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Nonostante tutto una diversa scuola è possibile

Classe scolasticaCentinaia di insegnanti, dirigenti scolastici, psicologi, medici, educatori professionali, pedagogisti, logopedisti, riabilitatori e genitori si sono dati appuntamento dall’8 al 10 novembre a Rimini, per il nono Convegno Internazionale La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, organizzato dal Centro Studi Erickson, durante il quale si sono svolte ben tre sessioni plenarie e ottantaquattro workshop di approfondimento.
Particolarmente interessante ci sembra la mozione finale scaturita dall’importante evento, intitolata semplicemente
Nonostante tutto, che pubblichiamo qui di seguito in versione integrale. In essa, tra l’altro, sono contenute numerose proposte e richieste provenienti dalla Proposta di Legge a suo tempo presentata dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per il miglioramento della qualità dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità.

Nonostante tutto*
I tremila insegnanti, dirigenti scolastici, operatori socio-sanitari associazioni presenti al nono Convegno Erickson La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, per quanto sembri strano, non sono affatto travolti da quella “crisi” che sembra provocare smarrimento di senso. Non siamo in crisi.
Nonostante tutto, continuiamo ad essere convinti che in questi momenti serva  il pensiero e non il lamento. Nonostante tutto, infatti, crediamo che abbia ancora senso inconfutabile l’idea e la pratica  che solo una scuola capace di accogliere tutti e di pensare al futuro per il loro ingresso nel mondo degli adulti, abbia titolo a chiamarsi scuola. Questo è ancora una volta necessario, ma soprattutto possibile, nonostante dieci anni di smantellamento dei valori fondativi della scuola per tutti e per ciascuno.
Nonostante la svalutazione sociale del bene educativo, nonostante la povertà economica in cui si sono ridotte le nostre scuole, nonostante il mito della selezione e della competizione, nonostante lo smantellamento del sistema pubblico dei servizi socio-sanitari.
Per questo è “normale” per noi ricordarci e ricordare a tutti che  i nostri alunni disabili sono “una parte della scuola e non una scuola a parte”.
Ogni volta che ci incontriamo, è anche l’occasione per mettere a fuoco i temi caldi della fase attuale, e ci facciamo carico sempre di elaborare proposte, senza la preoccupazione dell’esaustività.

1. Dare fiducia alla scuola
Il futuro del Paese è legato alla cultura e alla civiltà che sa produrre. Dare quindi, o meglio ridare, fiducia alla scuola non è uno slogan, ma un’esigenza strategica.
La fiducia riparte dal riconoscimento del ruolo sociale degli insegnanti e dal loro pregevole impegno. È il momento di fare un nuovo patto tra educatori e società. Dare fiducia significa, per esempio, considerare la formazione dei docenti come obiettivo strategico per la qualità. Formazione che deve quindi essere continua, obbligatoria, verificata, fondata sulla ricerca e la creatività professionale, senza dogmatismi e pratiche centralizzate. Per questo si plaude all’approvazione dell’articolo 16 del Decreto Scuola, che ha ufficialmente riconosciuto questo principio.
Fiducia nella scuola significa anche andare oltre una diffusa conflittualità, per valorizzare la responsabilità di tutti i soggetti dell’educazione, in una logica di comunità. Significa rinnovare continuamente un patto di alleanza con le famiglie, anche per immaginare insieme soluzioni per un futuro di autentica integrazione sociale.

2. Rispettare la normalità dell’autonomia
In questo decennio l’autonomia della scuola è stata soffocata da politiche autoritarie e centraliste. È indispensabile che in ogni atto della governance del sistema formativo sia rispettata e valorizzata la flessibilità, la territorialità orizzontale, la creatività professionale come leve della qualità. Ciò deve realizzarsi sia sul versante organizzativo (ad esempio con l’organico funzionale e di rete territoriale), sia su quello dell’autonomia didattica, per una flessibilità dei curricoli, degli insegnamenti, delle didattiche, come pratica effettivamente inclusiva, superando la tradizione trasmissiva, monodirezionale, per una pedagogia dell’eterogeneità, che offra a tutti non le stesse cose nello stesso momento, ma le cose giuste per tutti e ciascuno.
La nostra migliore tradizione educativa vede nella normalità della vita, nella scuola come nella società, il luogo dell’inclusione, dove le relazioni diventano comunità di coeducazione per tutti.

3. Dal conflitto alla mediazione
Si sta diffondendo in maniera preoccupante la pratica di gestione dei conflitti in sedi extrascolastiche. Ciò avviene sia nell’àmbito giuridico, sia in quello clinico.
La scuola non può essere ridotta a una disputa sui bizantinismi delle normative, né alla logica delle controparti. Altrettanto va contrastato il rischio di una diffusa medicalizzazione che riduce la persona a “sintomo” e si contrappone all’educativo con la cultura della terapia.
È  necessario invece costruire, con  nuove leggi, un sistema e luoghi di mediazione e conciliazione che mettano al centro decisioni a valore pedagogico e relazionale, che sono per noi la vera giustizia possibile. A tal fine si auspica che in uno dei Decreti Legislativi previsti dalla Legge di Delega, approvata il 7 novembre scorso dal Governo, siano  previste pratiche di mediazione a partire dai tentativi preventivi di conciliazione, da rendere obbligatori prima della via giurisdizionale.

