Una rete di servizi per adattare la propria casa

Approfondiamo in questo servizio i numeri e le prospettive dei CAAD dell’Emilia Romagna (Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico), esperienza avviata nel 2005 e unica in Italia, rete multidisciplinare che lavora per adattare la casa delle persone, rispetto alle sopravvenute esigenze della non autosufficienza, sostanziandosi anche in parole chiave come informazione, comunicazione, documentazione e formazione

Uomo in carrozzina in una cucina adattataDa una decina d’anni i dati sulla non autosufficienza in Italia, testimoniati da tante ricerche pubblicate a più livelli (Rapporto PASSI del Ministero della Salute; Rapporti del Network sulla Non Autosufficienza; Rapporto sulla Cronicità di Cittadinanzattiva; Rapporto sulla Non Autosufficienza del Ministero del Welfare; Rapporti del Filo d’Argento Auser ecc.), parlano chiaro: la popolazione invecchia, le capacità di cura delle famiglie diminuiscono per svariati motivi, le necessità legate alle situazioni di non autosufficienza pongono problemi seri prima di tutto alle famiglie e anche a una rete di servizi ancora in gran parte da costruire, nell’era, purtroppo, della crisi. E questo perché la demografia preme, nonostante i progressi della medicina, le politiche di prevenzione (delle disabilità, degli incidenti, degli infortuni) e un interesse diffuso per stili di vita più salutari.

Tra i tanti interventi che la rete dei servizi pubblici e privati mette in campo (assistenza sociosanitaria a casa; strutture residenziali; strutture diurne; badanti; fornitura di ausili ecc.), uno dei settori sicuramente più importanti è quello dell’adattare la casa delle persone, rispetto alle sopravvenute esigenze della non autosufficienza; sia per favorire l’autonomia dei diretti interessati – con una notevole prevalenza di anziani rispetto alle persone disabili adulte o minori – sia per facilitare il lavoro di cura dei familiari e degli operatori che si recano a domicilio.
In un’ottica di diffusione capillare sul territorio, l’esperienza senz’altro più significativa, in questo settore, è quella promossa dalla Regione Emilia Romagna, con la creazione di una Rete Regionale di CAAD (Centri per l’Adattamento dell’Ambiente Domestico), che forniscono consulenza gratuita a chiunque ne faccia richiesta, in stretta collaborazione con i servizi sociosanitari che hanno in carico le persone. L’operato dei CAAD è a 360 gradi: aspetti tecnici, riabilitativi, fiscali e informativi, spesso accompagnati da sopralluoghi presso le abitazioni.
Dal 2005, anno di avvio, i dieci CAAD dell’Emilia Romagna hanno svolto un’intensa attività, che può essere riassunta in questi numeri: oltre 34.300 prestazioni effettuate (informative, di consulenza in sede o a distanza, contatti, formazione, gruppi di lavoro), oltre 4.500 sopralluoghi in abitazioni, 15.000 persone anziane o con disabilità che hanno usufruito delle consulenze, oltre 10.500 gli operatori sociali, sanitari o dei settori dell’edilizia, dell’impiantistica e delle tecnologie.

Su questo periodo di attività dei CAAD, abbiamo interpellato Barbara Schiavon, funzionaria del Servizio dell’Integrazione Socio Sanitaria e delle Politiche per la Non Autosufficienza della Regione Emilia Romagna, Leris Fantini e Claudio Bitelli, rispettivamente coordinatori del CRIBA (Centro Regionale d’Informazione sul Benessere Ambientale) e del CRA (Centro Regionale Ausili), i due centri specialistici di secondo livello su barriere e ausili promossi anch’essi dalla Regione.

