Disabilità mentale e intellettiva: stop alla pena di morte!

In occasione della XII Giornata Mondiale contro la Pena di Morte, Amnesty International denuncia il fatto che numerosi Stati continuano a mettere a morte persone con disabilità mentale e intellettiva, in evidente violazione degli standard internazionali, e mette in fila alcuni concreti casi specifici, riguardanti ad esempio Stati Uniti, Giappone e Pakistan, Paesi in cui, se non si riformeranno i sistemi di giustizia penale, molte altre persone con disabilità rischieranno l’esecuzione

Hakamada Iwao

C’è in corso un appello per salvare la vita del settantottenne giapponese Hakamada Iwao, persona con gravi problemi di salute mentale, che da ben quarantacinque anni è nel braccio della morte

In occasione della XII Giornata Mondiale contro la Pena di Morte – che è proprio oggi, 10 ottobre -, l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International denuncia il grave fatto che numerosi Stati continuano a mettere a morte persone con disabilità mentale e intellettiva, in evidente violazione degli standard internazionali.
In tal senso, la stessa Amnesty ha documentato casi di persone con tali forme di disabilità, condannate o già messe a morte in Stati quali il Pakistan, ma anche nel Giappone e negli Stati Uniti, Paesi in cui, se non verranno riformati i sistemi di giustizia penale, molte altre persone rischieranno l’esecuzione.

«Gli standard internazionali sulla disabilità mentale e intellettiva – dichiara in tal senso Audrey Gaughran, che dirige il Programma Temi globali di Amnesty International – sono importanti salvaguardie a tutela di persone vulnerabili, che non hanno lo scopo di giustificare crimini orrendi, ma che stabiliscono dei criteri in base ai quali la pena di morte può essere o meno inflitta».
«Siamo contrari alla pena di morte in ogni circostanza – sottolinea ancora l’esponente di Amnesty -, in quanto è l’estrema punizione crudele, disumana e degradante, ma nei Paesi che ancora ne fanno uso, gli standard internazionali, compresi quelli che la vietano nei confronti di determinate categorie di persone vulnerabili, devono essere rispettati, in vista dell’abolizione definitiva. Ebbene, quegli standard internazionali stabiliscono senza ombra di dubbio che le persone che soffrono di disabilità mentale e intellettiva non devono subire questa sanzione estrema. E tuttavia, in molti casi, tale condizione non viene accertata durante il procedimento penale».
«Quello che stiamo mettendo in luce oggi – conclude Gaughran – è un altro esempio dell’ingiustizia della pena di morte. Oltre perciò a chiedere ai Governi di tutti i Paesi che ancora usano la pena di morte di istituire immediatamente una moratoria sulle esecuzioni, come primo passo verso l’abolizione, chiediamo anche che assicurino le risorse necessarie a svolgere valutazioni indipendenti e rigorose su chiunque rischi la pena di morte, dal momento in cui viene incriminato fino alla fase successiva alla sentenza».

Alcuni casi specifici vengono poi evidenziati, sempre da Amnesty International, per illustrare il modo in cui venga usata la pena di morte nei confronti di persone con disabilità mentale e intellettiva.
Negli Stati Uniti, ad esempio, «Askari Abdullah Muhammad è stato messo a morte il 7 gennaio 2014 in Florida per un omicidio commesso in carcere nel 1980. Aveva una lunga storia di malattia mentale e gli era stata diagnosticata una schizofrenia paranoide. Il 9 aprile, il cittadino messicano Ramiro Hernandez Llanas è stato messo a morte in Texas, nonostante sei successivi test sul quoziente intellettivo avessero dimostrato la sua disabilità intellettiva e dunque l’incostituzionalità della sua condanna a morte. In Florida, Frank Walls e Michael Zack, due condannati a morte con gravi traumi mentali, hanno esaurito tutti gli appelli contro l’esecuzione».
Si passa poi al Giappone, dove, rende noto Amnesty, «molti prigionieri sofferenti per malattie mentali sono stati già impiccati, altri rimangono nel braccio della morte. Hakamada Iwao, 78 anni, condannato a morte per omicidio nel 1968 al termine di un processo iniquo, è la persona che ha trascorso il più lungo periodo di tempo nel braccio della morte, 45 anni! Durante decenni di isolamento completo, ha sviluppato numerosi e gravi problemi di salute mentale. È stato rilasciato provvisoriamente nel marzo 2014 in vista di un possibile nuovo processo». E ancora, «Matsumoto Kanji è nel braccio della morte dal 1993 e, sebbene i suoi avvocati stiano chiedendo un nuovo processo, potrebbe essere impiccato in ogni momento: ha sviluppato disabilità mentale a seguito di avvelenamento da mercurio e appare paranoico e incoerente a seguito della malattia mentale sviluppata durante la detenzione».
Nel Pakistan, infine, «Mohammad Ashgar, diagnosticato schizofrenico paranoide nel 2010 nel Regno Unito e da qui rinviato nel suo Paese, è stato condannato a morte nel 2014 per blasfemia». (S.B.)

Suggeriamo la lettura di un utile approfondimento sul ricorso alla pena di morte per le persone con disabilità mentale e intellettiva, curato dalla Sezione Italiana di Amnesty International. Sempre accedendo al sito di quest’ultima, è anche possibile firmare l’appello per sottrarre alla pena di morte il giapponese settantottenne Hakamada Iwao, persona con gravi problemi di salute mentale, che da quarantacinque anni è nel braccio della morte.
Per ulteriori informazioni e approfondimenti: press@amnesty.it.

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