Non per diventare campioni, ma per spiccare il volo

«Chi ha qualche problema in più – scrive infatti Monica Nolli, raccontando i suoi vent’anni con il Gruppo Verbanese Sciatori Ciechi – viene stimolato e aiutato, non a diventare un “campione medagliato”, ma ad uscire dal guscio, a spiccare il volo, a immergersi in un piccolo grande mondo fatto di neve, di gioco, di aiuto reciproco, di laica e sana attenzione agli altri, a chi vede e a chi non vede»

Gruppo Verbanese Sciatori Ciechi

Il Gruppo Verbanese Sciatori Ciechi (Monica Nolli è al centro con il caschetto)

Quasi vent’anni fa, quando iniziai a sciare col Gruppo Verbanese Sciatori Ciechi, non avrei lontanamente pensato che una persona non vedente potesse sciare. Eppure quel Gruppo esisteva già dal 1982, quando un paio di persone audaci avevano dato forma all’idea di un piccolo editore di Verbania, che aveva visto i ciechi svizzeri sciare senza velleità agonistiche, ma solo per il piacere di praticare sport sulla neve.
Così, mi trovai quasi catapultata su una pista, con un paio di bei ragazzi sportivi in divisa rossa, che mi infilarono un paio di sci ai piedi e mi accompagnarono su un impianto di risalita. Poi mi fecero scendere e mi misero davanti un bastone orizzontale sostenuto e manovrato da loro, uno alla mia destra, l’altro alla mia sinistra e io… al centro del fantastico trio.
Cominciarono a farmi fare qualche esercizio di riscaldamento, poi arrivò un tipo che parlava una lingua strana, un mix tra italiano, francese e dialetto verbanese e che col suo linguaggio particolare, inizio a farmi vedere come ci si mette prima “a spazzaneve”, poi a sci paralleli, dandomi un’idea – e anche un po’ di più – di come fosse la progressione tecnica nello sci alpino.
Naturalmente tutto questo non in un solo fine settimana, ma ci volle un po’, perché ero già adulta e si sa che quando si iniziano le cose da grandi ci vuole più tempo per ingranare!

Ma non era finito lì. Finito infatti di sciare, credevo che le mie guide – il tipo dallo strano accento e tutti quelli che avevano gli occhi funzionanti – ci accompagnassero in albergo e poi se ne andassero per i fatti loro, lasciandoci lì ad aspettare che la mattina tornassero di nuovo per andare sulle piste. E invece no, sorpresa! Scoprii infatti che loro non solo rimanevano lì con noi, ma che con noi desideravano parlare, mangiare, bere e divertirsi!
Fui molto colpita da questo aspetto, perché in genere chi vede, chi fa volontariato, lo fa per. Lì invece si faceva tutto con, in questo caso con noi. Mi sembrava quindi di vivere in un mondo strano e più semplice e non vedevo l’ora, una volta tornata a casa, che arrivasse l’uscita successiva. Parlo al passato, ma ancora mi sorprendo, perché tutto questo accade anche oggi, dopo quasi vent’anni.
Dopo un paio d’anni dal mio ingresso nel Gruppo, mi proposero anche di entrare nel Consiglio Direttivo. Da tempo già mi davo da fare in altri àmbiti associativi, ma lì, in quel Gruppo dove tutto sembrava quasi perfetto, non avrei immaginato cosa potessi dare agli altri impegnandomi più a fondo.
Fortuna volle che, per un’altra Associazione, avessi seguito un corso sulla costituzione delle ONLUS e anche il Gruppo Verbanese lo diventò, proprio la prima sera in cui partecipai a un Direttivo.
Mi sentivo un po’ in soggezione, perché chi mi circondava era secondo me troppo al di sopra della mia cultura, della mia competenza e del mio vissuto. Ma si doveva scrivere il nuovo Statuto e così diedi un colpo di reni, mi feci forza e cominciai a dire la mia, a dare ciò che potevo.
Credo che chi mi circondava quella sera, si sia poi quasi pentito di avermi dato quell’incarico, perché iniziò ad uscire il mio carattere e il mio modo di essere, diretto e che ben poco lascia passare!
Dico queste cose col sorriso, perché poi – per circa dieci anni e mediamente una volta al mese – prendevo il treno da Milano a Verbania il venerdì sera dopo il lavoro e andavo alle riunioni del Gruppo. Ma l’aspetto più bello era che dopo le sciate – siccome sulla carta ero referente dei ciechi – accadeva che tutti mi venissero a cercare, soprattutto le madri degli allora bambini, ora persone già tutte con laurea, lavoro e fidanzata. Mi parlavano naturalmente non solo di sci – anche perché sarei stata la persona meno indicata – ma dei progressi scolastici e della vita con i loro figli, dei loro problemi, delle timidezze e, siccome tecnicamente mi sentivo anche lì poco adeguata, mi limitavo ad ascoltare e a raccontarmi.
Tutto avveniva in modo naturale e non riesco ancora a capire cosa possa aver dato loro. So certamente che ho ricevuto, sono cresciuta umanamente e ho imparato a guardare me stessa in modo più maturo e obiettivo.

Nel ’99, poi, ho partecipato alla manifestazione internazionale Interski in Norvegia, con parte del mio gruppo. Non ero sicuramente la migliore tra le sciatrici, ma sapevo l’inglese e così, insieme a Loren, una nostra ex guida americana, ci occupammo delle pubbliche relazioni con gli sciatori del resto del mondo, molto incuriositi del nostro modo di vivere lo sci.
Partecipai anche alla dimostrazione e fu un’esperienza molto forte in pista e anche fuori.
L’anno successivo vissi alcuni momenti molto brutti, quando persi il piccolo residuo visivo che mi permetteva di vedere luce e colori. Fu veramente un periodo molto pesante, ma gli amici del Gruppo non mi lasciarono mai sola. Uscì allora un’altra parte di me, la parte artistica che da tempo avevo sepolto. Fui infatti coinvolta nella presentazione di uno spettacolo per il ventesimo anniversario del Gruppo. Eravamo in un teatro, ebbi il compito di intervistare tutte le persone che avevano scritto la nostra storia, e ce la feci divertendomi un sacco.
Da quella serata mi diletto e mi diverto ad organizzare insieme ad altri tutta la “parte spiritosa” degli eventi che organizziamo. Noi, infatti, abbiamo l’abitudine di prenderci in giro, di fare tutto “seriamente senza prenderci troppo sul serio”, e forse è proprio questa la ricetta che ci tiene insieme dopo tanti anni di attività.

È un’avventura, dunque, che continua felicemente, quella con il Gruppo Verbanese Sciatori Ciechi, perché mi sento a casa, perché non ci sono primedonne e perché chi prova ad esserlo ha sempre vita molto dura! Non ci sono fenomeni, anche se ci sono ragazzi che sciano veramente bene, e le differenze presenti tra noi cerchiamo sempre, con semplicità, di farle diventare motivo di ricchezza.
Chi ha qualche problema in più viene stimolato e aiutato, non a diventare un “campione medagliato”, ma ad uscire dal guscio, a spiccare il volo, a immergersi in questo piccolo grande mondo fatto di neve, di gioco, di aiuto reciproco, di laica e sana attenzione agli altri, a chi vede, a chi non vede, a chi sa sentire e a chi vuole anche solo provare a stare con noi!

Ringraziamo Rosa Mauro per la collaborazione.

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