Alcune funzioni domotiche in una casa tradizionale

Donna con disabilità e persona di grande competenza professionale e accademica, Fiorenza Scotti racconta ai Lettori la sua recente esperienza personale di adeguamento della casa, mediante alcuni semplici elementi “domotici”, resi necessari dall’impossibilità o dalla difficoltà si svolgere autonomamente alcune azioni. E gli spunti di informazione da una parte, di riflessione dall’altra, non mancano di certo

Mano di una persona anziana che aziona un telecomandoSul fatto che diminuire il ricorso all’ospedalizzazione e all’istituzionalizzazione comporti una riduzione del disagio per gli anziani e per le persone con esigenze specifiche, oltreché un notevole risparmio economico per le strutture pubbliche, penso siamo tutti d’accordo.
Per raggiungere questo obiettivo, non resta quindi che “invecchiare a casa propria” e ciò significa, concretamente, adeguare l’abitazione alle nuove esigenze del mutare dell’età e attuare di conseguenza i relativi nuovi comportamenti.
L’invecchiamento della popolazione sta facendo emergere il settore delle tecnologie ICT [tecnologie dell’informazione e della comunicazione, N.d.R.] per la vita indipendente (di cui quelle domotiche sono una parte) come un mercato promettente, determinato anche dalla pressione sui sistemi di welfare per ridurre la spesa pubblica al fine di diminuire il deficit pubblico (si ricorda che la nozione di indipendenza è stata definita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come la capacità di eseguire le attività della vita quotidiana in totale – o quasi totale – autonomia).
A tal proposito vorrei qui soffermarmi sulla mia recente – e non ancora del tutto conclusa – esperienza personale, raccontando gli adeguamenti che ho fatto mettere in atto nell’abitazione in cui vivo, tenendo anche conto della mia nuova situazione familiare.

Gli adeguamenti riguardavano principalmente l’eliminazione delle barriere architettoniche mediante alcuni elementi “domotici” in un appartamento – costruito meno di quarant’anni fa in maniera tradizionale – relativamente alle azioni ormai impossibili o difficili da svolgere autonomamente.
Nello specifico i lavori riguardavano l’elettrificazione degli scuri, l’apertura e chiusura della finestra a ribalta del bagno, l’eliminazione dello scalino fra interno e terrazza, l’allargamento di una porta, l’installazione di un videocitofono e del comando di apertura/chiusura della porta dell’appartamento controllabile da smartphone e tablet, l’installazione di un sistema di telesoccorso.
Ho deciso di raccontare la mia esperienza, anche perché ho notato che mentre ci sono magnifiche dimostrazioni di case domotiche, dove, ad esempio, si vedono sistemi di sicurezza che contattano servizi esterni (come le centrali di polizia o i centri di telemedicina), dispositivi che mantengono costante la temperatura o diffondono musica che tiene conto delle abitudini dell’utente, oppure come, uscendo da casa, si possano spegnere contemporaneamente tutte le luci e chiudere le tapparelle e la porta dell’appartamento o ancora come, prima di tornare a casa, accendere il forno in cui scaldare il cibo e attivare la lavastoviglie, e naturalmente tante altre sofisticate funzioni che si possono implementare – anche se non necessariamente servono tutte all’utente che ha esigenze di sistemi domotici – molto meno pubblicizzate sono invece le situazioni riguardanti case tradizionali in cui vengono inserite solo alcune, semplici, funzioni domotiche, che rappresentano però, quantitativamente, la gran parte dei casi, visto che è piuttosto infrequente che un anziano lasci l’abitazione in cui ha vissuto per anni, per andare a risiedere in una nuova completamente automatizzata e predisposta per applicazioni domotiche.
Inoltre, osservo ancora come – disponendo di un’abitazione inadeguata all’invecchiamento e pensando di progettarla per la seconda parte della vita, in base alle mie disponibilità reddituali, alle abitudini, agli stili di vita e alle diverse aspettative – la mia sia un’esperienza abbastanza “replicabile”, visto che mi colloco nella fascia degli “adulti pre-anziani”, ovvero quelli compresi tra i 55 e i 64 anni. Ed è  proprio questa la fascia che dovrebbe essere maggiormente interessata agli adeguamenti domotici di una casa tradizionale, dato che queste persone sono ancora ben disposte ad effettuare i necessari interventi di adattamento e miglioramento ambientale, senza grandi ripercussioni sulla vita quotidiana.

