Pareva incredibile, è diventato possibile

“‘Impossible? No, I’m possible”‘, ovvero, più o meno, “Impossibile? No, io mostro che è possibile”: si è trasformata così, la grande scritta che ha illuminato la cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali di Sochi, «nel luogo cioè – scrive Claudio Arrigoni, presente all’evento – dove quelli che solo pochi decenni fa erano i “Giochi degli handicappati” sono diventati tra gli spettacoli più importanti del mondo»

Cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali di Sochi

Una delle immagini più significative della cerimonia di chiusura delle Paralimpiadi Invernali di Sochi, in Russia

Là, dove l’impossibile diventa possibile. Straordinaria la chiusura della Paralimpiade Invernale di Sochi, in Russia, cui chi scrive ha avuto la fortuna di assistere. Reaching the Impossible (“Raggiungendo l’impossibile”), si è sviluppato in una trama che ha illuminato la sera del mondo, di chi ha voluto partecipare alla festa, mostrando come i sogni possano essere raggiunti e diventare realtà cambiando la percezione delle possibilità.
Ecco, allora, che la parola Impossible (impossibile), si è trasformata in I’m possibile, “io mostro che è possibile”, con una traduzione un po’ libera, ma efficace. Basta poco: mettere un apostrofo, inserire uno spazio. E cambia il mondo. Lo sport mostra proprio questo: togliete le barriere mentali, e non solo quelle, perché qui ci sono le abilità.

Lo ha spiegato bene Phil Craven, presidente del Comitato Paralimpico Internazionale, alla sua ultima Paralimpiade Invernale: «Lo spirito paralimpico ha unito e contagiato tutti noi. Voi, Proud Paralympians [“orgogliosi atleti paralimpici”], le vostre prestazioni, che sanno ispirare gli altri, hanno ridefinito i confini delle possibilità. Avete dimostrato al mondo che è assolutamente tutto possibile e che la vita è saper percepire le belle abilità e non ciò che manca». C’è poco da aggiungere perché il senso è tutto qui: saper vedere le abilità nel luogo dove l’impossibile si trasforma nel possibile.

Un’intuizione straordinaria quella di chi ha ideato e prodotto lo spettacolo più costoso di sempre per una Paralimpiade. Ed è stato un team tutto italiano a farlo: Marco Balich il produttore esecutivo (ormai riferimento nel mondo; sue saranno anche le produzioni dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016), Lida Castelli la regista, a guidare uno straordinario team con numeri da capogiro.
Giusto uno, magari banale, ma curioso per rendere l’idea: per le due cerimonie paralimpiche (apertura e chiusura) sono state ordinate oltre ottomila paia di scarpe. Moltiplicate tutto per le cose meno banali e capirete perché queste cerimonie erano davvero uno spettacolo molto, molto importante. E si parlava di Paralimpiadi, quelli che erano i “Giochi degli handicappati” solo pochi decenni fa. Chi pensava che sarebbe potuta accadere una crescita di questo tipo? Ecco, anche in questo caso: è diventato possibile, anche se pareva incredibile.

Nel complesso sono stati i Giochi Paralimpici Invernali più belli e appassionanti di sempre, con record di partecipazione (547 atleti di 44 Paesi), di biglietti venduti (oltre 360.000, quasi 90.000 in più rispetto a Vancouver nel 2010) e di visibilità (per la prima volta trasmessi in diretta negli Stati Uniti, cosa che la RAI fa regolarmente, dopo Torino2006, questa volta con 120 ore di trasmissione; solo la TV russa ha fatto di più).
Dal punto di vista agonistico, l’Italia non è andata bene: zero medaglie, come non ci accadeva dal 1980, ma in quel caso eravamo rappresentati da un solo atleta. E tuttavia, nella notte di Sochi, con quella parola fatta di tetramini (le figure del videogioco Tetris, inventato proprio in Russia), che si trasforma e fa capire molto della vita, non è stata questa la cosa importante. Contava davvero esserci, nel luogo dove l’impossibile diventa possibile.

Testo già apparso – con il titolo “Impossible? No, I’m possible” – in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it». Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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