Perché saremo alla Marcia per la Pace

Perché le guerre incrementano il numero di persone con disabilità. Perché queste ultime, durante i conflitti, sono quelle che stanno peggio, insieme ai vecchi e ai bambini. E soprattutto per non dover più raccontare storie terribili come quella di Nedaa, giovane donna palestinese non vedente. Per questo DPI Italia e la FISH hanno aderito alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi del 19 ottobre, invitando a parteciparvi tutte le persone con disabilità e le loro associazioni

Carrozzina tra le macerie a Gaza

Una carrozzina tra le macerie della Striscia di Gaza, durante i giorni dell’estate scorsa che hanno visto quella zona della Palestina colpita dai bombardamenti di Israele

In calce riprendiamo il testo diffuso qualche settimana fa da DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), per motivare l’adesione di tali organizzazioni alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi di domenica 19 ottobre, invitando a parteciparvi «tutte le persone con disabilità e le loro associazioni e tutti coloro che vogliono vivere in un mondo senza guerre».
Ma per dare ulteriore sostanza e concretezza a quell’appello, abbiamo deciso di farlo precedere dalla terribile testimonianza riguardante Nedaa Bardaa, una giovane donna non vedente di Gaza in Palestina, che ha raccontato la sua “giornata indimenticabile”, quando, il 20 luglio scorso, ha sentito per la prima volte le bombe cadere sulla sua città.
Ringraziamo Giampiero Griffo per la traduzione e l’adattamento di tale testo, apparso nella rivista «Voice of Women» (n .1, ottobre 2014), e qui ripreso per gentile concessione. «Voice of Women» viene pubblicata a Gaza a cura del Progetto
Include (Empowerment socio-economico delle donne con disabilità nella Striscia di Gaza), gestito dall’Associazione EducAid della Rete RIDS (di cui fa parte anche la FISH).

Una giornata indimenticabile
a cura di Giampiero Griffo
Il 20 luglio è stata una giornata indimenticabile per Nedaa Bardaa, una giovane donna di Gaza, in Palestina. Non è stato il giorno del suo matrimonio, quello della sua laurea o del suo compleanno, è stato il giorno più nero della sua vita, e nonostante lei sia una persona cieca, non è stata questa la ragione dell’oscurità di quel giorno, bensì la paura, le urla e la necessità di fuggire, quando si è trovata a correre lontano dalle bombe che cadevano dal cielo, tenendo la mano del fratello minore.
La sua famiglia ha visto il sorriso sparire dalla sua casa, che è stata parzialmente distrutta, e così ha deciso di scappare verso la periferia della città, percorrendo in tre minuti la distanza verso la casa del nonno, ciò che in genere ne richiede quindici: pensavano infatti che la casa del nonno potesse proteggerli dalla pesante pioggia di bombe. Nedaa, inoltre, si può dire sia stata quasi “fortunata” perché nella fuga un proiettile le è caduto molto vicino.
«Fino ad allora – racconta – essere sotto a un pesante bombardamento era stata per me solo un’immagine televisiva, un articolo di giornale o il capitolo di in un libro. Non avevo mai vissuto una simile esperienza, nemmeno pensando a tutte le situazioni di guerre già passate». Nessun conflitto precedente, infatti, era stato simile a quello subìto nell’estate scorsa dalla Striscia di Gaza, che ha portato Nedaa e molti altri palestinesi a dover sopportare gravi sofferenze fisiche e psicologiche.
Oggi Nedaa chiude gli occhi, cercando di sfuggire al ricordo delle sofferenze vissute, anche quando racconta di persone che, a causa delle ferite derivanti dai bombardamenti, sono diventate disabili: «I loro sogni – dice – sono volati via con i loro arti amputati».
Le sofferenze di Nedaa sono continuate poi nell’Ospedale Al Shefaa e in seguito nelle scuole dell’UNRWA [lUnited Nations Relief and Works Agency, ovvero l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente, N.d.R.], che hanno ospitato migliaia di sfollati. Lì i suoi bisogni di persona con disabilità visiva non vengono presi in considerazione: non può infatti uscire da sola dall’aula-stanza dove è ospite insieme a sei altre famiglie rifugiate. «Ho sempre bisogno – racconta – di uno dei mie fratelli che mi accompagni, mi sembra di vivere in una prigione».
Tutto quello che ha vissuto Nedaa in quei cinquantuno giorni di guerra è stato sufficiente a farle perdere la speranza nella vita, sebbene la drammatica situazione l’abbia resa più forte e determinata nel suo sogno di avere un lavoro, in modo da poter aiutare i membri della sua famiglia che hanno oggi ancor più bisogno di lei che in passato.

