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La sessualità e le parole che danzano “in punta di piedi”

René Magritte, "Les amants" ("Gli amanti"), 1928

René Magritte, “Les amants” (“Gli amanti”), 1928

Il Disegno di Legge sul tema della cosiddetta “assistenza sessuale” ai disabili è dunque stato depositato e tutti lo possono esaminare, così come è disponibile in rete il sito di chi l’ha promosso e anche le motivazioni di uno dei firmatari, il senatore Pietro Ichino. È di pochi giorni dopo, inoltre, la presentazione di una Risoluzione alla XII Commissione della Camera, sempre in tema di sessualità e disabilità, da parte della deputata Ileana Argentin, lei stessa donna con disabilità.

Seguire in rete e sulla stampa tutto quello che viene detto (di questo ci occupiamo nel presente articolo, non solo del citato Disegno di Legge) dà l’impressione che su questo tema si dica di tutto e – attraverso brevi scarti successivi tra una parola e l’altra -, anche il contrario di tutto.
È, quello sull’assistente sessuale, un dibattito tutto centrato sulla “danza in punta di piedi” delle parole che lo definiscono e/o lo evocano. C’è chi lo pone solo e semplicemente come questione di diritto (senza curarsi di argomentare perché tale dovrebbe essere), chi si appella, come i politici, all’Europa e al fatto che in altre nazioni esiste, chi cerca di districarsi tra il lessico psicologico, psicoanalitico e sessuologico e si cimenta in ardite distinzioni sul fatto che la pratica dell’assistenza sessuale sia ora erotica, ora sensuale, ora sessuale.
C’è poi chi ancora si focalizza sulla figura dell’assistente sessuale – dipinta, nel vario panorama europeo delle esperienze, a cavallo tra volontario e professionista – e, Europa a parte, si affretta a precisare che «non si tratta di prostituzione», che «in Svizzera si devono fare corsi di 18 giorni» (altro che lauree brevi…), che è «richiesta la firma di un codice morale e deontologico», che «deve avere una vita sessuale equilibrata» (?!), che è obbligatorio abbia «un reddito non formato solo da questo tipo di attività» e così via.
In Spagna lo fanno i volontari, a Basilea, in Svizzera, prendi 170 euro a seduta, in Italia il Disegno di Legge prevede che si debba avere la terza media e «l’idoneità psico-fisica all’attività di assistente sessuale certificata dalla ASL». Quindi, al di là dell’incertezza assoluta della formulazione, un’attività codificata come sanitaria.
Nell’autunno dello scorso anno, quando il Comitato Promotore del Disegno di Legge si diede una veste associativa e comunicò non proprio chiarissimamente alla stampa le proprie intenzioni, i giornali titolarono che a Bologna sarebbero partiti di lì a poco i primi corsi in Italia di assistente sessuale, che la cosa veniva riconosciuta dalla Provincia e dal Comune e che la Proposta di Legge era sostenuta dal Partito Democratico e dal Movimento 5 Stelle. Salvo scoprire che poi nulla di ciò era vero.

