Se il bambino parla tardi

Quali caratteristiche distinguono i bambini che cominciano a parlare tardi (in inglese “late talkers”) rispetto ai loro coetanei? E quali sono i nuovi modelli di lavoro, verificabili con metodologie scientificamente appropriate, per rispondere nel modo più idoneo a questo frequente disturbo, che condiziona la vita di molti bambini e delle loro famiglie? Se n’è parlato a fondo durante un recente convegno a Bosisio Parini (Lecco)

Bimbo con la mano davanti alla boccaQuali caratteristiche distinguono i bambini che cominciano a parlare tardi rispetto ai loro coetanei? Leslie Rescorla del Bryn Mawr College in Pennsylvania (Stati Uniti) ha illustrato i propri studi sui cosiddetti late talkers – i “bambini che cominciano a parlare tardi”, appunto – nell’àmbito del convegno intitolato Promuovere la salute: dal linguaggio agli apprendimenti, che si è tenuto all’inizio di giugno all’IRCCS Medea-Associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (Lecco).

Grazie dunque al Language Development Survey (“Scala sullo Sviluppo del Linguaggio”), uno strumento costruito proprio da Rescorla per valutare il vocabolario dei bambini attraverso il resoconto dei genitori, è possibile identificare precocemente i bambini tra i 24 e i 35 mesi che presentano un ritardo nell’acquisizione del linguaggio.
Se a 12 mesi i bimbi pronunciano poche parole (mamma, papà, cane), a 18 mesi molti di loro acquisiscono almeno 50 parole e alcune frasi («ancora succo», «macchina via», «cappello mamma»), a 24 mesi ci si aspetta il discorso telegrafico («questa mia tazza», «bimbo mangia biscotto»), mentre a 3 anni molti usano frasi complete. Ebbene, in base agli studi della ricercatrice americana, la maggioranza dei late talkers sviluppano un linguaggio nella norma entro i 5 anni, linguaggio che rimane tuttavia costantemente inferiore a quello dei “bambini di controllo” nelle abilità di vocabolario, grammaticali e di memoria verbale fino a 17 anni; sono inoltre meno abili nella decodifica della lettura a 8 e 9 anni e peggiorano nella comprensione a 13 anni.
«Sebbene molti bambini con ritardo precoce del linguaggio abbiano poi una remissione spontanea – ha sottolineato Rescorla a Bosisio Parini -, per altri non è così. L’ideale è dunque uno screening a 2 anni, un monitoraggio fino a 30 mesi e, se non vi sono buoni progressi, un intervento entro i 3 anni».

Attraverso la versione italiana della Language Development Survey – presentata per la prima volta in Italia durante il convegno di giugno -, Alessandra Frigerio dell’IRCCS Medea ha messo a confronto lo sviluppo lessicale dei bambini italiani e quello dei coetanei americani di età compresa tra 18 e 35 mesi.
Lo studio, svolto in collaborazione con la stessa Rescorla e con Emiddia Longobardi dell’Università La Sapienza di Roma, è stato condotto su un campione di 398 bambini, reclutati negli asili nido di Erba (Como), Monza Brianza e Roma. I dati mostrano che vi sono molte somiglianze nello sviluppo lessicale dei bambini italiani e americani, sebbene queste siano più evidenti nelle prime fasi di acquisizione e tendano a diminuire con l’aumentare dell’età, quando aumenta l’ampiezza del vocabolario e l’importanza dei fattori culturali.
Ad esempio, le parole che riguardano alcuni tipi di cibo – come hamburger e toast – hanno una frequenza più alta nei bambini americani, mentre quelle che riguardano la famiglia – come zio – si riscontrano maggiormente nel vocabolario dei bimbi italiani. Inoltre, sono emerse molte somiglianze tra lo sviluppo lessicale dei late talkers italiani e americani, pari circa a poco più del 3% di bambini nel campione italiano e quasi al 4% di bimbi nel campione americano. È risultato infatti che la composizione del vocabolario dei late talkers italiani e americani è molto simile a quella dei loro connazionali più piccoli, suggerendo un ritardo nello sviluppo lessicale, piuttosto che un pattern deviante [pattern va tradotto con “schema”, “modello”, N.d.R.].
In ogni caso, è importante valutare nei late talkers le abilità non verbali, il linguaggio recettivo e l’eventuale presenza di problemi emotivo-comportamentali, poiché sono aspetti che possono orientare il tipo di trattamento. Pertanto, occorre confrontarsi anche su interventi riabilitativi specifici e innovativi, per prevenire i disturbi del linguaggio o per intervenire nel caso questi si manifestino.

Andrea Marini dell’Università di Udine e dell’IRCCS Medea ha illustrato l’efficacia delle attività di potenziamento linguistico da lui stesso elaborate (giochi con le rime; riconoscimento di suoni; sillabazione…), mentre Andrea Facoetti dell’Università di Padova e dell’IRCCS Medea ha mostrato come un training con videogiochi d’azione migliori quelle abilità che sono predittive dell’apprendimento della lettura.
Dal canto loro, Maria Luisa Lorusso dell’IRCCS Medea e Anna Maria Beretta, dirigente scolastico, hanno illustrato percorsi didattici sperimentali per l’apprendimento della lingua straniera, nati dalla collaborazione tra lo stesso Medea e l’Istituto Comprensivo di Casatenovo (Lecco).
Infine, Catia Rigoletto dell’IRCCS Medea ha dimostrato l’efficacia di una procedura di insegnamento basata sui principi della Relational Frame Theory [spiegazione funzionale psicologica del linguaggio e della cognizione umana, N.d.R.]. A un campione di bambini tra i 3 e i 5 anni con diagnosi di disturbo del linguaggio è stato proposto un training di 45 minuti al giorno per 3 giorni alla settimana e per un periodo di 3 mesi, finalizzato all’insegnamento della capacità di formare categorie, cioè di trovare delle relazioni tra stimoli arbitrari.
L’aspetto particolarmente interessante emerso dai primi risultati risiede nel fatto che insegnando due relazioni tra stimoli-target, i soggetti spontaneamente derivavano le altre relazioni esistenti tra gli stimoli stessi, ovvero i bambini apprendevano relazioni senza bisogno di un training diretto.

«Stiamo sperimentando nuovi modelli di lavoro – dichiara Massimo Molteni, responsabile della Ricerca in Psicopatologia del Medea -, verificabili con metodologie scientificamente appropriate, per individuare le risposte più idonee a un disturbo molto frequente e che condiziona la vita di molti bambini e delle loro famiglie. In un mondo che è cambiato drammaticamente e in poco tempo, nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, sono necessarie scelte coraggiose e innovative per un welfare rinnovato, inclusivo – cioè equo – aperto al futuro e in tal senso i bambini sono il nostro futuro su cui scommettere e da cui ricominciare, per ricostruire un modello di partecipazione e di solidarietà possibile».

Per ulteriori informazioni e approfondimenti: ufficio.stampa@bp.lnf.it.

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