Le persone con disabilità alla Marcia per la Pace
di DPI Italia (Disabled Peoples’ International) e FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)
Nel mondo sono in corso situazioni di guerra in trentasei Paesi e i conflitti ormai colpiscono quasi esclusivamente le popolazioni civili. Se infatti nella prima guerra mondiale, a fronte di 10.298.699 vittime militari, furono 7.081.074 quelle civili, già nella seconda guerra mondiale il rapporto si era invertito (48.525.113 civili e “solo” 9.564.947 militari).
Questo trend è cresciuto negli ultimi anni con l’uso di sofisticate tecnologie belliche, al punto che ormai mentre i morti inermi crescono a dismisura, si contano nell’ordine di poche centinaia o migliaia quelli militari.

Tutto il movimento internazionale delle persone con disabilità e delle loro famiglie è sempre stato contrario a qualsiasi guerra, perché incrementa il numero di persone con disabilità, crea condizioni nelle quali le persone meno tutelate e discriminate sono quelle più soggette a violenze e violazione di diritti umani, perché anche nel momento dell’intervento umanitario di emergenza, ci si dimentica che vi sono persone con esigenze particolari.
In poche parole, le persone con disabilità, come i vecchi e i bambini, sono i più colpiti dagli effetti devastanti di una guerra.
Durante la guerra in Kosovo, ad esempio, le persone non autonome venivano abbandonate nelle fughe precipitose.
In molti Paesi con conflitti, le persone rinchiuse in istituti – spesso incapaci di rappresentarsi da sole – hanno visto mancar loro progressivamente l’assistenza, la cura e il cibo.
E ancora, nei campi profughi completamente inaccessibili, le persone con disabilità sono prigioniere nelle loro tende, non possono andare in bagno, non ricevono diete alimentari speciali a loro necessarie, non hanno alcuna assistenza.
Nella recente guerra, infine, che ha coinvolto la Striscia di Gaza, nello Stato di Palestina, le persone con disabilità non potevano fuggire dalle loro case durante i bombardamenti.

A queste condizioni terribili si aggiungono le conseguenze che colpiscono le persone con disabilità nei Paesi che entrano in guerra: infatti, l’attenzione verso le esigenze del conflitto, le risorse economiche ingenti che quest’ultimo ingoia, l’abitudine a un “mondo a due dimensioni”, fatto solo “di chi è con noi e di chi è contro di noi”, produce disattenzione e spesso cancellazione delle azioni e delle politiche necessarie a garantire alle persone con disabilità la lotta all’esclusione sociale, la non discriminazione e la pari opportunità nell’accesso ai diritti.
L’inclusione sociale che le persone con disabilità rivendicano in tutto il mondo, come metodo e obiettivo delle società rispettose dei diritti umani di tutti, richiede un dialogo continuo, la messa a disposizione di strumenti di empowerment* e di politiche pubbliche di mainstreaming*, il coinvolgimento di tutti gli attori sociali competenti, la messa a disposizione di soluzioni legate alla personalizzazione degli interventi e alla trasformazione degli ambienti di vita e di relazione.
Tutto questo durante la guerra viene messo in secondo piano, a volte totalmente cancellato dalle agende politiche, dai mass media e dalla coscienza della gente comune.
Per questo DPI (Disabled Peoples’ International), organizzazione per la tutela dei diritti umani delle persone con disabilità, presente in centoquarantadue Paesi del mondo, e la FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), hanno deciso di aderire alla Marcia per la Pace Perugia-Assisi del 19 ottobre prossimo, invitando a parteciparvi tutte le persone con disabilità e le loro associazioni e tutti coloro che vogliono vivere in un mondo senza guerre.

*Con il termine “empowerment” si intende la crescita dell’autoconsapevolezza, mentre la parola “mainstreaming” (letteralmente “flusso principale”) identifica qui l’inserimento dei provvedimenti riguardanti la disabilità all’interno di tutte le politiche pubbliche generali.

La Marcia per la Pace Perugia-Assisi partirà da Perugia alle 8.30 circa di domenica 19 ottobre, mentre le persone con disabilità lo faranno da Bastia Umbra, ove la Marcia stessa arriverà alle 11 circa. In due testi specifici sono disponibili, rispettivamente, le informazioni rivolte alle persone con disabilità e quelle generali per i partecipanti alla Marcia.
Per approfondimenti, accedere al sito della Marcia e anche al sito Per la Pace.it. Per ulteriori informazioni: Giampiero Griffo (giambatman@tin.it).

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