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Abbattendo muro dopo muro

Lorenzo Bogi

Lorenzo Bogi è il primo navigatore di rally con paraplegia nel nostro Paese

«Curva dopo curva, ostacolo dopo ostacolo, la vita è come un rally nel quale, per vincere, è necessario avere una buona dose di determinazione e caparbietà; è fondamentale credere in se stessi e nelle proprie capacità, ma soprattutto quello che più conta è il non rinunciare mai ai propri sogni»: questa è la sintesi stessa di Lorenzo Bogi, un uomo da sempre fuori dagli schemi, un pilota e un navigatore paraplegico da otto anni, che ha un mondo da raccontare, un mondo fatto di corse, avversità, desideri, conquiste, sogni e traguardi raggiunti.
Lui si definisce «un ragazzo di paese» e racconta che ha iniziato a trafficare con i trattori agricoli molto presto. Già a 11 anni, infatti, li guidava senza nessun aiuto. Poi, a 16 anni, tagliava da sé un piccolo appezzamento di bosco per ricavarne i soldi per gli svaghi adolescenziali.
In quel periodo Lorenzo aveva un idolo e non era un cantante rock, bensì Italo che a Valle Secondo (Alta Val di Cecina, in provincia di Pisa), lavorava con un Caterpillar D9 in una cava. «Sognavo di poter esser li – racconta Lorenzo, orgoglioso – che potessi esserci io al suo posto; questo primo sogno l’ho poi realizzato. Infatti, dopo pochi anni, ho avuto proprio Italo come maestro e in seguito l’ho sostituito in quella stessa cava. Chi dice che i sogni non si realizzano?», sorride beffardo. Quel sogno realizzato è stato il primo di una lunga serie.

Insieme alla passione per il lavoro, il quarantenne volterrano ha sempre coltivato anche quella per i rally nei quali è stato impegnato come “navigatore” [il co-pilota, N.d.R.] sin dal 1993. Ha partecipato negli anni tra il ’93 e il ’95 al Trofeo Peugeot, disputando tantissime gare tra la Toscana e l’Emilia. «La passione per i rally – dice – mi è venuta grazie a mia madre, che con mio fratello e alcuni amici ci scarrozzava con il suo 126 verde a vederli tutti, di notte e di giorno. Era inevitabile che appena presa la patente iniziassi a disputarli, naturalmente sempre come “naviga”; vent’anni fa, però, non era poi cosi normale come oggi correre nei rally e venivo guardato un po’ come un marziano. Nel ’95, poi, ho dovuto abbandonare l’attività perché il lavoro di manovratore di ruspe ed escavatori non mi permetteva più di farlo. Al tempo, infatti, facevamo venti-venticinque passaggi a prova, durante le ricognizioni, e ciò voleva dire partire la sera alle dieci e rientrare la mattina alle sei, per riprendere subito il lavoro. E così ho iniziato ad avvicinarmi al mondo delle due ruote, che mi “rubava” meno tempo e dal 2001 ho iniziato a correre in moto».

Poi il rovinoso incidente del 2006. «La mia caduta – racconta Bogi – è avvenuta il 6 agosto del 2006, esattamente il giorno dopo il mio trentatreesimo compleanno, durante la penultima gara del Campionato italiano di Velocità in Salita Sillano-Ospedaletto. Una caduta della quale non è mai stata chiara la dinamica, avvenuta quasi all’arrivo, alla penultima curva dopo un rettilineo, dove ho tirato dritto, non completando la curva stessa, e schiantandomi contro un terrapieno e un muretto di cemento. Spettatori e commissari hanno fornito descrizioni contrastanti, ma questo non cambia le cose. Le conseguenze sono state subito catastrofiche: doppio trauma cranico, diciassette vertebre fratturate di cui la D3 letteralmente esplosa, ciò che mi ha procurato una lesione midollare completa, il tutto oltre a cinque costole rotte, un polmone perforato e il bacino fratturato. Non avevo alcun movimento, alcuna ripresa e solo alla terza fiala di adrenalina il mio cuore ha ripreso a battere. Nessuno parlava della paralisi perché in gioco c’era ben altro, ovvero la vita».
«Trasportato con l’Elisoccorso all’ospedale di Pisa – prosegue – la situazione era disperata e il chirurgo, parlando con i miei genitori, disse che avevo circa tre giorni di vita se non fossi stato operato, ma era molto rischioso, a causa delle copiose emorragie interne. I miei genitori firmarono per l’intervento. Mi sono svegliato dal coma farmacologico dopo dodici giorni e sono stato trasferito  presso il Reparto di Terapia Intensiva del Montecatone Rehabilitation Istitute di Imola (Bologna), dove è iniziata la mia nuova vita».

