Esistono strutture senza violenza?

Come una sorta di tragica “epidemia estiva”, uno dopo l’altro si susseguono episodi di violenza scoperti dalle Forze dell’Ordine all’interno di strutture di “ospitalità” e riabilitazione, in varie parti del Paese. L’ennesimo, tristissimo episodio, documentato anche da immagini video, si è avuto questa volta a Grottammare (Ascoli Piceno), nei confronti di alcuni giovani con autismo e ha già portato all’arresto di cinque educatori

Mani davanti al volto. Immagine simbolo di violenzaSono tre le risposte che possiamo proporre al quesito contenuto nel titolo:
a) No, non esistono. La violenza è una caratteristica intrinseca delle strutture.
b) Potrebbero esistere o forse esistono strutture senza violenza, ma sono rare come i quadrifogli in un piccolo prato.
c) Sì, esistono e sono la norma. Gli episodi di violenze documentate sono attribuibili ai singoli operatori o al massimo a piccoli gruppi di essi.
Naturalmente, quando parliamo di “strutture”, ci riferiamo a quelle di ospitalità per persone con disabilità psichica, relazionale o fisica.

Ebbene, sono propenso a credere che chiedendo alla “signora della porta accanto”, oggi lei darebbe una risposta oscillante tra a) e b).
Naturalmente detta signora baserebbe il proprio giudizio su quanto vede in TV, legge sui giornali e segue in internet. E avrebbe ottimi motivi per rispondere in questo modo, rafforzati dall’ennesimo episodio di “malassistenza”, questa volta filmato nel Centro Socio Educativo Riabilitativo Casa di Alice di Grottammare (Ascoli Piceno).
La “malassistenza” è il controcampo della malasanità, ambedue figlie di una madre degenere: la cupidigia. Se infatti credevate fossero figlie della malvagità degli uomini, sbagliavate. Al massimo la malvagità degli uomini può essere il loro “padre biologico”, ma è solo combattendo la cupidigia di profitti spropositati che è possibile combattere questa epidemia di violenza contro chi non può difendersi.

Credo che tutte o quasi le persone che si occupano a vario titolo di disabilità abbiano ormai sufficienti informazioni sui livelli di formazione di almeno una parte del personale che opera in queste strutture, sulle modalità di reclutamento e di valutazione, sulle loro retribuzioni, sui costi a carico degli enti pagatori e/o delle famiglie, sulla vigilanza e sui controlli effettuati o meno da chi di dovere, sulle responsabilità amministrative e politiche che stanno sopra a questa “montagna di miseria umana”, per dover tornare sull’argomento.
I sistemi di videoregistrazione abituale non sono tollerabili perché ledono la dignità dei lavoratori? Gli operatori “non qualificati” divengono più o meno improvvisamente “qualificati” grazie a dei corsi regionali riservati a loro? E i Presidenti dei Consorzi di Cooperative, i Direttori di ASL e gli Assessori Regionali al Sociale, non fanno la figura del bambino della favola che gridava “Al lupo! Al lupo!”, quando minacciano duri provvedimenti, dopo anni di letargo?
Queste sono solo alcune delle domande che, assieme alla “signora della porta accanto”, si pongono le nostre famiglie con disabilità. Con una piccola variante: che noi conosciamo le risposte.

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