Dottoressa Schiavon, la Regione Emilia Romagna ha molti strumenti nel campo di azione dei CAAD: la Legge Regionale 29/97 sulle attrezzature e le tecnologie, la Legge Regionale che dà fondi per quella Nazionale sulle barriere, i progetti di adattamento domestico finanziati dal Fondo per la Non autosufficienza. A nove anni di distanza, come procede il processo di integrazione tra politiche sociali, sanitarie e abitative, percorso necessario per questa filosofia di intervento che voi avete riassunto con lo slogan Programma Casa Amica?
«Con l’avvio dei CAAD, nel 2005, la Regione Emilia Romagna aveva pensato al  valore aggiunto che l’integrazione tra i diversi settori poteva portare, per aiutare le persone a vivere e ad essere assistite meglio nella loro casa. Nei Centri opera infatti un’équipe multidisciplinare non solo “sociosanitaria”, ma più “allargata”, composta oltre che da operatori sociali (assistenti sociali, educatori) e sanitari (prevalentemente fisioterapisti),  anche amministrativi  e soprattutto tecnici dell’edilizia (architetti, geometri e ingegneri).
Rendere operativi, formare con un percorso unitario e far lavorare insieme professionisti di discipline così diverse, ma tutte indispensabili per dare una consulenza veramente utile e completa, aveva proprio questo scopo: con un linguaggio e un’operatività “messa in comune”, stimolare processi virtuosi di integrazione fra settori a livello territoriale.
A livello regionale  abbiamo cercato di “integrare” innanzitutto gli strumenti previsti dalle normative e politiche prettamente sociali (Legge Regionale 29/97) con quelle di àmbito più socio-sanitario. È in questo senso che va letta la possibilità (Allegato 5 della Delibera di Giunta Regionale 1206/07) prevista con l’avvio del Fondo Regionale per la Non Autosufficienza (FRNA), di utilizzare nei territori il Fondo stesso anche per interventi di adattamento domestico. L’obiettivo era quello di dare un impulso a interventi innovativi per sostenere la vita a domicilio di persone non autosufficienti, allargando la tipologia di realizzazioni finanziabili, oltre a quelle più tradizionali, come residenze, centri diurni, assistenza domiciliare.
Ci sono inoltre situazioni di fruttuose collaborazioni portate avanti negli anni passati, anche con l’area dell’edilizia abitativa e della riqualificazione urbana. Ad esempio, a partire dal 2000, con l’obiettivo di favorire la vita indipendente e sostenere la domiciliarità con scelte abitative innovative, è stato promosso e realizzato, congiuntamente tra gli Assessorati alle Politiche Sociali e alle Politiche Abitative, un programma di “alloggi con servizi”, tramite la definizione di alcuni criteri guida per la costruzione di tali abitazioni (Delibera di Giunta Regionale 270/00) e il loro finanziamento con risorse da parte di entrambi gli Assessorati. In questo caso è il Piano d’azione sulla popolazione anziana (Delibera di Giunta Regionale 2299/04) la cornice normativa più ampia di riferimento, dove appunto, sul tema dell’invecchiamento della popolazione, per superare l’approccio socio-sanitario e assistenziale, vengono proposte una profonda modifica prima di tutto culturale e una forte integrazione tra le politiche dei vari settori.
Un’integrazione, per altro, che resta comunque una sfida ancora aperta. Basti pensare, anche senza uscire dall’àmbito sociosanitario, a quanto avvenuto ad esempio per il Fondo Regionale per la Non Autosufficienza, del quale registriamo nei territori un utilizzo estremamente limitato e comunque inferiore alle aspettative, per interventi di adattamento domestico. Una delle motivazioni probabilmente è legata proprio alla difficoltà “culturale” a riconoscere le problematiche dell’accessibilità all’interno della casa,  come bisogno da affrontare nella definizione del “piano personalizzato di vita e di cura”, per sostenere la vita a domicilio. Di conseguenza anche la programmazione territoriale delle risorse per la non autosufficienza resta ancorata a servizi più tradizionali, senza riconoscere fino in fondo l’utilità di questi interventi, non solo per il benessere delle persone, ma anche in termini di investimento e risparmio a lungo termine per famiglie e collettività».

Dottor Fantini, nella vostra esperienza quali sono le problematiche maggiori che si incontrano nel rapporto tra abitare e non autosufficienza? Spesso, infatti, i problemi non sono solo i muri o le scale, dove le soluzioni si trovano in molti casi, ma i condòmini, gli amministratori, la cultura di progettisti e installatori, i regolamenti edilizi dei Comuni, una Legge, la 13/89 sulle barriere, ormai concettualmente superata. Quale sintesi si può fare di tutti questi elementi, dopo nove anni di esperienza dei CAAD?
«I problemi dell’abitare sono indubbiamente amplificati dalla coincidenza di tre fattori: il crescente invecchiamento della popolazione, il mutare delle strutture sociali che vede sempre più anziani soli e una forma edilizia tipica del nostro territorio che prevede barriere verticali.
L’équipe del CAAD si pone sempre più in funzione mediatrice tra elementi indubbiamente sociali e culturali ed elementi inevitabilmente tecnici. Tale mediazione è indispensabile perché i portatori delle esperienze coinvolte nel processo di adattamento dell’ambiente domestico – o meglio, nel miglioramento della qualità del vivere della persona con disabilità e di chi abita con lui/lei – sono molti e poco in relazione tra loro.
La competenza multidisciplinare dell’équipe è di sicuro supporto, ma resta il problema di una legge edilizia che permette di costruire nuove case con delle barriere, una cultura dei progettisti basata su adempimenti formali che sollevano dalla responsabilità di pensare soluzioni realmente e concretamente vivibili e, soprattutto, resta il problema economico, reso più attuale dalla crisi e dalla limitazione delle risorse  ascrivibili a finanziamenti regionali, che costituisce il vero blocco nel rapporto tra abitare e non autosufficienza».