Ma tutto questo non importa, nell’epoca del diritto e del politically correct tutti si guardano bene di aprire bocca, per non fare la figura dei “bacchettoni” e di chi “non guarda all’Europa”. In fondo, se “per farlo camminare” gli diamo il fisioterapista, “per farlo studiare” l’insegnante di appoggio, “per farlo parlare” il logopedista… perché su questo aspetto non risolverla con una figura ad hoc, riproponendo il modello medico “ad ogni malattia la sua medicina”?
È una sorta di costruzione mentale progressiva, quella dell’assistenza sessuale, per risolvere il conflitto amore(sesso)/denaro, e il relativo senso di colpa e di “parzialità”, definendo una figura che interviene nella dimensione sessuale, ma non è una/un prostituta/o; che fa sesso, sì, ma fino a un certo punto («niente rapporti completi»); che avrà cura dell’anima al pari del corpo («l’uso delle mani sarà accompagnato dalla voce, dalla musica, dal racconto…»; «trasmettere all’altro innanzitutto l’accettazione del suo corpo attraverso l’esplorazione manuale»; «un rapporto empatico»); che non procurerà e si procurerà guai di carattere sanitario/igienico («l’assistenza sessuale non prevede alcuna tipologia di contatto a rischio contagio, scambio di fluidi né penetrazione»); che agisce da solo, ma ha alle spalle pur sempre una sorta di filtro e/o supervisione affidata a figure rassicuranti come medici e psicologi, che «valutano» e «prescrivono»; che «basta la terza media», ma «avrà una formazione medica, psicologica, sessuologica»; che si occupa dei disabili, ma forse non di tutti («delimitazione del tipo e grado della disabilità al di sotto del quale l’assistenza sessuale non può costituire oggetto del servizio professionale previsto e disciplinato dalla legge»); che può trarre guadagno dallo svolgere questa attività, ma solo in àmbito di «lavoro autonomo, svolto anche in forma cooperativa»; che si rivolge a tutti i disabili indistintamente, ma che pare – per le tesi e le sottolineature che si leggono nel dibattito – reggersi sostanzialmente su un pensiero fortemente centrato su un’idea di sessualità maschile
Un equilibrio instabile, si potrebbe pertanto dire, e che proprio nell’instabilità trova la sua possibilità di codificare, almeno apparentemente, un equilibrio.
Immagine sfuocata in bianco e nero di una donna e di un uomo viciniSul tema del filtro/supervisione, per altro, c’è stato nel tempo un cambiamento. In un primo momento, infatti, il Comitato Promotore e/o la stampa che ne riprendeva le dichiarazioni spingevano molto su questo aspetto («le cose si svolgeranno sotto controllo medico»), aspetto che poi è venuto scemando, o meglio, cambiando di prospettiva, fino a scomparire nel momento in cui si delega tutto alle Regioni e alle ASL nel determinare forme, modi e casistica sia dei soggetti disabili a cui tale assistenza sarà aperta, sia degli assistenti che tale attività potranno praticare.
Per certi versi è come se il Comitato Promotore in un certo senso avesse “lanciato il sasso e poi ritratto la mano”, diventando il Comitato Promotore di una suggestione e non di contenuti che si sostanzino poi in un articolato legislativo.

Insomma, «brevi successivi scarti tra una parola e l’altra», come dicevo all’inizio, per tenere in piedi una cosa di cui non si può dire né descrivere più di tanto, pena vederla sfumarsi molto, sia come costruzione culturale e sociale, sia come costruzione mediatica che pare esserne l’altro oggetto di interesse. Non a caso il Disegno di Legge si articola in un solo e unico articolo che sostanzialmente propone con parole diverse un enunciato teorico di diritto alla sessualità e al benessere, ma delega poi ad altri – alle Regioni e alle ASL, come detto – di costruire un percorso di senso, formativo, legislativo, identitario, normativo per questa figura.
Intendiamoci bene: i temi della sessualità nella disabilità, delle/degli assistenti sessuali, della prostituzione non sono certamente sciocchezze e sottintendono dibattiti reali e concreti, impressi nella carne delle persone e delle loro storie, spesso caratterizzate da isolamento e mancanza di prospettive. Meglio che niente, si potrebbe dire per certi versi, ma il limite è puntare sempre lì i riflettori, senza relativizzare queste dinamiche contestualizzandole.
Da notare poi che l’immagine del disabile che “invano cerca di masturbarsi”, spesso evocata, è di sicura presa, ma finisce – assieme all’evocazione dell’“accarezzatore” (termine riferito a uno specifico romanzo sul tema, L’accarezzatrice, appunto, scritto da Giorgia Würth e pubblicato da Mondadori) che non ha rapporti completi e al riferimento, speso soprattutto per le disabilità intellettive, a «energie interne spesso scaricate in modo disfunzionale in sentimenti di rabbia e aggressività» – finisce per evocare molto una sessualità di tipo masturbatorio.

E allora, detto dell’equilibrio instabile di questa proposta, come procedere?
La proposta non può essere che uscire, almeno in parte, dalla suggestione che il dibattito sull’assistenza sessuale evoca e provare a mettere sul tappeto un vasto ordine di ragionamenti, che qui si seguito provo sommariamente a esemplificare.

Innanzitutto è necessario estrarre dal dibattito – direi anche estirpare – gli accenni sempre presenti che il tema è nascosto, è tabù, è una novità, non se ne parla… e così via. Primo, perché questo è un po’ voler mettere il “cappello sulla sedia” di un tema ovviamente trainante e vendibile (formazione, corsi, convegni, articoli, visibilità mediatica…). Secondo, perché semplicemente non è vero. In Italia, infatti, se ne dibatte da oltre trentacinque anni, con il primo libro sul tema pubblicato nel 1978 (Sessualità e handicappati, a cura di Andreola Tessari, Feltrinelli), ricordando poi come le banche dati bibliografiche e di risorse promosse dall’AIAS di Bologna (Associazione Italiana Assistenza Spastici), dal Comune di Torino e dalla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), sul tema Donne e disabilità, segnalino centinaia tra libri, articoli, progetti, corsi, atti di convegni e risorse on line [anche il nostro giornale, come si può ben vedere dall’elenco nemmeno completo di testi qui a fianco pubblicati, propone sin dagli inizi approfondimenti e aggiornamenti su tali tematiche, N.d.R.].

