Perché Pistorius non può più essere un simbolo

«Oscar Pistorius – scrive Simona Lancioni – è stato un potentissimo simbolo di riscatto sociale delle persone con disabilità, ma penso che oggi non possa più essere assunto come modello di riferimento, perché è accaduto qualcosa che ne ha modificato l’immagine pubblica, rendendolo inadatto a reggere ancora quel testimone. E credo che altre e altri riusciranno a portare quel testimone, anche con la consapevolezza delle grandi responsabilità che quel ruolo comporta»

Da un grande potere derivano grandi responsabilità
Lo zio Ben al nipote Peter Parker (l’Uomo Ragno)
(dalla serie a fumetti creata da Stan Lee)

Provate a immaginare che una delle persone che amate, una persona importante per voi, commetta un crimine. Smettereste di amarla? Dipende certamente dal crimine che ha commesso, dalle circostanze in cui si è verificato, dalla distanza tra la nuova immagine che quella persona assume dopo aver commesso il crimine e dall’idea che avevate di lei. Dipende anche dal fatto – e non va sottovalutato – che i sentimenti e la ragione di solito viaggiano su binari distinti, e talvolta vanno in direzioni diverse.

Molte persone con disabilità, e non solo, hanno amato e amano Oscar Pistorius, l’atleta sudafricano, amputato bilaterale, campione paralimpico. Per loro Pistorius continua ad essere l’eroe che corre con le protesi in fibra di carbonio; la prima persona con disabilità che è riuscita ad ottenere di gareggiare con i normodotati alle Olimpiadi di Londra (nel 2012), colui che ha infuso in tanti e tante giovani disabili una fiducia e un coraggio tali da indurli e indurle a misurarsi con lo sport agonistico.
Posso solo immaginare il senso di smarrimento che devono aver provato queste persone quando, il 14 febbraio 2013, Pistorius venne arrestato dalla polizia di Pretoria per avere sparato alla propria fidanzata, la modella Reeva Steenkamp, uccidendola.

Oscar Pistorius durante il processo a Pretoria

Un’immagine di Oscar Pistorius, durante il processo che lo ha visto imputato a Pretoria

L’epilogo della vicenda è cronaca di questi giorni: il 12 settembre, Pistorius è stato riconosciuto colpevole di omicidio colposo; il 21 ottobre è stato condannato a cinque anni di carcere per omicidio involontario, e a tre anni (sospesi con la condizionale) per il possesso di armi da fuoco. A meno di eventuali ricorsi (stando alla stampa, l’accusa non sembrerebbe orientata in tal senso, mentre la difesa si riserverà di decidere nei prossimi giorni), Pistorius potrebbe passare in carcere solo dieci mesi della condanna inflitta (essendo possibile, dopo tale termine, cercare di ottenere pene alternative al carcere).
L’atleta ha sempre sostenuto di non volere uccidere la sua fidanzata, e di avere sparato convinto che dietro la porta del bagno ci fosse un ladro. Al termine del processo, la giudice Thokozile Masipa ha sostanzialmente accolto la sua versione, assolvendolo dall’accusa di omicidio premeditato, ma lo ha condannato per omicidio colposo, ritenendo che «una persona ragionevole» non avrebbe mai sparato ben quattro colpi di pistola verso una porta chiusa, e che, pertanto, egli si sia comportato in maniera «troppo precipitosa, con un utilizzo eccessivo della forza».

Alla luce di questa sentenza, e supponendo che non vi siano ricorsi, come dovremmo guardare oggi a Pistorius? Nessuno, nemmeno tra le persone che continuano ad amarlo, si spinge sino ad eludere quel verdetto: Pistorius ha commesso un omicidio, e per questo deve scontare la pena comminatagli.
Tuttavia, tra coloro che lo amano, c’è chi vorrebbe mantenerlo come simbolo del riscatto delle persone con disabilità. L’errore commesso, sostengono, non cancella i traguardi raggiunti da Pistorius nel suo passato, né scalfisce gli ideali che egli ha incarnato.
Questa lettura della realtà è condivisibile? Io credo che la realtà debba essere analizzata su piani diversi. Su un piano affettivo e individuale non si può chiedere a chi ancora ama Pistorius di smettere di amarlo. Non esiste un “rubinetto dei sentimenti”, e quando una persona sbaglia, chi la ama le sta vicino e l’aiuta a comprendere l’errore commesso.
E d’altra parte, su un piano simbolico e collettivo, gli ideali incarnati da Pistorius non cessano di essere validi: che lo sport sia un importantissimo strumento di inclusione delle persone con disabilità, e che esso induca a guardare alle persone disabili in termini di abilità invece che di mancanza, sono affermazioni la cui validità non è legata al testimonial che le veicola. Penso però che Pistorius non possa più essere assunto come modello di riferimento per le persone con disabilità. Il problema, naturalmente, non è di levargli le medaglie che si è conquistato onestamente o di disconoscere i traguardi raggiunti, né di infierire con chi ha sbagliato, e neppure di pretendere che gli eroi che ci scegliamo siano perfetti. Da quando infatti, nel 1961, Stanley Lieber (meglio noto come Stan Lee) rivoluzionò la casa editrice Marvel inventando i «super eroi con super problemi», la perfezione non è più richiesta nemmeno agli eroi dei fumetti.
Il problema è caso mai fare i conti con l’ambivalenza che oggi Pistorius rappresenta. Come si possono invitare i ragazzi e le ragazze a seguirne le orme sapendo che esse portano in carcere? Come si fa a prendere ad esempio uno che gestisce le proprie gambe come pochi altri al mondo, ma che quando si sente sotto pressione perde la testa e spara senza controllo, come il più piccolo degli uomini? Cosa comunica un modello così?

È difficile dire oggi, a pochi giorni dalla sentenza, se Pistorius riuscirà a riscattarsi dal crimine commesso. Ma non è questo il punto. Il punto è che la figura che porta il testimone dello sport delle persone con disabilità non dovrebbe anche essere portatrice di pericolose ambiguità.
Pistorius è stato un potentissimo simbolo di riscatto sociale delle persone con disabilità, ma poi è accaduto qualcosa che ne ha modificato l’immagine pubblica, rendendolo inadatto a reggere ancora quel testimone. Sono certa che altri e altre riusciranno a portare quel testimone con la fierezza che si conviene a quel ruolo, e anche con la consapevolezza delle grandi responsabilità che tale ruolo comporta.

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