Quelli che restano laggiù

«Nascere da una parte o un’altra del mondo – scrive Rosa Mauro – può fare un’enorme differenza per chi è “normale”, “abile”, ma quanta ne fa per chi nasce, o diventa, parte di una “categoria svantaggiata”? Sono quelli che restano in Africa, quelli che hanno troppi anni e non possono ormai più camminare, quelli che si sono ammalati, e non possono sentire, o vedere, o respirare normalmente»

Persone africane; in primo piano due persone in carrozzinaE così, i tanti morti di Lampedusa di queste settimane saranno presumibilmente sepolti in Italia, con tutti gli onori. Un modo facile, comodo, di lavarsi la coscienza. Un modo – legato in parte all’inconscio – di pacificare quei morti, di far tacere quelle urla silenziose che hanno accompagnato quelle persone negli ultimi minuti, nelle ultime ore della loro vita.
Perché il mare ha memoria, e bisogna calmare quella memoria, non solo per questi morti, ma per tutti quelli che in questi anni hanno perso la vita in quel viaggio per la vita che ha portato solo in fondo ad esso.
E così c’è il grande esorcismo collettivo del pianto e delle parole, di uno, di venti, di centomila. Nei giorni scorsi ne hanno parlano tutti, di quei morti. E invece io voglio parlare dei vivi. Ma non di quelli nei centri di accoglienza, che certo meritano le parole, ma di qualcuno che li conosca meglio di quanto posso fare io.
Voglio parlare dei vivi che restano in quel Paese lontano e insanguinato, la Somalia. Ce l’eravamo quasi dimenticata, la Somalia, come dimentichiamo sempre i Paesi dell’Africa, dove il nostro egoismo ha portato armi, guerre e morte. Ne parliamo per un poco, poi passiamo ad altro, a programmi televisivi come il Grande Fratello, o a “grandi perseguitati” dalla giustizia, almeno secondo quanto pensa parte del popolo italiano.
Ma i Somali non possono dimenticare. E c’è chi proprio non può partire, non può affrontare quella lunga marcia che solo a volte porta alla vita. Cosa fanno, infatti, come vivono i disabili, i ciechi, i mutilati, in terra di guerra, in terra di fame e di carestia?

Chi scrive è stata qualche giorno senza il suo medicinale salvavita, arrangiandosi con una formulazione meno efficace [di tale questione si legga anche nel nostro giornale, N.d.R.]. Meno di una settimana, ed è sembrata una eternità. E ora non posso fare a meno di pensare a coloro che aspettano una medicina che non arriverà, che stanno in ospedali di fortuna sotto le bombe. Persone che vivono in villaggi spopolati, perdendo la vista per patologie che qui sarebbero curabilissime, praticamente abbandonate a loro stesse.
Chi pensa a loro in questi giorni? Quante parole saranno spese per chi resta?

Nascere da una parte o un’altra del mondo può fare un’enorme differenza per chi è “normale”, “abile”, ma quanta ne fa per chi nasce, o diventa, parte di una “categoria svantaggiata”? Intere masse di giovani, uomini e donne, camminano nel deserto per arrivare a una costa, senza quasi mangiare e a volte schiavizzati da quegli stessi uomini che, dopo averli illusi, li getteranno in mare in vista della chimerica costa italiana. Sono masse forti e favorite per la sopravvivenza, eppure nella loro terra non possono rimanere. Ma gli altri restano, quelli che hanno troppi anni e non possono ormai più camminare, quelli che si sono ammalati, e non possono sentire, o vedere, o respirare normalmente.
Nessuno ne parla – a parte, a volte, le pubblicità per le ONLUS – e del loro destino non importa, veramente, a nessuno.
Ma un mondo dove non c’è posto per i disabili, e per gli anziani, è un mondo senza speranza, dove gli uomini sono tornati ad essere “specie”, e non sono più una civiltà.
E allora la vita torna solo ad essere lotta per la sopravvivenza, e nemmeno dai sopravvissuti sentirete parole per coloro che saranno stati necessariamente lasciati indietro.

E la colpa di chi è? È di tutti, e non è qualunquismo, ma è proprio così. È di chi di fronte agli sbarchi, non riesce a preoccuparsi se non per il fatto che «questi non ci tolgano il lavoro». È di chi, da tempo, tratta l’Africa come un continente che fa notizia solo quando, letteralmente, si muove verso quel “primo mondo” che desidera solo sfruttarlo.
Ed è anche di noi, persone con disabilità, che certamente dobbiamo e possiamo occuparci dei problemi di casa nostra, ma che ogni tanto dovremmo ricordarci che non esiste solo il nostro “orticello”.
Ogni giorno, laggiù, qualcuno vede sparire suo figlio, suo nipote, la gente del suo villaggio. Li lascia partire sapendo che non torneranno, pregando di resistere un altro giorno, e a volte pregando invece di non dover resistere più.
Hanno smesso di pregare che qualcuno faccia il viaggio inverso e che dal mare, in grandi masse, arrivi da loro per salvare la loro terra. Sanno che – spesso – i pochi che arriveranno lo faranno invece per sfruttare, per possedere le loro ricchezze, per vendere ai loro carnefici le armi.
Perché chi vuole aiutare, quando c’è la guerra, non riesce a farlo, a raggiungerli, mentre i mercanti di armi, i trafficanti di morte, ci riescono sempre.

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