Persona sfuocata sullo sfondo, dietro ai raggi di una ruotaÈ poi paradossale che si chieda attenzione al tema proprio attraverso la promulgazione di una legge: siamo sicuri di volere affidare alla legge le sorti della dinamica dell’incontro tra i corpi? Proprio alla legge, che è l’incarnazione massima dell’“istituito”, vogliamo affidare il tema della sessualità, che è per sua natura destabilizzante e, potremmo dire, “antistituzionale”?

E ancora, va a mio parere considerato che la proposta dell’assistenza sessuale è “pompata” più dall’informazione del mondo sociale – e in particolare da quella on line – e dall’eco che questa trova nei media (è stato soprattutto «Il Fatto Quotidiano» a rendersi paladino di questa campagna), più che dal circuito associativo nel quale prevalgono molte perplessità su questo tipo di proposta, anche alla luce del fatto che nell’arco di tempo di un anno dalla uscita della proposta stessa, non c’è mai stato un pronunciamento o una eco di adesione alla stessa.

Va quindi registrato come sia anche in corso – potremmo dire parallelamente – un processo in cui a un approccio di tipo educativo/formativo, con gli operatori, con le famiglie, con i diretti interessati (basti pensare al lavoro fatto dalla fine degli Anni Ottanta sino all’inizio degli Anni Duemila dallo psicologo Fabio Veglia a Torino, dal medico psicoterapeuta e sessuologa Maria Cristina Pesci a Bologna, insieme all’AIAS, dal pedagogista Andrea Mannucci a Firenze in àmbito universitario, dal Gruppo Donne UILDM in tema di riflessione sul “femminile”, e da tante altre piccole esperienze), si affianchi/sostituisca un modo di declinare il tema in termini di minoranza sessuale/diritti (e relativa modalità rivendicativa). Non a caso il Disegno di Legge è presentato da un esponente di Arcigay e anche altri progetti realizzati in precedenza si muovono, almeno in parte, nel medesimo alveo, ciò che indica quindi un cambio almeno parziale di paradigma, che sarebbe utile dichiarare.

Altra riflessione: uomini e donne si nasce, ma soprattutto si diventa, e il tema della sessualità nasce con noi. Il fiocco rosa o azzurro che spesso non viene appeso al portone di casa quando nasce un bambino disabile («…ché non c’è niente da festeggiare…») rappresenta la prima tappa dell’esclusione dall’essere considerato una persona sessuata. Non si può quindi ragionare in materia solo pensando agli adulti; tante, infatti, sono le tappe e le vicende, grandi e piccole, che costruiscono l’identità sessuale di una persona, la sua sfera emotiva, la sua capacità di relazione.

E da ultimo, ma non ultimo, credo sia necessario, oltre che utile, approfondire il tema, per non cadere nella “trappola” delle battaglie ideologiche, assai ghiotta per i media, in termini di contrapposizioni ideologiche e culturali del tipo laici/cattolici, bacchettoni/radical chic, operatori/famiglie/disabili.
In tal senso, oltre a tutto quanto già citato in precedenza, mi sembrano degli utili contributi in materia quello del 2013 di Brunella Casalini sulla rivista «Etica e politica» (Disabilità, immaginazione e cittadinanza sessuale) e quello più recente di Davide Pizzi sul blog della rivista «Prospettive Sociali e Sanitarie» (Le “barriere architettoniche” dell’affettività. Riflessione sui bisogni affettivi delle persone disabili), oltre a quanto detto da Maria Cristina Pesci in un video su YouTube (L’amore che ci riguarda).

Per la realizzazione del presente testo sono stati consultati oltre una trentina di contributi tutti rintracciabili in rete, vale a dire articoli tratti da riviste specializzate, da quotidiani, blog, periodici e siti di associazioni e video. L’elenco completo delle fonti consultate può essere richiesto alla nostra redazione (info@superando.it).