Liberi. Oppure no?

Continua il proprio percorso la rubrica di Gianni Minasso denominata “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, con una nuova “incursione” nel grottesco e nella comicità più o meno involontaria di cui, come tutte le altre faccende umane, è impregnato anche il mondo della disabilità. Questa volta si parte dalle parole dello scrittore e giornalista Ambrose Bierce, secondo il quale «la libertà è uno dei beni più preziosi dell’immaginazione»…

Inaugurata qualche mese fa con un titolo quanto mai significativo – A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia) – questa rubrica non possiede una specifica cadenza ed è dedicata alla comicità più o meno involontaria di cui, come tutte le altre faccende umane, è impregnato anche il mondo della disabilità.
Proveremo quindi a sorridere (ripeto: “sorridere”) insieme, anche sulle situazioni più scabrose. Da “disabile professionista”, mi verrebbe da chiosare: «Tutto su di noi, con noi»!

Realizzazione grafica di logo con la carrozzina incatenatoNel Dizionario del diavolo, una mia grande passione, pubblicata per la prima volta nel 1906 dal fantastico scrittore e giornalista americano Ambrose Bierce, la libertà viene definita come «l’esenzione da un piccolo numero di vincoli tra i migliaia imposti all’uomo», cioè «uno dei beni più preziosi dell’immaginazione». Vero? Saremmo dunque tutti schiavi?…

«Il tempo non mi manca, stando con le chiappe su questa carrozzina elettrica tutti i santi giorni. Allora, spesso, mi sistemo proprio qui, davanti ai “vetrini” della finestra, divertendomi a mettere la gente in strada sotto la lente del mio microscopio mentale.
Un manager rampante, inscatolato in una Simmenthal-Smart, impreca perché un cavalleresco automobilista davanti a lui si è fermato per fare attraversare un pedone. Inaudito! Com’è possibile, pensa il rampante, sprecare tempo con delle stravaganti regole stradali ritardando l’“ottimizzazione della valenza strategica di approccio alle sinergie d’implementazione”? Caro dirigente dei miei stivali, adesso sgommi sì, ma verso il carcere della ditta. Povero schiavo! Lasciati docilmente ammanettare dalle mission aziendali e sconta la giusta pena per avere sacrificato il tuo cervello sull’altare della produttività. Combinazione, l’omarino che ha attraversato la strada è un operaio della tua medesima fabbrica, affrancato magari dagli estenuanti briefing degli alti papaveri, ma anche lui soggiogato senza speranza. Come da chi? Da undici “ritardati in mutande” che ogni domenica incassano milioni di euro solo per rincorrere un pallone su un prato e condizionano così il suo morale, soffocano i suoi rari lampi di intelligenza, inghiottono la sua vita.

La “disabilità locomotiva” da cui sono gratificata mi impedisce di divertirmi andando a pesca di squali lungo le coste occidentali australiane e quindi, piuttosto che cadere nel pantano di Facebook, continuo a guardare la sfilata dei coatti.
Ecco trascinarsi il brufoloso adolescente con lo sguardo di chi ha l’alloggio dell’encefalo sfitto da anni, il cavallo dei pantaloni appoggiato alle Nike fucsia, la techno che gioca a ping-pong coi timpani e uno scarabocchio tribale marchiato sul collo come i bovini.
E poteva forse mancare la milf sul SUV nero? No di certo, e infatti un’ormai rancida biondona sfreccia verso la scuola per recuperare il frutto dei suoi opulenti lombi, ignara della tirannia esercitata su di lei da creme antirughe e profumi muschiati da 400 euro cadauno. Ignara pure di essere portatrice “insana” del gene della sottomissione, già trasmesso al DNA del suo pulcino Pier Giulio.

La solita pieguccia dei pantaloni sotto al tafanario mi tormenta, ma la dimentico subito perché il variopinto rosario di iloti continua a sgranarsi davanti a me.
Adesso passa una casalinga con la pelliccia a strisce appartenente al gulag del Partito Consumista. Bombardata tutto il giorno da reality e spot babbei, si rimorchia appresso la palla di ferro rappresentata dal trolley pieno di recenti, “indispensabili”, acquisti: custodia modaiola per cellulare, “quattro gatti in padella”, detersivo al limoncello e kit per unghie da pantera dissenterica.
Appena Lady Godeva (sic!) esce di scena, un allegro schiamazzo attira la mia attenzione: è un gruppo di scolaretti, inesorabilmente figli e figlie di schiavi. Questi acrobati della Playstation, queste svampite fan di Violetta, stanno apprendendo dalle loro maestre i primi rudimenti della schiavitù. Studiate, ubbidite, trasformatevi presto in precisi denti dell’ingranaggio: brufoli e droga, disoccupati e sudditi Apple, precari e teledipendenti, depressi e sbavanti il Billionaire, nonni delusi e agnelli sottomessi per la mattanza finale.

