Tutto quel che manca per parlare di una Repubblica civile

«Occorrerebbe – scrive Mario Mirabile – una vera e propria rivoluzione culturale in cui tutti arrivassero a comprendere che esistono 60 milioni di persone diverse tra loro e che ogni azione dev’essere messa in campo per garantire a tutti – e sottolineo a tutti – la piena dignità e la piena inclusione nella società, non per gentile concessione, ma per soddisfare un diritto intangibile di ogni cittadino. Solo così potremmo dire di vivere in una Repubblica civile»

Uomo disperato, con le mani sulla facciaNel 2003, Anno Europeo delle Persone con Disabilità, da cui sono trascorsi ormai ben undici anni, venne introdotto lo slogan condiviso da tutti Nulla per Noi, senza di Noi [poi divenuto, nel corso degli anni, “Nulla su di Noi, senza di Noi, N.d.R.], ad indicare il modo con cui l’intera collettività deve rapportarsi con le persone con disabilità, non cioè un atteggiamento di sfida o una rivendicazione, ma il frutto di un cammino che riconosce le stesse persone con disabilità come protagoniste attive della propria vita, detentrici di diritti di scelta e di cittadinanza.
Dunque, secondo questo motto, tutte le decisioni in materia di persone con disabilità dovrebbero essere prese di concerto proprio con queste ultime o con le associazioni rappresentative di esse.
E tuttavia, forse per evitare ogni problema legato all’individuazione di chi dovesse rappresentarle, e in periodo di spending review, in Italia il problema è stato risolto alla radice, ovvero tagliando questa enunciazione a metà, applicandone cioè soltanto la prima parte, Nulla per Noi, e decidendo quindi di non fare più nulla per i disabili.

Questa scelta, per altro, è stata bipartisan, ovvero condivisa negli ultimi anni davvero da tutti.
Dal – fortunatamente per noi – ex ministro Giulio Tremonti, che definì i disabili come una «palla al piede»; dai parlamentari leghisti, che indicarono gli invalidi come «privilegiati», in quanto in periodo di crisi economica potevano comunque contare su un’indennità sicura, pur non avendo mai lavorato; dal “famoso” (“famigerato”?) presidente dell’INPS Mastrapasqua, secondo il quale un’indennità su quattro sarebbe stata erogata a un “falso invalido”, con il risultato che la campagna di verifiche straordinarie messa in campo da un INPS presieduto per anni da chi raccontava il falso ha prodotto esiti che sono sotto gli occhi di tutti e nessuno ha pagato per un errore così macroscopico; dai grandi giornalisti, o se volete “giornalai”, che hanno riempito pagine di quotidiani e intere puntate di talk-show con assurde storie di “pseudo-falsi invalidi”, costruendo campagne mediatiche che hanno avuto come unico risultato quello di ledere la dignità di quelle persone che invalide lo sono davvero; dal Governatore, dalla Giunta e dal Consiglio Regionale della Campania che trincerandosi dietro il problema della mancanza di liquidità, hanno dimenticato completamente di occuparsi di welfare; dagli Amministratori della Provincia o Area Metropolitana di Napoli, secondo i quali non esisterebbero più i ciechi e i sordi e secondo i quali sarebbe inutile aggiornare le liste degli invalidi iscritti al collocamento e fare qualcosa per ottemperare alla legislazione in tema di lavoro mirato e collocamento obbligatorio; dagli Amministratori degli Enti Locali che il più delle volte dimenticano completamente che nei territori da essi amministrati possono esistere persone che necessitano di particolare attenzione e di interventi mirati; da tutte quelle persone che a vario titolo gestiscono servizi pubblici, i quali troppo spesso ignorano che siamo in uno Stato regolato da Leggi, tra le quali la più importante è la Costituzione, che all’articolo 3 recita testualmente: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Se tutti, cittadini, amministratori, politici e più in generale tutti coloro che si occupano di gestire la cosa pubblica ricordassero che nel nostro Paese la Costituzione è ancora vigente e che invece di produrre nuove Leggi, sarebbe più utile applicare quelle esistenti, forse potremmo dire di vivere in uno Stato più civile di quello attuale.
In altre parole, occorrerebbe una vera e propria rivoluzione culturale in cui tutti arrivassero a comprendere che esistono 60 milioni di persone diverse tra loro e che ogni azione dev’essere messa in campo per garantire a tutti – e sottolineo a tutti – la piena dignità e la piena inclusione nella società, non per gentile concessione, ma per soddisfare un diritto intangibile di ogni cittadino.
Solo così potremmo dire di vivere in una Repubblica civile.

Vicepresidente della Sezione Provinciale di Napoli dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti).

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