Una lingua fatta di esclusione e di lotta per i diritti

«Invitato ad Atene – scrive Simone Fanti – a raccontare la situazione della disabilità in Italia, durante la quinta Conferenza Internazionale su “Mass Media e Disabilità”, mi sono trovato a parlare la stessa lingua del Paese ospitante, ma non il greco, bensì una lingua fatta di esclusione delle persone con disabilità e di lotta per vedere soddisfatti i propri diritti»

Persone greche con disabilità che partecipano a pubbliche manifestazioni di protesta

Persone greche con disabilità che partecipano a pubbliche manifestazioni di protesta

Sorpresa: messo su un aereo e spedito ad Atene, dopo essere stato invitato in rappresentanza di InVisibili, il blog del «Corriere della Sera.it», a parlare della situazione della disabilità in Italia, durante la quinta Conferenza Internazionale su Mass Media e Disabilità, promossa dal Segretariato Generale dell’Informazione e della Comunicazione Ellenico, chi scrive si è trovato a parlare la stessa lingua del Paese ospitante!
Attenzione, però, non il greco, bensì una lingua fatta di esclusione delle persone con disabilità e di lotta per vedere soddisfatti i propri diritti. Il tutto quasi a confermare il detto popolare «Italia-Grecia, una faccia una razza» e con la piacevolissima sensazione di sentirsi come a casa per l’accoglienza sempre calorosa.

Le disabilità, dunque, a qualunque latitudine ci si trovi, sembra proprio che abbiano lo stesso colore. Cambiano certamente le possibilità economiche – maggiori al Nord e inferiori man mano che si scende verso l’equatore -, per mettere “in sicurezza” le situazioni più complesse, ma la rabbia e le frustrazioni sono le stesse. Anzi, in Grecia, dove la crisi ha battuto ancor più pesantemente che in Italia, questa aggressività è più evidente e si palesa non appena un volto pubblico, un rappresentante dello Stato, osa salire su un palco.
Le lamentele non risparmiano il servizio pubblico televisivo, accusato di dare poco spazio alle persone con disabilità, di scegliere le storie più commoventi, per far crescere lo share, piuttosto che offrire un servizio utile e realmente integrante, o di relegare i programmi dedicati in fasce orarie non proprio appetibili. Non ditemi che vi ricorda da vicino l’Italia. Vi assicuro che parlavano della TV greca, che per altro ci batte per l’uso copioso della sottotitolazione. Infatti, molti dei programmi, non di produzione locale, in onda sulle reti televisive greche, non vengono tradotti, ma sottotitolati, con una percentuale consistente, se paragonata a quella disponibile in Italia, e con un risparmio in termini economici che sicuramente favorisce le persone non udenti.
La TV greca, poi, ci batte anche per la presenza di un newsmagazine tv, chiamato Sesto senso, condotto da una persona non vedente, Giorgos Beliris, che parla di disabilità con un piglio innovativo e servizi di qualità.

L’accessibilità dei mezzi d’informazione e intrattenimento è speculare a quella dei luoghi pubblici e delle città. Molti edifici sono stati resi accessibili ad Atene, mentre fuori città la situazione peggiora. E per favore non ci si stupisca se una comoda rampa di accesso a una chiesa in pieno centro conduce a due gradini per accedere alla chiesetta!
Così non passa inosservata la proposta della docente di Diritto Internazionale dell’Università della Macedonia, Paroula Naskou-Perraki: “Perché non inseriamo l’accessibilità nell’elenco dei diritti universali dell’umanità?». Eh sì, in Grecia come in Italia fioriscono regole, norme e leggi per favorire l’accessibilità e la vita dei disabili, ma poi rimangono sulla carta.
Sul tema le fa da sponda un’altra giurista, Haris Tsingou, che suggerisce di «evitare di arrovellarsi nella creazione di nuove normative, si possono copiare le migliori leggi dei Paesi limitrofi, ma bisogna poi farle applicare».

La sensazione che la Conferenza non si trovi ad Atene, ma in Italia, si fa sempre più forte man mano che passano le ore. Altri esempi? Il linguaggio e la contestazione per il termine – che spero di riportare nella forma corretta – amea, che indica le persone con disabilità. Voilà, sostituitelo con l’equivalente italiano diversamente abile e otterrete la stessa reazione arrabbiata di alcuni e la silenziosa accettazione di altri che pensano che sia più importante la sostanza della forma.
E ancora, il lavoro, che non c’è per nessuno: sono oltre un milione e 400.000 i greci disoccupati. Pur essendo prevista per legge una percentuale alta di presenza di categorie speciali favorite nell’inserimento al lavoro (nel pubblico si aggira intorno al 25%), molti disabili sono stati licenziati. Come il collega Nikos Perdikaris, giornalista con disabilità, attualmente disoccupato, che chiede di essere assunto «non perché appartenente a una categoria protetta, ma per quanto vale come professionista».

E mentre la sala si svuota, mi torna alla mente una frase che i greci ripetono spesso: debirasi (in italiano “non importa”). Forse per qualcuno sarà così, e tuttavia, nella due giorni di Atene, l’impressione ricevuta è che non vi sia affatto l’intenzione, in Grecia, di spegnere i riflettori sulla disabilità.

Testo pubblicato da “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Invisibili in missione ad Atene”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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