Le carte vincenti di Francesco

Ha portato in Italia uno sport che non esisteva nel nostro Paese, come il calcio per amputati, e ora sogna in grande, guardando addirittura alle Paralimpiadi del 2016. Francesco Messori ha solo 15 anni e convive dalla nascita con una serie di disabilità fisiche, ma sa cercare bene le “carte vincenti” del suo destino, con grande grinta e determinazione, come ci racconta la madre Francesca

Francesco Messori

Francesco Messori con la maglia della Nazionale Italiana di Calcio Amputati

Ha da poco compiuto 15 anni Francesco Messori, grande promessa della Nazionale Italiana di Calcio Amputati, che è l’unica squadra del nostro Paese nata proprio per la forza e la determinazione di uno dei suoi giocatori “simbolo”.
A raccontarci l’incredibile vicenda di Francesco – questo giovane calciatore grintoso soprannominato “Messi”, come il suo idolo del calcio – è la mamma Francesca Mazzei, che vive a Correggio in provincia di Reggio Emilia, che lavora presso il Policlinico di Modena e che ha sempre incoraggiato e sostenuto il figlio, anche quando c’era da mettere insieme addirittura una squadra di football, dando così una possibilità di rivincita a tanti giovani amputati che amano tirare a un pallone.
«Con Francesco – ci racconta – abbiamo cominciato a lottare sin dal giorno della sua nascita, il 22 novembre del 1998!». Già, mamma e figlio la grinta hanno dovuta tirarla fuori alla svelta, perché Francesco è nato con un’agenesia della gamba destra, con l’assenza del rene destro e con un’atresia esofagea (mancanza di un pezzo di esofago), ed è stato sottoposto a un intervento chirurgico già il giorno dopo della sua venuta al mondo. Entrambi sapevano che la vita di Francesco sarebbe stata in salita, soprattutto quando si è presentata la necessità di un ulteriore intervento al Gaslini di Genova, quando il ragazzo aveva 10 anni, per la correzione di una pesante cifoscoliosi.

«Mio figlio – ricorda ancora Francesca – era nato anche con un’emivertebra, una vertebra, cioè, non del tutto sviluppata e l’intervento che gli ha ridato una schiena dritta è durato ben dieci ore. Anche in quell’occasione si è dimostrato molto forte e coraggioso».
Il carattere di Francesco, infatti, non tarda molto a venir fuori; è un bambino caparbio che deve fare i conti con la sua prima protesi già dopo un anno di età, ma è molto attivo e trova questo genere di ausilio molto scomodo, perché ha un aggancio direttamente al bacino, e lui invece ha voglia di muoversi, di giocare a pallone, di fare come gli altri suoi coetanei. E così decide di mettere “la protesi al chiodo”, chiudendola per sempre dentro un armadio, come dice Francesca, che continua: «La passione per il calcio è nata più o meno tra gli 8 e i 9 anni. Ha iniziato a giocare come portiere. Con la protesi, infatti, era l’unico ruolo che poteva provare. Poi, consapevole del fatto che non poteva disputare partite ufficiali, in porta non ci è voluto più stare perché non si divertiva e ha deciso di cominciare a usare le stampelle e giocare in attacco. Ovviamente, non potendo giocare partite ufficiali, si allenava e basta, ma si divertiva ugualmente tantissimo».

Nel giugno del 2011 Francesco partecipa a HappyHand, manifestazione bolognese di sport integrato. In quell’occasione disputa una partita di calcetto integrato e viene notato dalla web TV Ability Channel, che lo riprende e realizza un’intervista. Comincia così a girare per giornali e TV la storia di quel giovanissimo calciatore combattivo sulle sue stampelle, e arriva direttamente al Centro Sportivo Italiano (CSI) il cui presidente Massimo Achini decide di cambiare il regolamento proprio per lui, dichiarando che «sono le regole a dovere essere cambiate a favore della vita e non il contrario». Per il giovane Messori arriva dunque il tesseramento tra i cosiddetti “normodotati”.
Ma non basta. Francesco desidera di più! Gli manca il confronto con persone colpite dalla sua stessa disabilità, con le quali condividere la passione per il calcio. Fuori dai confini italiani esistono già realtà di questo tipo e Francesco si chiede come mai non ci sia un gruppo di calciatori amputati anche in Italia.
«Grazie quindi alla creazione su un social network di un gruppo chiamato Calcio Amputati Italia, mio figlio si mette in contatto con altri ragazzi provenienti da tutta la Penisola». «In fondo ci è voluto poco – prosegue Francesca, visibilmente soddisfatta – visto che in un solo anno la Nazionale Italiana Amputati era già formata. Dal canto suo il CSI ha continuato pian piano ad assecondare il sogno di Francesco e nel dicembre del 2012 ad Assisi, durante il Meeting Nazionale dello stesso CSI, è stata presentata la nuova Nazionale».
Tutto funziona così: ogni componente della squadra si allena nella propria città e una volta al mese si ritrova con il gruppo in una località sempre diversa per un ritiro di due giorni. Lo scorso anno, poi, gli Azzurri hanno disputato due partite amichevoli con la Francia, squadra di un Paese dove il calcio per amputati esiste già da ben otto anni. In quell’occasione, la nostra Nazionale ha perso sia in trasferta per 5-2 ad Annecy, sia in casa, a Cremona, per 2-1. «Ma dalla prima alla seconda partita abbiamo già accorciato le distanze!», sottolinea Francesca, con un sorriso malizioso, ricordando poi che la scelta di Cremona derivava dal fatto che «proprio in quella città, il 5 febbraio 2012, Francesco aveva giocato la sua prima partita da tesserato in un torneo del CSI».

Ora i sogni per il futuro e i nuovi progetti non mancano di certo, come ad esempio quello di entrare a far parte della WAFF (World Amputee Football Federation), ovvero l’insieme delle Associazioni Calcio Amputati presenti nel mondo. Francesco pensa in grande, come i grandi campioni, si sa! E ci sono anche i Mondiali in Messico nel dicembre prossimo… Ma tra tutti, il sogno più ambizioso è certamente quello di poter portare il calcio per amputati alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro 2016, come sport dimostrativo.
«Sono molto orgogliosa di mio figlio – conclude Francesca – che grazie alla sua grinta e alla sua determinazione, ha portato in Italia uno sport che non esisteva e che potrebbe addirittura diventare una disciplina paralimpica! Francesco le barriere non le mette neppure ai sogni e quindi siamo qui, fiduciosi! Ci piace infatti pensare alla vita come una partita a carte da giocare, nella quale non importa quali carte il destino abbia deciso di assegnarci. Bisogna lo stesso cercare tra le proprie quella vincente o il jolly fortunato, per giocare al meglio la propria mano, perché il valore più importante è proprio la vita!».

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