Meglio i Comuni grandi o quelli piccoli?

Uno spunto, quello proposto questa volta da Giorgio Genta, che potrebbe anche trasformarsi in un utile tema di discussione: per le persone con disabilità e le loro famiglie è preferibile vivere in un piccolo Comune o in una grande città? Quali sono le principali differenze e quali le analogie? «E naturalmente – si chiede Genta – quali sono le migliori strategie di lotta possibili, oltre all’ironia?»

Puzzle dell'ItaliaEsiste una differenza nella percezione delle esigenze delle persone con disabilità in un grande Comune e in uno più piccolo? E politicamente queste esigenze come vengono soddisfatte? Ancora, qual è il peso delle Associazioni di persone con disabilità nei due casi? E quello dei singoli cittadini con disabilità?
Le domande sono molte e chi scrive – anziano piccolo uomo con molti limiti – non ha risposte per tutte. Mi limiterò quindi a fornire quelle poche e incerte che conosco direttamente e limitatamente al caso del mio Comune di circa 10.000 abitanti, piccolo, perciò, ma non piccolissimo.

Il piccolo Comune è oggi in una posizione singolare: è ambìto talvolta per la possibile qualità della vita che vi si svolge, altrettante volte è temuto per la scarsità dei mezzi economici (continuamente limati) di cui dispone. Se si pensa poi che una situazione ideale potrebbe essere quella di un piccolo Comune ben amministrato, favorito dalla natura, non troppo schiacciato da balzelli fiscali, ove gli amministratori, nolenti o volenti, fossero costretti a porre orecchio alle santissime esigenze dei cittadini con disabilità e a soddisfarle decentemente, ebbene, se tutte queste cose si verificassero avreste trovato il luogo perfetto per vivere!
Ma esiste questa sorta di miracolo? Naturalmente no. E tuttavia, a ben cercare, esistono piccoli Comuni – fortunati o virtuosi che siano – che si avvicinano, prudentemente a distanza, a tal prodigioso lento divenire. “Divenire” perché anche per i Comuni, così come per gli uomini, fortunati si nasce, virtuosi si diventa e con fatica.

Il piccolo Comune, questo luogo dello spirito così invidiatoci a livello planetario per le sue deliziose piazzette, i suoi bar ricchi di avventori dai soprannomi pittoreschi e i suoi amministratori pubblici cui tutti danno del tu – anche se molti li odiano caramente – collabora volentieri con chi si occupa seriamente di disabilità, cioè con le stesse persone con disabilità e con le Associazioni locali (che esistono assai anche nei piccoli Comuni) che le rappresentano? Certo, solitamente collaborano volentieri, specie se c’è un ritorno di immagine, possibilmente sui media generalisti, nonché sulla stampa locale, senza dimenticare portali, blog, trilli e cinguettii vari.
A proposito poi delle “ristrettezze di bilancio”, così invocate e così di moda, il piccolo Comune dovrebbe “favorire” – ciò che di per sé è assai brutto a dirsi – una particolare disabilità e ottenere magari un applauso forte ma breve, oppure far meno ma per tutti (tutti quelli che ne hanno davvero bisogno, sia chiaro), in modo tale che l’applauso sarebbe allora più lieve ma più prolungato?

Continuerei volentieri con altre domande senza risposta (vogliono darle i Lettori le risposte? Sarebbe interessante), se la figlia maggiore non mi ammonisse spesso ad essere meno prolisso nel parlare. Perché lei non sa, in ciò fortunata creatura, che talvolta anche scrivo!

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