Antonio allo specchio

Quella di Maria Grazia Pinna e del suo libro “Antonio allo specchio”, centrato sull’autismo del figlio e presentato a Sassari, «è – scrive Alfio Desogus – una lezione di vita che tutti dovrebbero condividere, perché nessuna mamma si rassegna a una situazione di svantaggio per il proprio figlio, pur essendo consapevole dei limiti circostanti, ma spetta alle istituzioni e alla cultura solidale di chi vive attorno a noi far tesoro di queste storie»

Copertina di "Antonio allo specchio" di Maria Grazia PinnaViene presentato oggi, 24 marzo, presso la Camera di Commercio di Sassari, il libro di Maria Grazia Pinna intitolato Antonio allo specchio (Carlo Delfino Editore), nel corso di un incontro moderato da Antonello Sassu, vicepreside dell’IPIA (Istituto Professionale per l’Industria e l’Artigianato) di Sassari, cui intervengono, oltre all’Autrice e all’Editore, Daniela Garau, neuropsichiatra dell’Età Evolutiva presso il Centro di Riabilitazione Neuropsicomotoria di Sassari, Ica Manca, neuropsichiatra dell’Età Evolutiva, dirigente medico dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’ASL 1, Giuseppe Fara, referente regionale per le Politiche Giovanili e di Sostegno alla Persona e Tonino Oppes, giornalista RAI, che ha anche curato la presentazione del libro.
Per presentare quest’ultimo, cediamo la parola ad Alfio Desogus, presidente della FISH Sardegna (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

Antonio allo specchio, pubblicato dall’editore sardo Carlo Delfino, è un libro di grande interesse sul tema dell’autismo. Scritto da Maria Grazia Pinna, una mamma di Sassari, il volume è centrato sull’incessante e spasmodico cimento per il dramma di un figlio con disturbo pervasivo dello sviluppo, sulla storia personale che da ragazza porta Maria Grazia a una maternità tanto impegnativa, mettendo in evidenza sia la “grandiosità operativa” dell’istinto naturale materno, sia la grande tenacia nell’affrontare situazioni impreviste senza alcuna preparazione o con pochi sostegni sociali.
Proprio la continua e quotidiana battaglia con la società organizzata pone in luce le resistenze culturali, organizzative e istituzionali verso il tema della disabilità e in modo particolare nei confronti delle situazioni generate dall’autismo. La mancata conoscenza di questo “male oscuro”, infatti, l’indifferenza e la conseguente diffidenza sociale, la marginalizzazione e l’approssimazione sia dei servizi educativi e scolastici che di quelli sanitari, diventano del tutto inaccettabili per una mamma che opera incessantemente nel tentativo di favorire il raggiungimento di obiettivi e condizioni di socialità per il proprio figlio autistico.
E del resto, è proprio la non conoscenza dei disturbi dello spettro autistico e le paure per lo sconvolgimento di equilibri culturali preordinati e socialmente corretti a costituire la causa principale che spesso getta nella disperazione molti genitori del tutto impreparati a far fronte a situazioni tanto difficili, quanto non comprese dagli altri potenziali attori solidali.

La descrizione dell’evoluzione della vita quotidiana e il contatto con Antonio suscitano forti emozioni e una grande empatia, anche perché la narrazione è intensa, elegante, fluente e molto efficace, tanto da provocare il prolungamento dell’attenzione emotiva.
Tuttavia, dalle pagine del libro e dall’analisi profonda condotta dalla mamma scrittrice, quel che soprattutto emerge è la grande solitudine e l’assenza di solidarietà. I consigli e le informazioni utili fanno ogni tanto capolino in una vicenda tanto coinvolgente, ma sono spesso carenti e approssimativ, a riprova dell’impreparazione familiare e sociale nel sostenere i ragazzi con autismo.
Dal canto suo, Maria Grazia non nasconde le difficoltà, ma, al contrario, le rilancia in tutta la loro drammaticità e ne fa leva per intraprendere iniziative forti e destrutturanti.
L’unica presenza discreta, quanto tranquillizzante, è la mamma, con il marito e la figlioletta che progressivamente – e in modo spontaneo, quanto inconsapevole – penetrano nel mondo di Antonio. Certo, nel fluire delle vicissitudini di quest’ultimo vi sono alcune incoraggianti iniziative e pratiche sociali molto positive che, a fianco della denuncia critica del comportamento sociale formale e negativo, riguardano quasi tutte le occasioni emulative rese possibili con i suoi coetanei.
Emerge poi chiaramente che le difficoltà di Antonio, descritte da un’abilissima osservatrice, aumentano considerevolmente quando si presentano le situazioni nuove e impreviste o la necessità dell’astrazione sui significati delle parole, mentre vengono superate quando le situazioni sono affrontate previa debita preparazione e scansione operativa. Valga per tutte la sperimentazione adottata con la “Storia sociale” minuziosamente esposta in diversi passaggi esperienziali.

In questo libro, dunque, vengono messe in discussione rispettivamente la scuola, le strutture sportive, le istituzioni culturali e persino la struttura familiare allargata perché si ritraggono lasciando letteralmente “abbandonata” la madre generosa e combattiva.
Leggere Antonio allo specchio può portare i più avveduti a una ferma denuncia per l’assenza o la carenza di prestazioni, di servizi o di strutture territoriali finora inesistenti in Sardegna e le numerose contrapposizioni con le Istituzioni – affrontate da Pinna con lucido vigore – portano comunque a un senso di ribellione e a una riflessione nel Lettore, spingendolo forzatamente verso uno scenario risolutivo lungimirante e quasi liberatorio.
Si avverte, infatti, la condivisione per i ripetuti tentativi di superare la mancanza di solidarietà, evitando il rischio di sospingere e circoscrivere un caso di autismo alla sola sfera personale e familiare. Anche perché la drammaticità e la specificità dell’autismo richiedono come prima risposta – ciò che viene ben documentato nel libro -, una grande vocazione ambientale alla socialità, una pronunciata capacità di cooperazione educativa e una robusta sinergia organizzativa, sostenuta dai coetanei, dai familiari, dal vicinato, dal quartiere, dalle istituzioni formative, sanitarie e da quelle del tempo libero.

In conclusione, le vicende di vita di Maria Grazia pongono in evidenza, qualora ce ne fosse bisogno, la straordinaria funzione dell’amore materno, agitando continuamente sullo sfondo il grande quesito su come proseguire la quotidianità e dar corpo alle ricadute di tale funzione anche in assenza della mamma. Un tema, quest’ultimo, che viene solo affacciato, ma che ripropone l’esigenza di una soluzione attraverso interventi da approntare primariamente con gli operatori e la rete dei servizi. La passione e l’operosità umana di Maria Grazia, infatti, non si interrompono con la fine del libro, ma proseguono, riproponendo l’assillante interrogativo sul “fare” che pervade uno scritto davvero stimolante.
Occorre pertanto partire da questa lezione di vita che tutti dovrebbero condividere. Nessuna mamma si rassegna a una situazione sfortunata e di svantaggio per il proprio figlio, pur essendo consapevole dei limiti circostanti. Spetta alle istituzioni e alla cultura solidale di chi vive attorno a noi far tesoro di queste storie, per superare le carenze e le negatività e dare le risposte attese, adottando comportamenti consoni, che aiutano e sostengono nella ricerca continua e insopprimibile della felicità.

Presidente della FISH Sardegna (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

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