Nella cattiva sorte

«Malgrado la cattiva sorte sia una costante comune per le persone con disabilità – scrive Giorgio Genta – anche per i tanti accadimenti negativi prodotti dalla malvagità degli uomini, la loro esistenza è pero sovente permeata da una forte energia vitale, da una chiaramente espressa volontà di vivere e di vivere – nel possibile – bene. Come spiegarlo?»

Oriella Orazi, "Oltre il limite. Libero!" (particolare)

Oriella Orazi, “Oltre il limite. Libero!” (particolare)

Nel variegato mondo delle persone con disabilità, la cattiva sorte è una costante comune. Innanzitutto, il nascere o il divenire persona con disabilità, poi la serie pressoché sterminata di accadimenti negativi che connotano le loro esistenze, accadimenti prodotti dalla natura delle cose o dalla malvagità degli uomini.
Malgrado tutto ciò, però, l’esistenza delle persone con disabilità è sovente permeata da una forte energia vitale, da una chiaramente espressa volontà di vivere e di vivere – nel possibile – bene.
Come spiegarlo? Sarà in virtù della cosiddetta “resilienza”, simbolo concreto dello spirito di rivalsa sulle avversità? Sarà perché chi ha poco apprezza quel poco che ha e a lui quel poco par molto e davvero molto diventa, contenendo l’essenza delle ragioni di vita?
Un respiro appena un po’ migliore, una mezza giornata senza forti dolori, la notizia di uno stanziamento di fondi per l’assistenza domiciliare, una visita inaspettata di un’amica: su queste flebili basi le persone con disabilità, specialmente quelle più gravi, costruiscono l’inossidabile patrimonio del loro ottimismo, della loro positività, del loro humour.
È una sorta di “discorso delle beatitudini” del Vangelo in versione laica, con la lieve differenza che il Paradiso, per quanto possibile, preferirebbero averlo in questa vita.

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