Controllo l’orologio: quella maledetta badante è ancora in ritardo, tanto vale continuare a osservare ancora per un po’ la gabbia all’esterno. Ignorato da tutti, deambula “Mister Nessuno”, un quaquaraquà servo del suo stesso carattere debole che l’ha precipitato nell’anonimato, consegnandolo a una vita scialba in cui Madama Apatia gli ha persino asfaltato le acquoline più inconfessabili.
Dietro a lui corricchia un assessore comunale, lacchè dei superiori di partito, dei tangentari paganti e financo della bisbetica ganza. Non ti fermare a guardare una foglia, ad ascoltare le grida gioiose di quei bimbi, ma, fantoccio bardato di fili, vai a dimenarti a comando nel teatrino della politica locale.

Ecco, lo sapevo. All’improvviso la peperonata di ieri sera mi fa desiderare intensamente una tazza bianca (e non certo di caffè), ma in questo momento nessuno mi può aiutare. Meglio non pensarci, trattenersi e osservare ancora un po’ il flusso di schiavi, grandi e piccoli, trotterellare immersi nelle loro costrizioni sociali, frustati dal gatto a nove code di orari, code, consumi, religioni, mode e apparati genitali.
Volete ancora qualche esempio? Non è difficile: voilà un vigile urbano, pardon, un agente della Polizia Municipale, prigioniero lui stesso della sua divisa e dei commi da far rigidamente rispettare al prossimo.
Una “diversamente casta” (accidenti al politically correct… traducete tranquillamente con “mignotta” o, più modernamente, con “escort”) incede siliconata, minigonnata e preda dell’insaziabile desiderio di mettere le mani su mucchi di baiocchi.
Uno jogger sbuffa e pigia le gambe alla perenne ricerca di una perfetta forma del suo corpo, al cui interno tuttavia si annida una “massa abnorme di cellule a crescita incontrollata e scoordinata” che tra pochi mesi vanificherà tutti i suoi sforzi.
E poi ancora un’avvocatessa abbarbicata come una cozza al vassallaggio dello scilinguagnolo a vanvera, il pubblicitario con l’anello al naso di una creatività bolsa da partorire ogni giorno, il muratore padroneggiato per intero dalla Moretti doppio malto, la professoressa divorziata avvinta dai ceppi di una cessione del quinto e la verduriera con le terga percosse quotidianamente dallo scudiscio dell’affarismo.
Tutti a zonzo, tutti impegnati a imitare Sisifo, tutti affannati a rimestare l’aria fritta, tutti protesi verso il nulla. Presto, rientrate a casa, e dopo un’abbondante razione di fotoni da un display al plasma, tutti a nanna, a sognare nuove forme di schiavitù, come svegliarsi in un resort a Malindi, cenare da Carlo Cracco, guidare una dream car, quietare in maniera più o meno ortodossa gli inguini, presiedere una riunione di Cosa Nostra o duettare con Eros Ramazzotti. E poi, domani, mi raccomando: tutti in piedi presto, pronti a ricominciare daccapo la stessa giornataccia da schiavi di oggi.

Qualcuno prova a liberarsi, e magari gli intelletti più eccelsi ci riescono pure per qualche minuto, ma poi, subito dopo, sono costretti a rimettersi il guinzaglio delle convenzioni e degli imperativi corporei, in modo da poter continuare a condurre un’esistenza considerata dignitosa. Solo i pazzi e gli ubriachi si affrancano dalle catene e vagano, bradi, annunciando il verbo della libertà, sconosciuto al resto della popolazione che, anzi, ne è massimamente impaurita.
L’oscurità ormai ammanta la colonia penale di là dai vetri. Una chiave gira nella toppa: è Katia, finalmente i miei crampi intestinali verranno neutralizzati. Mentre mi avvento in bagno, faccio ancora in tempo a formulare una piccola considerazione.
A prima vista sembra che la disabilità renda più schiavi rispetto al resto dell’umanità “normodotata”: sulla carta dolore e impotenza sono i negrieri più crudeli e sovente anche i più difficili da contrastare. Ma non è tutto oro (rubato) quel che luccica, poiché talvolta il “disabilito”, seppur percosso da mille vicissitudini, riesce a trovare un punto di equilibrio. Infatti, mentre il “portatore di normalità” è intralciato dal peso sul groppone della triade norme-prassi-esperienza, un beneficiato dall’assegno di accompagnamento può invece arrivare a sapere cosa funziona e cosa va scartato, cosa fare e cosa non fare, quali film proiettare sulle pareti della sua teca cranica e quali invece proibire a se stesso e ai minori di 120 anni. La stessa causa della sua impotenza diventa allora fattore di libertà assoluta, una libertà che non dipende più dal corpo e/o dalla mente. E a questo punto i pazzi e gli ubriachi lo accolgono nel loro straordinario consesso, alla faccia degli schiavi sedicenti sani.
Non potrò guidare un SUV o correre nei parchi in tutina rosa shocking, ma i miei polsi non saranno mai segnati dai ferri!».
Antonia Filematio

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