4. Per una valutazione inclusiva
In merito alla contraddittoria azione dell’INVALSI [Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, N.d.R.], che ha prodotto l’esclusione di 200.000 alunni perché considerati “inadeguati” a scale internazionali comparative,  proponiamo maggiori pratiche valutative centrate sui processi, sui contesti, sulle relazioni, pensate in chiave formativa (e non competitiva) per migliorare la qualità della didattica inclusiva.

5. La questione dei BES: per una inclusione vera
Il nostro convegno ha registrato, come ovvio, un vivace dibattito sulle recenti Direttive Ministeriali [Direttiva Ministeriale del 27 dicembre 2012 e Circolare Ministeriale 8/13, N.d.R.] riguardanti la cosiddetta questione BES [Bisogni Educativi Speciali, N.d.R.], rilevando dialetticamente sia le potenzialità, sia le riserve critiche su un tema di grande delicatezza sociale e pedagogica.
Ci unisce comunque la comune passione inclusiva. Ben venga dunque una riflessione che allarghi questa passione a tutti gli alunni, considerando per ognuno potenzialità e rischi, ostacoli e facilitatori. Ma lo sguardo fondativo delle pratiche inclusive non può che restare pedagogico. Va affrontato costruttivamente il rischio di costruire nuove classificazioni che separino e producano un abbassamento delle attese per i ragazzi; mentre invece vogliamo promuovere la resilienza, valorizzare i talenti individuali e le potenzialità della comunità educativa.
Per questo è necessario che l’ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute, definita nel 2001 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], come modello bio-psico-sociale in chiave educativa, diventi il principale strumento di individuazione dei percorsi inclusivi per tutti e insieme la base per la gestione delle risorse economiche, del personale e degli strumenti.
L’inclusione avrà successo solo se si rispetterà e valorizzerà il protagonismo pedagogico della scuola, evitando ad essa burocratiche discussioni di forma e senza appesantimenti giuridici. Ricordando che la scuola ha un cospicuo patrimonio inclusivo che va oggi rilanciato e rispettato come la vera base di partenza per nuove e migliori pratiche inclusive per tutti e per ciascuno.

6. Per nuove risorse
Non sembri rituale questo richiamo: la scuola non ha bisogno, ma diritto a nuovi investimenti. Qui noi non ci lagnamo, siamo semplicemente critici per la condizione di povertà in cui si è ridotto il bene più prezioso di una società: l’educazione dei suoi figli.
Riconosciamo che nel recente Decreto Scuola vi sono, fortunatamente, segnali di inversione di tendenza. Diciamo semplicemente: ministra Carrozza, continui così, individuando con coraggio politiche di investimento che sappiano scegliere, che puntino all’inclusione come priorità per la qualità, che sappiano anche superare incrostazioni corporative e privilegi.
In particolare apprezziamo l’aumento in organico di diritto dei posti di sostegno, ma ricordiamo la necessità di rivedere la gestione contrattuale della mobilità dei docenti (di tutti gli insegnanti,  non solo dei sostegni) in una logica di organico funzionale di reti di scuole, per garantire continuità agli alunni.
Per migliorare, quindi, è indispensabile che:
a) Parlamento e Governo avviino e attuino la normativa sulla formazione iniziale di tutti i futuri docenti curricolari sulla didattiche inclusive, con non meno di 30 CFU [Crediti Formativi Universitari, N.d.R.], sia per il 1° sia per il 2° ciclo di istruzione;
b) sia concretamente attuata la formazione obbligatoria in servizio su tali didattiche, sia introdotto l’obbligo contrattuale di ore di programmazione settimanale comune tra i docenti coinvolti nei medesimi gruppi di alunni, oltre l’orario delle lezioni;
c) sia riaffermato l’impegno obbligatorio dei docenti curricolari nella presa in carico del progetto inclusivo degli alunni con disabilità, per evitare l’esclusiva delega all’insegnante di sostegno;
d) sia rispettato il tetto massimo di 20 alunni per classe in presenza di alunni con disabilità, come previsto dall’articolo 5, comma 2 del DPR 81/09.

Nonostante tutto crediamo che una diversa scuola sia possibile, non solo necessaria. Perché continuiamo a credere nell’insegnamento di Don Milani: «Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

*Mozione finale approvata al nono Convegno Internazionale La Qualità dell’integrazione scolastica e sociale, Rimini, 10 novembre 2013.