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La vittoria a metà di Alberto, giovane con autismo

Giovane con autismo dell'Associazione AGRABAHAlberto ha 20 anni ed è affetto da autismo. Ha da poco vinto la sua battaglia, quella di tornare a scuola, alla sede distaccata di San Vito dei Normanni dell’Istituto Professionale Morvillo-Falcone di Brindisi. Lo potrà fare almeno fino al 10 aprile del prossimo anno. A deciderlo è stato il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) della Puglia (Sede di Lecce), dopo che un provvedimento attuato dalla dirigente scolastica coinvolta, aveva negato di fatto l’iscrizione del ragazzo al quinto anno.
Alberto è quindi tornato a scuola, ma di fatto si trova “solo”. Senza assistente e senza insegnante di sostegno, il ragazzo viene aiutato dai docenti e dalle sue compagne di classe che a turno gli danno una mano nei compiti e nelle lezioni.

La lotta di Alberto e dei suoi genitori è iniziata dopo l’ultimo Consiglio Scolastico dello scorso anno, quando la famiglia, in linea con i docenti, aveva deciso di far proseguire gli studi del ragazzo, dati gli ottimi risultati raggiunti a fine anno. «Un documento – spiega la madre di Alberto, Antonietta Masiello – firmato dai dieci docenti della sua classe, che sostenevano la necessità della ripetizione dell’anno scolastico da parte di Alberto, proprio per consolidare gli alti livelli raggiunti in questi ultimi mesi. È migliorato tantissimo, ma non volevano bocciarlo per non fargli fare una brutta figura davanti ai suoi compagni. Io ne ho parlato con Alberto, lui mi ha detto che voleva ripetere l’anno e io ho seguito solo le sue decisioni».
La Legge 104/92 [articolo 14, comma c, N.d.R.] garantisce alle persone con disabilità la possibilità di ripetere l’anno fino a un massimo di tre volte. Perciò, sempre per non traumatizzare il giovane, si era preferito ammetterlo a fare l’Esame di Stato (differenziato) con i suoi coetanei. I genitori, comunque, erano molto restii nel presentarlo davanti alla commissione. Una bocciatura, infatti, avrebbe potuto danneggiare il ragazzo.
Secondo quanto riporta Victor Botta sul «Quotidiano di Puglia» (che ha seguito dall’inizio la storia), il giovane avrebbe già mostrato una certa insofferenza e malesseri fisici nei giorni precedenti all’esame. Si preferì perciò non farlo presentare davanti alla commissione. A luglio, dunque, i genitori erano tornati alla segreteria dell’Istituto Morvillo-Falcone per iscrivere il ragazzo al quinto anno, ma il 26 dello stesso mese era arrivata la doccia fredda, ribadita via posta il 10 settembre, un giorno prima dell’inizio delle lezioni: «Si comunica che questo Istituto non accetta l’iscrizione in quanto l’alunno ha concluso nell’anno scolastico 2012/13 il percorso quinquennale. Verrà rilasciato all’alunno l’attestato di credito formativo». Nero su bianco: il ragazzo non si può più iscrivere. D’altronde, la Dirigente, nell’incontro a luglio, lo aveva spiegato ai genitori: l’iscrizione di Alberto sarebbe stato «uno spreco di risorse».

I genitori però non ci stanno e impugnano il provvedimento. Difesi dal legale Viviana Labbruzzo, presentano richiesta di sospensiva al TAR di Lecce e i Giudici danno ragione alla famiglia, sostenendo che l’allontanamento del giovane dall’ambiente scolastico «potrebbe rivelarsi particolarmente pregiudizievole per il ragazzo, avuto riguardo al suo stato di salute psichica».
Non solo, secondo la Sentenza, «la mancata frequentazione della scuola dove il giovane risulta essere ben integrato, può ripercuotersi negativamente sullo sviluppo e il consolidamento delle sue capacità relazionali».
Alberto, quindi, torna in classe ma non è finita. «Di fatto – spiega infatti la madre – Alberto ora è solo, senza un assistente e un insegnante di sostegno che invece dovrebbe avere di diritto». «Una vittoria – spiega quindi – a metà, perché Alberto, da quando è rientrato il 2 ottobre, non ha di fatto un assistente scolastico e un insegnante di sostegno. Mio figlio viene assistito meravigliosamente dalle compagne di classe che a turno lo aiutano. Io sono andata personalmente dal Provveditore per denunciare la situazione. Il Provveditore ha preso anche i miei contatti, ma non ha mai telefonato. Io non posso tornare chiedendogli “l’elemosina”. Ho speso dei soldi per questa battaglia, non mi sembra giusto che debba chinarmi e tornare a chiedere».

Il ragazzo per altro è contento, sta con i suoi compagni e segue le lezioni, anche se, come spiega la mamma, «ha capito il grave periodo di sofferenza che abbiamo passato». Alberto ha in pratica concretizzato il suo desiderio, semplice e limpido, quello cioè di poter studiare. Ma non è abbastanza, perché i risultati raggiunti nell’arco di dodici mesi potrebbero fermarsi proprio perché mancano le figure professionali in grado di accompagnare il ragazzo nel suo percorso scolastico.
«Noi – spiega Antonietta – abbiamo sempre partecipato con la scuola, felici di frequentarla. Gli insegnanti qui sono meravigliosi, capaci e volenterosi». Ma dall’altra parte? Da chi dovrebbe provvedere a dare all’alunno l’assistenza necessaria? Nessuna telefonata. «Almeno per comunicarci “stiamo provvedendo”… Nulla», racconta la madre. «Noi – prosegue – se abbiamo fatto questa battaglia è perché credevamo in questo ulteriore anno di studio. Ci hanno accusato di “parcheggiare” Alberto. Noi non parcheggiamo nessuno. Alberto fa canto, danza, tiro con l’arco, ippoterapia. Per noi è un percorso di riabilitazione per dargli maggiore autonomia».
Un percorso che però necessita di figure specifiche. Un tassello ulteriore che Alberto dovrà aggiungere in una battaglia che non si dovrebbe neanche fare. Perché lui (e nessuno) è mai “uno spreco di risorse”.

Servizio già apparso nella testata «Giornalettismo», con il titolo “«Sono autistico e voglio andare a scuola»” e qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.