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“Pulce non c’è” è una “spremuta d’amore”

Scena del film "Pulce non c'è"

Una scena del film “Pulce non c’è”

Numerosi riconoscimenti, finora, ma pochissima visibilità, per un film che ne meriterebbe invece davvero tanta. Vincitore infatti del Premio Speciale della Giuria al Festival del Film di Roma 2012 (Sezione Alice nella città), miglior film alla rassegna di Nanni Moretti Bimbi Belli – Esordi nel cinema italiano e secondo ai Nastri d’Argento 2013, sia per il Miglior Regista Esordiente che per la Miglior Canzone Originale (Il silenzio di Niccolò Fabi), Pulce non c’è sta riuscendo solo in queste settimane ad arrivare con fatica nelle sale e prima di tutto al Nuovo Sacher di Roma, cinema anch’esso di Nanni Moretti, per poi approdare in aprile anche in altre città italiane.

Ci siamo già occupati più volte, nel nostro giornale, di questa storia, partita dal fortunato, omonimo libro del 2009 di Gaia Rayneri. «Questa – racconta Viola Oggero, medico – è una storia realmente accaduta alla nostra famiglia, tra il 2001 e il 2002. Mia figlia maggiore, Gaia Rayneri, l’ha raccontata con leggerezza nel suo libro, contribuendo poi anche alla sceneggiatura e alla regia del bel film, che è una vera e propria “spremuta d’amore”, sia di Gaia che del regista Bonito, che ha un fratello con disabilità mentale».

Oltre quindi a consigliare a tutti la visione di Pulce non c’è, prodotto da Marco Donati per Overlook Production, diretto da Giuseppe Bonito, e interpretato tra gli altri da Pippo Delbono, Marina Massironi, Piera Degli Esposti, Giorgio Colangeli, Ludovica Falda e Francesca Di Benedetto, ben volentieri riprendiamo qui di seguito un’ampia parte di quanto aveva scritto per noi Daniela Mariani Cerati, medico e coordinatrice del Comitato Scientifico dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici), in occasione di una proiezione in anteprima dell’opera, nel novembre 2012, a Monteveglio (Bologna). (S.B.)

Una storia (purtroppo) sempre attuale
di Daniela Mariani Cerati

A pagina 2 di Pulce non c’è sta scritto: “I fatti e le persone che abitano queste pagine, liberamente ispirati a vicende reali, sono trasfigurati dalla fantasia della protagonista Giovanna: la sua voce, l’unica attendibile all’interno del romanzo, deforma e distorce, cosi che la sua storia potrebbe non essere mai accaduta, o accadere in continuazione”.
Dopo la pubblicazione del libro, che ha avuto un meritato successo, l’Autrice ha rinunciato alla riservatezza, ha parlato in prima persona della vicenda raccontata nel libro, tragicamente vera. Lei è la sorella di Pulce, sottratta per nove eterni mesi a una famiglia affettuosa e competente, per un’accusa di abuso basata unicamente sulla Comunicazione Facilitata.
Se è vero che dagli errori si può imparare, questo libro è una miniera di insegnamenti e dovrebbe essere letto e meditato da tutti i professionisti che hanno in cura delle persone fragili.
I genitori di Pulce, benché entrambi medici, sono affascinati dalla premessa che sta alla base della Comunicazione Facilitata: che cioè la loro bambina sia, contrariamente alle apparenze e a quanto ritenuto sino a quel momento, intelligente e capace di comunicare in modo ricco e raffinato con una persona che le guida la mano sulla tastiera del computer.
I professionisti della Sanità e della Scuola rinunciano ad aprire gli occhi ai genitori abbagliati dalla “grande illusione”. Accontentare, anziché educare, è molto più facile. Senza nessuna resistenza, accettano che Pulce passi le ore di scuola a riempire videate di computer con pensieri complessi e profondi, che tutti sanno non essere suoi. Quando poi con la Comunicazione Facilitata viene scritto che il padre abusa delle figlie, gli insegnanti – senza nessuno spirito critico – contrariamente all’evidenza (il padre è un medico di famiglia amato e stimato da tutto il paese), denunciano la cosa ai Servizi Sociali, che immediatamente rapiscono la bimba a scuola e la sottraggono alla famiglia per nove lunghissimi mesi, durante i quali il padre ha l’interdizione assoluta di fare anche solo una piccolissima visita alla figlia disabile prigioniera di un Istituto.
Qui emerge un altro fantasma mai sopito: le colpe dei genitori. Perché i Servizi Sociali accettano con tanta facilità questa accusa basata sul nulla? Perché il terreno culturale nel quale sono cresciuti lo favorisce. La brutta favola delle “colpe dei genitori”, infatti, non è mai tramontata. Gli epiteti più infamanti sono stati riservati alle madri “frigoriferi, castratrici, mortifere, tossine psicologiche, abusive, kapò”, ma la favola si estende alla coppia genitoriale. E così, sulla base di un pensierino scritto da un facilitatore, inizia la tragedia nella tragedia: l’allontanamento di una bambina gravemente disabile da quella che è la maggiore risorsa per ogni bambino, tanto più se disabile: la famiglia.
Il libro è uscito nel 2009 e ora esce il film. Il contenuto è purtroppo ancora attuale, come dimostrano le polemiche venute a galla dopo la pubblicazione della Linea Guida “Trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e adolescenti” dell’Istituto Superiore di Sanità, che hanno evidenziato come la credenza che i genitori siano causa o concausa dell’autismo sia tutt’altro che sopita».