Non può certo bastare qualche centinaio di euro in più

«Uno Stato che viola tanto gravemente i diritti umani dei familiari che assistono le persone con disabilità – scrive Chiara Bonanno – non può cavarsela erogando oboli di qualche centinaio di euro al mese. È invece obbligato a fornire supporti assistenziali cospicui, per permettere al familiare caregiver di accedere ai più elementari diritti, come riposarsi, curarsi e mantenere una vita di relazione»

Particolare di viso femminile, con espressione di profondo sconfortoDa qualche mese a questa parte sta diventando “di moda” parlare di lavoro di cura e di caregiver familiare. Lo sapevamo e in un certo senso ce lo aspettavamo. Come purtroppo però ci attendevamo con timore, la “proposta risolutiva” che da più parti a livello politico e istituzionale si sta concretizzando, anche attraverso il fioccare di Proposte di Legge, Delibere Regionali e Comunali (ultime in ordine di tempo quelle in Lombardia e a Roma), è quella di riconoscere al familiare caregiver una certa somma economica per il suo lavoro.
Ebbene, chiariamo subito che questa “risposta” non coincide in nessun modo con le nostre richieste.

L’articolo 4 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo recita testualmente: «Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù». Ma in che cosa consiste la condizione di schiavitù?
L’articolo 600 del nostro Codice Penale la definisce come «quella situazione di soggezione continuativa che costringe un individuo a prestazioni lavorative che ne comportino lo sfruttamento. La riduzione o il mantenimento nello stato di soggezione ha luogo quando la condotta è attuata mediante […] abuso di autorità o approfittamento di una situazione di necessità, o mediante la promessa o la dazione di somme di denaro o di altri vantaggi a chi ha autorità sulla persona [grassetto dell’Autrice nella citazione, N.d.R.]».
Dunque, quando uno Stato costringe un cittadino a una logorante assistenza del proprio familiare, non rispettando le normali tutele obbligatorie in qualunque tipo di lavoro (il diritto al riposo, alla salute, a pause destinate alle relazioni sociali); quando qualcuno costringe a svolgere il lavoro di cura minacciando, qualora l’impegno divenga insostenibile, di sottrarre il proprio caro con disabilità per istituzionalizzarlo, quando l’amore diviene, per lo Stato, uno strumento di ricatto, questa altro non è che una condizione di schiavitù.

Occorre poi rilevare anche che un’enorme quantità di ricerche scientifiche svolte in tutto il mondo sulla condizione dei familiari caregiver ne ha decretato senza alcun dubbio la situazione di altissimo rischio sanitario, con un’aspettativa di vita inferiore anche di diciassette anni rispetto alla media e una notevole incidenza di patologie invalidanti da cui sono affetti.
E c’è di più ancora: se il familiare con disabilità necessita di un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale, in quanto rientra tra quelle disabilità certificate come gravi, la situazione del familiare caregiver può sfiorare l’aberrante condizione di tortura.
Quest’ultima, infatti, è un sistema di coercizione fisica e psicologica che utilizza frequentemente metodologie come la deprivazione del sonno, l’isolamento, il terrore, l’umiliazione e quando si costringe un familiare a vegliare notte dopo notte, nel terrore che qualcosa possa accadere al proprio caro, quando lo si isola da normali relazioni con i propri simili, quando lo si umilia con continue richieste e prassi burocratiche spesso inutili e vessanti, per ottenere supporti e sostegni minimi  mai notturni -, ciò che egli subisce è, senza alcuna esagerazione, una vera e propria tortura.

Uno Stato, quindi, protagonista di abusi così gravi rispetto ai diritti umani non può cavarsela erogando oboli di qualche centinaio di euro al mese. È invece obbligato, secondo accordi e regolamenti che ha sottoscritto con altri Stati, al rispetto dei diritti lavorativi e umani dei familiari che prestano lavoro di cura, e deve pertanto fornire supporti assistenziali cospicui, per permettere al familiare caregiver di accedere ai più elementari diritti, come riposarsi, curarsi e mantenere una vita di relazione.

Familiare caregiver, promotrice del ricorso per il riconoscimento del lavoro di cura, tramite il blog “La Cura Invisibile”.

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