Buone prassi di accessibilità e cattive prassi di frammentazione

«Certo – scrive Simone Fanti – complessivamente, in tema di accessibilità, siamo ancora lontanissimi dai livelli raggiunti da altri Paesi, ma qualcosa di buono qua e là si muove». E tuttavia, aggiunge, «c’è un mondo della disabilità frammentato, che non ancora a parlare con un’unica voce, cosicché i progetti che con gran fatica vengono portati avanti spesso aiutano una parte delle persone con disabilità e non tutti gli elementi dalla comunità»

Cartello davanti ai punti vendita Superstore Pam

Il cartello presente già dal 2005 davanti ai ventitré punti vendita Superstore Pam, che può consentire alle persone con disabilità di risolvere alcuni problemi

Più girovago per l’Italia, per diletto, per lavoro o per verificare l’accessibilità delle strutture e dei servizi, più mi rendo conto di quanto sia stato fatto per rendere più autonoma la vita delle persone con disabilità. E di quanto poco si faccia per comunicarlo, affidandosi ancora troppo spesso solo al tam tam e ai social network.
Certo, complessivamente siamo ancora lontanissimi dai livelli raggiunti da altri Paesi – soprattutto se si parla di welfare -, ma qualcosa si muove.

Inizio con un paio di buoni esempi, che nell’inglese della burocrazia, oggi tanto di moda, si direbbero di best practice. Qualche giorno fa sul web girava una foto che ritraeva un cartello all’esterno dei Supermercati Pam. Sul segnale, posto nei pressi dei parcheggi riservati ai disabili, c’era scritto: «Le persone con disabilità possono richiedere in direzione uno speciale telecomando che, usato all’interno del supermercato, consente l’intervento del nostro personale in caso di necessità». Per esempio, il parcheggio disabili occupato abusivamente o una caduta uscendo dalla vettura.
Mi sincero della veridicità della foto e scopro che «nei 23 punti vendita Superstore Pam – spiegano i responsabili della catena di supermercati – è stato attivato un servizio riservato alle persone con disabilità, per tentare di risolvere le difficoltà che talvolta incontrano all’interno dei parcheggi come, ad esempio, posti riservati già occupati, difficoltà ad accedere alla propria vettura, a caricare gli acquisti, ascensori non disponibili. Si è così pensato di fornire, alle persone che ne fanno semplice richiesta e senza particolari formalità, uno speciale telecomando: azionato nel parcheggio provoca una chiamata al box accoglienza e l’intervento di un addetto che si prodiga per dare ausilio alla persona in difficoltà».
Ebbene, tale servizio è attivo addirittura dal 2005, ma in pochi ne sono a conoscenza. Si tratta di una “buona pratica” che potrebbe essere replicata anche in altri supermarket e centri commerciali.
Giusto per la cronaca, la Pam sarà sponsor ufficiale dei trentesimi Giochi Nazionali Estivi di Special Olympics, il movimento internazionale dello sport praticato da persone con disabilità intelettiva, evento in programma nei prossimi giorni a Venezia.

Spostiamoci in Sardegna, dove sono stato di recente per seguire un convegno sul turismo accessibile in Costa Smeralda, organizzato dalla Cooperativa Passepartout.
Gli organizzatori mi portano con un pulmino attrezzato (uno dei quattro a disposizione del Comune di Arzachena) a visitare il Nuraghe di Prisgiona (Provincia di Olbia-Tempio) e con mia grande sorpresa lo trovo parzialmente accessibile, grazie alla passerella di legno costruita per i “pochi” visitatori.
Chi conosce i nuraghi sardi può immaginare quanto siano inaccessibili per via del dedalo dei sentieri e della conformazione della costruzione. In questo caso, però, la passerella rimovibile mi ha permesso la visita (e l’ha consentito anche alla mamma con il passeggino dietro di me).
Basta poco, spesso, per cambiare. Spesso è solo questione di buona volontà, come quella che stanno dimostrando i volontari di un’altra Associazione sarda, Gli amici di Nemo, che sono al lavoro per creare la prima spiaggia accessibile della Costa Smeralda. Non una semplice spiaggia per tutti, ma un luogo che dia anche lavoro alle persone con disabilità: alcuni degli operatori all’interno della struttura saranno infatti disabili.

Due esempi tra tanti posibili che mi hanno portato a riflettere sulla frammentazione del mondo della disabilità, composto da migliaia di Associazioni, spesso piccole o piccolissime. Una selva di sigle e ONLUS incapaci di fare sistema – situazione fotocopia di quella italiana – e di trasmettersi conoscenze. E chi tenta di riunire il tutto in un’unica Federazione, si scontra con centinaia di migliaia di responsabili portatori delle esigenze di piccoli gruppetti di persone. Un coro di voci che genera molto rumore di fondo e caos, senza riuscire a esprimere le reali esigenze di tutti.
Il mondo della disabilità non riesce ancora a parlare con un’unica voce, cosicché i progetti che con gran fatica vengono portati avanti spesso aiutano una parte delle persone con disabilità e non tutti gli elementi dalla comunità.
Un esempio di questo modo di agire che si può “apprezzare” nel campo delle barriere architettoniche: le Associazioni che rappresentato i disabili motòri abbattono i gradini, quelle che rappresentano le disabilità sensoriali pensano, ad esempio, ad attrezzare le strade e gli edifici con sensori acustici o visivi. Nessuno che abbia una visione d’insieme… come se ciascuno pensasse solo a mettere un tappo nel posto di sua competenza in una diga piena di falle.

Testo pubblicato da “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Disabili a frammentazione”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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