I mille messaggi dello sport paralimpico

Si sono trovate al centro di un vero “vortice internazionale”, per la situazione in Ucraina, e i rappresentanti politici di alcuni Paesi – tra cui la stessa Italia – ne hanno disertato la cerimonia di apertura. Ma poi le XI Paralimpiadi Invernali di Sochi, in Russia, hanno preso il via e l’evento ha già incominciato a lanciare i suoi tanti messaggi, a partire dal fatto che allo sport paralimpico (e non) «poco interessa la condizione in cui sei»!

Paralimpiadi Invernali Sochi 2014: cerimonia d'apertura

Un’immagine della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi Invernali di Sochi

No, allo sport non interessa. Ci sono mille messaggi dentro lo sport paralimpico. La Cerimonia di apertura delle Paralimpiadi Invernali di Sochi 2014, fra gli altri, ha fatto riflettere su uno dei più belli, con quella piuma che attraversava lo stadio e una straordinaria musicista che fa emettere suoni a bicchieri di cristallo: la fragilità che diventa forza.
È proprio vero: basta vedere un’immagine, una sola di qualche gara paralimpica e ci si rende conto. Ecco, un altro messaggio è quello richiamato all’inizio: qualunque sia il tuo problema, allo sport non interessa. What’s Your Problem? Sport Doesn’t Care: rilanciato da un bellissimo spot pubblicitario di una delle più grandi aziende mondiali che da anni supporta lo sport paralimpico, lo slogan è perfetto non solo per le gare della Paralimpiade, ma anche per quelle di atleti con minori capacità dei campioni che sono a Sochi. È proprio così. Allo sport non interessa la condizione in cui sei. Ci sono regole e avversari. C’è impegno e sudore e fatica, gioie e delusioni e rammarico. Nessuno sconto.

Gli sciatori para e tetraplegici usano un monosci, seduti in un guscio tipo scocca di Formula Uno. Raggiunge velocità impressionanti. Nella prima gara a Sochi, la discesa libera, dove si superano i cento chilometri orari, sono caduti in molti, causa una neve che non regge le temperature primaverili, sulle montagne con il Mar Nero vicino. Tyler Walker, statunitense, nato con un’agenesia lombare, amputato poi alle gambe, è uno che negli States con il monosci fa acrobazie agli X Games, gare-spettacolo nate per la TV, dove si vedono fare cose incredibili. A Sochi è caduto a metà pista, la televisione russa ha deciso di non mandare replay in diretta, poteva essere morto. Poi ha postato una foto su Facebook: sto bene, niente di rotto.
Alle Olimpiadi precedenti un’atleta del freestyle, caduta in allenamento, si è fratturata la spina dorsale e rimarrà paraplegica. A Tyler è andata meglio. Non avremmo mai voluto leggere o ascoltare, fosse andata male, o peggio, anche a lui, considerazioni legate alla condizione di partenza, che con lei non sono state fatte.

Lo sport non fa sconti, atleti olimpici o paralimpici. Lo sport è sport. Come dovrebbe essere sempre, anche in altri àmbiti. Questo ci insegnano le gare che stiamo vedendo a Sochi (e in Italia, grazie a un bell’impegno della RAI, che sta trattando questo evento con attenzione “olimpica”; per capirlo, oltre alle dirette dalle 6.30 su RaiSport 2, basta guardare, cliccando qui, lo streaming con cinque canali sul sito): chi vive una condizione di disabilità non cerca sconti, vuole una società dove poter essere messo nella condizione di non averne. Come accade nello sport, dove il tuo problema non interessa.

Testo già apparso – con il titolo “Allo sport non interessa” – in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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