In realtà, le ripercussioni nella mia vita quotidiana non sono state del tutto trascurabili, visto che i lavori – iniziati nell’autunno 2012 – sono in via di ultimazione solo ora, nel 2014. Per citare un esempio di disagio che ho dovuto sopportare, i lavori sugli scuri (che prevedevano le finestre aperte per buona parte della giornata) si sono svolti in giornate di forte bora [l’Autrice del presente approfondimento risiede a Trieste, N.d.R.], portando la temperatura dell’appartamento a 17 gradi e mezzo! Devo tuttavia riconoscere che, al di là del mio caso piuttosto sfortunato, in Italia anche i tradizionali lavori edilizi risultano essere sempre complicati.

Sagome di figure con diversi tipi di particolari esigenze

Secondo Fiorenza Scotti, è sempre più necessario rifarsi al principio del “Design for All”, ovvero alla produzione di articoli commerciali rivolti a tutti, ma che al tempo stesso soddisfino le particolari esigenze dei consumatori con limitazioni funzionali e bisogni specifici

In ogni caso, una delle mie principali esigenze era quella di automatizzare l’apertura e la chiusura degli scuri di finestre e porte-finestre, governandoli con pulsanti posti sulle pareti interne all’abitazione e con un telecomando che li controllasse tutti. Per questo mi sono rivolta a una ditta specializzata in serramenti i cui tecnici, subito dopo aver preso le misure, hanno osservato che tale soluzione non era possibile, perché la bora di Trieste avrebbe rotto in brevissimo tempo i braccetti che effettuavano l’apertura e la chiusura. Mi è stata dunque prospettata la soluzione di cambiare gli scuri con altri scorrevoli, da far muovere su guide poste sui muri esterni dell’edificio.
Bisognava a quel punto contattare una ditta specializzata in serramenti e cambiare di conseguenza le finestre e le zanzariere (queste ultime, comunque, piuttosto malandate), ma subito si è concretizzato un altro problema: l’esistenza del vincolo paesaggistico che, nella via in cui abito, è “a macchia di leopardo”, visto che case poste una di fronte all’altra possono avere o no tale vincolo.
Per ottenere il nullaosta della Sovrintendenza sulla collocazione delle guide scorrevoli sui muri esterni dell’edificio occorreva uno studio tecnico, corredato da disegni e documentazione fotografica a colori, sulla soluzione proposta da parte di un geometra iscritto all’Albo.
Dopo la consegna di tale documento, occorreva poi aspettare la risposta della Sovrintendenza dei Beni Ambientali che, dopo quattro-cinque mesi, è arrivata senza alcuna richiesta di variazione rispetto al progetto presentato.

Nel progetto, oltre agli scuri, si prevedeva anche la realizzazione di rampe per il superamento dello scalino posto fra i vani dell’abitazione e la terrazza e questa modifica appariva semplice da realizzare.
Si è così arrivati a giugno e poiché alla fine di quel mese scadevano gli incentivi per il risparmio energetico (e non si sapeva se il Governo li avrebbe rinnovati), le ditte erano oberate di lavoro e mi hanno prospettato di ritardare la messa in opera a fine luglio. Naturalmente c’è stato uno slittamento dei tempi previsti e il lavoro è stato rinviato a settembre, visto che la fabbrica che forniva gli scuri elettrificati chiudeva per ferie in agosto per cinque settimane.
Nel frattempo, però, è stato rifatto l’impianto elettrico e la collocazione dei punti di comando degli scuri sui muri esterni, ma a metà settembre si è ancora dovuta rinviare la messa in opera degli scuri fino al mese di ottobre, quando sono iniziati i lavori, tuttavia subito interrotti perché le rampe per superare lo scalino fra la stanza e la terrazza risultavano troppo ripide. La Legge 13/89, infatti (Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati) dice che la pendenza delle rampe dev’essere al più dell’8%, non necessariamente dell’8% (anche meno, quindi), e perciò la pendenza stessa andava adattata alle esigenze dell’utente. Occorreva quindi modificare le rampe e dopo varie discussioni e prove, si è deciso che tale modifica si dovesse fare prima di montare gli scuri.
Dopo alcuni tentativi, si è trovata una soluzione accettabile per la rampa e quindi i lavori degli scuri sono potuti riprendere. Era però necessario collegarli all’impianto elettrico e ciò non è stato certo immediato, perché il sistema elettrico degli scuri era stato ordinato dalla ditta fornitrice dei serramenti senza consultarsi con gli elettricisti. Alla fine, grazie al contributo di tutti, si è arrivati a una soluzione e dallo scorso mese di gennaio, gli scuri sono automatizzati e la rampa percorribile.
Per quanto riguarda infine il sistema di telesoccorso, esso è stato installato da una ditta che ha notevole esperienza nel settore e non ha dato luogo ad alcun problema, mentre per il videocitofono e lo smartphone mi è stato presentato un preventivo comprendente anche l’integrazione con il sistema di sicurezza rappresentato dalla porta blindata e mi è stato detto che, una volta iniziati, i lavori dovrebbero concludersi in circa una settimana.

