Altan nel 1995, per il numero 118 di «DM», rivista nazionale della UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare) (© Quipos)

«È più scemo di mio figlio Claudio». M’imbatto in questa frase e mi domando quale genitore possa esprimere tanto disprezzo verso un figlio. Un personaggio storico, lo vedremo più avanti, ma se lo dicesse per ridere?
Inizio a rovistare nell’esperienza per capire sin dove spingersi nello scherzare con – oppure su – una persona con disabilità. Se lo scherno e la parodia fanno la fortuna di comici e imitatori in faccia a noi che li guardiamo e, sovente, diventano modalità per sostenere lo stare insieme – chi non fa pettegolezzo dei difetti del capo (che leggendo spero non mi licenzi)? -, penso che se uno non si burla di me, forse mi discrimina. Ritorno con la mente alla pausa estiva e scrivo per aiutarmi a capire.

È sera, pieno agosto e non mi sento molto bene. Non parlo e odo galleggiando fra il ruolo di “silente gran saggio” e di “dormiente malaticcio”. Intorno a me si parla della giornata e viene fuori il ritratto di questo ragazzo che vanta la partecipazione ai funerali di Michael Jackson e frequentazioni da fare stizzire Paris Hilton. C’è chi ne imita il linguaggio trabordante e incompiuto e la performance scatena ilarità. Io ascolto divertito sinché non salta fuori che il tipo è sordo.
Smetto di sorridere. Non trovo nulla di comico in una persona che ha un difetto che lo porta a un certo comportamento, verbale e intellettivo. Forse quel ruolo da “star di paese” servirà a concedergli quella celebrità, quell’uscita dall’anonimato e, forse, dall’emarginazione, altrimenti preclusa, ma a quale prezzo? Quello dell’effimera ammirazione della gente e della demolizione di sé. Ma se a lui va bene così, c’è da chiedersi perché e se non sarebbe più edificante coinvolgerlo nel tessuto sociale (ri)costruendo da quel personaggio una persona. Basterebbe scherzare con lui, non di lui.

Ho un amico medico che questo agosto ho sentito spesso per telefono canzonandoci regolarmene. Lui non esita a prendermi in giro anche per la mia disabilità e io non lesino battute sui suoi difetti. Quando qualcuno ci vede resta disorientato. Non è tanto il fatto che io scherzi con lui, ma che lui lo faccia con me. La gente è atterrita dal preconcetto che una persona in carrozzina venga burlata perché è disabile e non importa se chi si comporta così è uno stimato professionista che ben conosce il mondo, e il linguaggio, della disabilità.
Spero che questa gente non sia la stessa che quando vede una persona in carne o esteticamente brutta si sprechi in battute o risatine. Il problema non è ridere di un difetto, ma porsi nei confronti dell’interlocutore. Mi irriterebbe se qualcuno mi sfottesse per offendermi o “facesse il simpatico” per ridere di me. Non mi disturba affatto, invece, scherzare del mio corpo e dei miei difetti, fisici e caratteriali, perché questo mi umanizza. Mi strappa al rischio di restare “statuina da casa delle bambole”, buona solo per essere accudita. L’ironia pretende rispetto.

Agosto, anni fa, e un mio cugino deve prenotare al ristorante per telefono, tutelandosi che non ci siano barriere data la mia presenza. Imbarazzato sui termini, spiega che c’è un cliente “disabilitato”. “Handicappato” guastava e “disabile” non gli veniva. Quest’anno esperienze analoghe, e realizzo che ci sono persone che non percepiranno mai la terminologia giusta. È quella gente che ha sempre usato altre modalità espressive, per altro spesso corrette nel loro tempo e contesto. Non è cattiveria la loro, è attitudine. Come reagiscono all’ironia sulla disabilità? Per esperienza con iniziale disapprovazione, poi, se gli si spiega, capiscono.
Mi resta aperta la questione del limite: so che quello che mi dice il mio amico medico farebbe male a un’altra persona in carrozzina. Il limite, quindi, mi convinco sia relativo e dipenda dalle persone. Chi stuzzica deve intuire fin dove arrivare e chi ne è bersaglio deve essere dotato di un po’ di flessibilità. Il tutto sulla base del rispetto reciproco. Questione di comprensione, un bisogno comune.

Oggigiorno, forse, anche Antonia minore, figlia di Marco Antonio, sorella di Augusto, primo imperatore romano, e vissuta due millenni fa, capirebbe. Lei era figlia del suo tempo e, appunto, per lei (cui è attribuita la frase iniziale) dire, senza barlume di ironia, «è più scemo di mio figlio Claudio» era normale per designare dal suo punto di vista una persona incapace. Che poi quel Claudio diventerà un apprezzabile imperatore, in barba a qualche deficit fisico, altro che incapace…
Estate passata, riflessioni fissate e son sempre più convinto che riso e rispetto vadano a braccetto.

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “La delicata linea fra ridere e deridere”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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