Lorenzo Bogi

Lorenzo Bogi al tavolo di lavoro

Sorride, Lorenzo, quando sottolinea che «tornare alla normalità è stato più facile del previsto. Il mio è stato un percorso lungo e graduale e questo mi ha aiutato. Passando dalla Terapia Intensiva a quella Subintensiva, ancora non mi rendevo conto di ciò che avevo realmente, capivo solo che non muovevo niente e non riuscivo a muovere nemmeno le braccia per alimentarmi, non respiravo autonomamente e mi era stata praticata la tracheotomia».
Ciò che però faceva ben sperare medici e familiari era il fatto che il giovane rallista avesse molta fame, e anche se era costretto a farsi imboccare, si trattava di un ottimo segnale di ripresa. Dopo alcune settimane, poi, venne trasferito al Reparto di Riabilitazione. «In corsia – racconta – iniziano le nuove amicizie, e le “sfide”; ci si sfida a chi riesce per primo a mettersi in piedi, perché noi siamo convinti che torneremo a camminare, anche se i dottori ci dicono subito che questo non avverrà mai, ma noi mica ci crediamo! Poi ho iniziato a praticare gli sport in carrozzina e credo di averli realmente provati tutti: tennis, basket, nuoto, handbike e sci paralimpico. Quando si è dimessi dall’Unita Spinale, si è quasi preparati alla nuova condizione, perché, grazie all’attività sportiva, si è già affrontato il mondo esterno. Preparati veramente, però, non si può mai dire di esserlo del tutto». E il primo scoglio da affrontare è stato quello del reinserimento nel mondo del lavoro. Il motociclista toscano, infatti, non avrebbe più potuto arrampicare sugli escavatori o sulle macchine operatrici.
«Non sono stato lasciato solo in quel periodo – ricorda – e i titolari dell’Azienda Granchi per cui lavoravo si sono attivati affinché potessi continuare ad avere una collocazione all’interno della loro ditta. Sono riusciti a trovare una soluzione mediante un inserimento socio-terapeutico USL, cosicché il mio nuovo lavoro è diventato quello di gestire le manutenzioni di tutte le macchine operatrici e stradali, oltre a seguire l’acquisto dei nuovi macchinari; un lavoro stupendo che mi realizza e che faccio tutt’oggi con grande passione. In tredici anni di occupazione nel settore, infatti, credo di non aver mai detto “domani non ho voglia di andare a lavoro!”. Per me è sempre stato un piacere farlo, tanto da essermi guadagnato la stima di molti, e in particolare del mio datore di lavoro, che dopo la caduta mi è stato molto vicino e mi ha fatto sempre sentire importante anche dopo la diagnosi di paraplegia. Credetemi, questo non ha prezzo!».

«Sistemata la questione lavoro – continua appassionatamente a raccontare Bogi -, ho provato subito a praticare gli sport che avevo imparato a Montecatone, ma vivendo in un piccolo paesino sperduto, tutto è stato molto difficile e così, incontrando alcune vecchie conoscenze, mi si è riaccesa la passione per i rally. Le gare, le corse mi hanno sempre stimolato, l’adrenalina che provavo sotto la pioggia, tra il fango dei percorsi accidentati, l’avrei voluta rivivere anche con la nuova condizione e la conseguente limitazione. Avrei voluto tornare a fare il navigatore, ma…». E in effetti, tornare a “navigare” non è stato certo facile per Lorenzo. È vero che ci sono tanti ragazzi paraplegici che corrono in pista, primo fra tutti il pilota Luca Donateo, ma nei rally non c’era nessuno, tanto meno nel ruolo di navigatore, dove dalla macchina bisogna scendere e salire in continuazione per timbrare al controllo orario.
E tuttavia Lorenzo non si è arreso e ha continuato a inseguire il suo sogno, compiendo un passo dopo l’altro per raggiungere il proprio obiettivo. Innanzitutto ha dovuto conseguire la Licenza H Disabile, al termine di un iter assai impegnativo, con una visita medica che ne attestasse le possibilità fisiche e neurologiche. Poi il Corso FISAPS, presso la Federazione Italiana Sportiva Automobilismo Patenti Speciali, ovvero l’organismo che permette alle persone con paraplegia di correre con i “normodotati”. In quel periodo il corso si teneva solo in provincia di Bari, dove Lorenzo si è quindi trasferito per un breve periodo insieme al fratello. Il corso stesso consiste in esami teorici e in una prova di guida in pista con la macchina adattata alle persone paraplegiche. Bogi, campione di determinazione, ha superato tutte queste prove.
Per tornare però a fare il navigatore da paraplegico, ha dovuto sostenere un’ulteriore prova, vale a dire la simulazione di uscita dall’auto in caso d’incendio, seduti e con casco e cinture allacciate, un test da superare in 14 secondi. E Lorenzo ha centrato anche questa sfida.
«Ma nemmeno questo – spiega – è stato sufficiente! Ho dovuto infatti confrontarmi con la CSAI (Commissione Sportiva Automobilistica Italiana), che è l’organismo che si occupa del Settore Rally, e lottare per far comprendere che io non potevo uscire ai posti di controllo, per timbrare la tabella di marcia durante una gara. Era necessario, invece, una volta arrivati in prossimità del tavolo dei commissari, che fossero loro a raggiungere la mia auto per la timbratura. Questa forse è stata l’ultima resistenza: cambiare una piccola regola per ottenere un grande risultato, ossia l’integrazione di un navigatore con disabilità. Risolto anche questo “dettaglio”, si è potuto partire con le gare. Ho ottenuto un numero rosso sulle fiancate della macchina, per essere identificato meglio e via, sono tornato a “navigare”! Ho ottenuto insomma un’importante modifica al regolamento che adesso può servire a qualsiasi navigatore – abile e non -, per la timbratura dalla propria auto».

Lorenzo Bogi, dunque, ha realizzato tutti i sogni della sua vita, anche grazie a tante persone che hanno creduto in lui. La sua famiglia, i datori di lavoro e gli organismi competenti in merito di corse sportive e principalmente la FISAPS.
«Oggi – conclude – penso di vivere una vita normale. Essere paraplegico è solo non potere stare in piedi e non potere fare la scale in autonomia, per tutto il resto c’è quasi sempre una soluzione. Per quel che mi riguarda, il problema più grande sono i dolori, neurologici e non, che spesso sono molto forti e una vera e propria soluzione non si riesce a trovare. In questo senso, non sempre è facile superare i “giorni no”, ma io cerco di uscire, lavorare, distrarmi e sperare che l’indomani siano passati». E le speranze per il futuro? «Quelle di riuscire a realizzare sempre i miei sogni, abbattendo muro dopo muro!».