Ingegner Bitelli, adattare la casa non vuol dire solo mettere mano a muri, rampe, sanitari, porte, finestre. Non è roba insomma solo da muratori e idraulici, per banalizzare in maniera estrema. Cosa hanno portato le tecnologie e lo sviluppo dell’industria degli ausili negli ultimi decenni, nel campo di un’attenzione all’autonomia delle persone non autosufficienti? E gli operatori sociosanitari e tecnici hanno acquisito competenze su questi aspetti?
«Le conquiste degli ultimi decenni in àmbito tecnologico e scientifico hanno contribuito in maniera sostanziale a ridisegnare il nostro sistema di vita. Le persone con disabilità (o, per meglio dire, “con problematiche funzionali”) si trovano a fruire di nuove opportunità per l’autonomia e la sicurezza; per contro, la crescente sofisticazione delle tecnologie di massa e le modalità di utilizzo delle strumentazioni possono costituire ulteriori ostacoli.
Sul piano culturale abbiamo assistito a una presa di coscienza – soprattutto da parte degli operatori professionali – del fatto che concetti come autonomia e qualità della vita si definiscono nella relazione fra la persona e l’ambiente in cui vive. In questa visione gli ausili possono essere visti come “facilitatori”, a patto che siano disponibili, accessibili e adeguati alle potenzialità e agli obiettivi della persona stessa e del suo ambiente.
Dal punto di vista del mercato, poi, pur risentendo della crisi, quello delle soluzioni assistive è in crescita qualitativa, anche se in Italia scontiamo un ritardo epocale nell’adeguamento del sistema di fornitura degli ausili in sanità; parallelamente al mercato di soluzioni “speciali”, si moltiplicano infatti le possibilità di utilizzo di soluzioni del largo mercato, come ad esempio la domotica, i sistemi ICT [Information Communication and Technology, N.d.R.] ecc.
In questo panorama, che evolve con molta rapidità, per fornire risposte efficaci alle persone con disabilità e agli anziani è necessario mettere in campo risorse di servizio finalizzate a: diffondere la conoscenza delle opportunità esistenti; coniugare in modo competente le soluzioni tecniche con i bisogni degli utenti finali; incrementare la cultura degli operatori professionali in àmbito socio-sanitario da una parte, tecnico/tecnologico dall’altra.
Per questo la Regione Emilia Romagna, dieci anni fa, ha dato una risposta ai cittadini non-autosufficienti e alle loro famiglie, istituendo la Rete CAAD di cui stiamo parlando. Oggi, gli anni di esperienza ci permettono di affermare che è in atto un significativo aumento di competenze degli operatori, soprattutto in àmbito sociosanitario, dando ai servizi di riferimento le opportunità di agire in logica di “prevenzione” e di una nuova “domiciliarità”.
Anche grazie ai CAAD, quindi, molto sta cambiando, ma molto è ancora da fare, sul piano della messa a sistema (da parte dei tecnici progettisti e installatori), di criteri di intervento aperti a un’utenza allargata».

Va ricordato in conclusione che la rete regionale dei CAAD dell’Emilia Romagna significa anche informazione, comunicazione, documentazione e formazione.
Presso il CRIBA (Centro Regionale d’Informazione sul Benessere Ambientale), infatti, gestito a Reggio Emilia da CERPA Italia ONLUS (Centro Europeo di Ricerca e Promozione dell’Accessibilità), si sta via via sviluppando una fornita biblioteca specializzata che si appresta a sbarcare anche in internet; inoltre, il CRA di Bologna (Centro Ricerca Ausili), gestito dall’Ausilioteca AIAS (Associazione Italiana Assistenza agli Spastici), svolge un’intensissima azione di formazione rivolta agli operatori dei servizi sanitari e sociali e favorisce l’incontro tra servizi e ditte di ausili tramite incontri dimostrativi delle novità presenti sul mercato.
Sul versante, poi, dell’informazione e della comunicazione, è on line da alcuni mesi il nuovo sito della rete dei CAAD, ricco di informazioni e rubriche di documentazione sui temi specifici dell’adattamento domestico (porte, ascensori, interruttori, pavimentazioni, scale), di soluzioni per i vari ambienti della casa (cucina, bagno, studio, camera da letto) o su problematiche specifiche (accudire figli da parte di genitori disabili, i rapporti col condominio, gli incidenti domestici ecc.). Una sezione è dedicata anche a tutte le possibili fonti di contributi e finanziamenti.
Dallo scorso mese di gennaio, infine, proseguendo il lavoro svolto fino ad allora dal CAAD di Bologna, esce anche la Newsletter della Rete dei CAAD che – gratuitamente e con cadenza mensile – informa sui tanti temi che intrecciano l’area dell’adattamento domestico. L’intero archivio dei numeri arretrati è disponibile on line per un totale di ben 50 numeri usciti e oltre 580 notizie pubblicate.

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