Paola Pascoli e Michele Franz

Paola Pascoli e Michele Franz, responsabile culturale e responsabile organizzativo del CRIBA Friuli Venezia Giulia, organizzazione citata da Fiorenza Scotti come buon punto di riferimento per la formazione, l’aggiornamento e le consulenze tecniche, in àmbito di progettazione universale

Se esaminiamo l’industria domotica, notiamo come essa sia più semplice da analizzare rispetto all’industria delle tecnologie assistive ICT: la prima, infatti, si rivolge ai consumatori in generale, la seconda a quelli con esigenze specifiche, che restano comunque una nicchia di mercato.
Gli utenti senza deficit fruiscono degli ausili domotici in termini di comodità, quelli con esigenze specifiche in termini di indispensabilità. Tuttavia, anche studiare l’industria domotica non è banale, visto il gran numero di articoli, di piccole aziende e di differenti fornitori di servizi usati per distribuire i prodotti.
L’espansione del mercato potenziale in parallelo con l’espansione della nozione di disabilità, con il passaggio alla nozione di Independent Living [“Vita Indipendente”, N.d.R.] e con l’affermazione del principio del Design for All [“progettazione per tutti”, N.d.R.], implica una continua innovazione tecnologica per migliorare la performance dei prodotti o per introdurne di nuovi.
A questo dato di fatto vorrei aggiungere alcune mie riflessioni sull’introduzione di funzioni di automazione dell’abitazione. Prima di tutto osservo che in Italia non esiste una vera e propria cultura dell’interoperabilità fra diverse (e molto frammentate) professionalità e svariati sistemi tecnologici settoriali e ciò, pur non essendo forse la causa principale, contribuisce – assieme ai prezzi alti e ai problemi tecnici – alla diffusione ancora scarsa dei sistemi domotici.
Ci sono anche pochi punti di riferimento per la formazione, l’aggiornamento e le consulenze tecniche e d’indirizzo; nel mio specifico caso del Friuli Venezia Giulia, posso ricordare il CRIBA (Centro Regionale di Informazione sulle Barriere Architettoniche [oggi Centro Regionale d’Informazione sul Benessere Ambientale, N.d.R.]) a cui sono ricorsi alcuni dei professionisti coinvolti.
Si dà insomma per scontato che il consumatore con esigenze specifiche agisca, in qualità di “soggetto economico”, nello stesso mercato in cui agiscono gli altri consumatori, condividendone i limiti cognitivi e informativi; è invece importante rendersi conto che quello domotico è ancora un mercato non del tutto affermato e che i limiti cognitivi e informativi sono ancor prima degli operatori che degli utenti di esso. Una situazione, questa, che comporta naturalmente problemi d’integrazione fra diverse tecnologie, perdite di tempo, aumento dei costi.
Un modo per limitare questa frammentazione di esigenze, di standard e di produzione di nicchia è offerto dal già citato principio del Design for All. Produrre cioè un articolo commerciale rivolto a tutti, ma che soddisfi le particolari esigenze del consumatore con limitazioni funzionali è il caso “classico” delle aziende domotiche e risolve molti dei problemi di progettazione, produzione e distribuzione nel mercato (in crescita, ma comunque limitato) dei consumatori con esigenze specifiche.

Il presente approfondimento è già apparso nel sito «Perlungavita.it», testata rivolta alle persone anziane e a quelle con disabilità, con il titolo “Elementi domotici e casa tradizionale: un’esperienza” e viene qui ripreso per gentile concessione, con lievi riadattamenti al diverso contenitore. Ringraziamo in particolare Lidia Goldoni. Fiorenza Scotti è stata occupata a lungo all’Insiel (Società di Informatica già di Telecom Italia – Finsiel), leader in Italia per il software per la Pubblica Amministrazione Locale. Docente alle Università di Udine e Trieste, in quest’ultima è stata vicedirettore del Master in Assistive Technology -Tecnologie e Ausili per le Persone Anziane e con Disabilità. Esperta della Commissione Europea e dei Ministeri della Ricerca Scientifica e delle Attività Produttive, è stata insignita di un’Onorificenza al Merito della Repubblica Italiana per il telelavoro per disabili e ha anche fatto parte del Direttivo dell’Associazione Donne e Scienza.

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