Siamo ipovedenti, siamo tanti, facciamoci conoscere!

L’importanza di dirlo e di parlarne, di chiedere aiuto, del bastone bianco, delle tecnologie e soprattutto di conoscere se stessi e il proprio problema: «queste riflessioni sull’ipovisione – scrive Rosa Mauro – non vogliono certo essere esaustive, anche perché dietro una facile etichetta come quella di “ipovedente”, c’è una persona, e quindi un mondo, differente. Ma chissà che leggendo queste righe, qualcun altro “faccia outing”. Siamo tanti, non è il caso di cominciare a farci conoscere?»

Particolare di persona non vedente o ipovedente, con il bastone bianco

«Il bastone bianco – scrive Rosa Mauro – vi aiuta a segnalarvi agli altri come ipovedenti, il che non vi fa rischiare la vita in situazioni affollate»

Questo articolo è il frutto di una proficua conversazione su Facebook! Sì, lo so bene quanto sono bistrattati i social network, che distraggono, banalizzano tutto e via discorrendo. Però, in questo caso, la discussione è stata davvero proficua.
Due amiche, una di vecchia data e una più recente, mi facevano infatti presente che non scrivevo mai sull’ipovisione, problema che mi riguarda direttamente. Stavo per ribattere indignata, quando ho fatto mente locale, riavvolgendo il nastro dei miei articoli e in effetti devo dire che su questo scrivo davvero poco o nulla. Mi sono dunque ripromessa di fare ammenda e ho pensato di ricostruire la mia storia, o meglio, di chiarire le mie difficoltà iniziali.
Ovviamente non potrà essere questo un articolo esaustivo sull’argomento, ma intanto mi permetterà di “rompere il ghiaccio”, e magari potrà essere utile a qualche altra persona, ipovedente di fresco, che si potrà riconoscere in uno o più punti di ciò che scriverò.

1. Sono ipovedente
Che ci si creda o no, dichiararsi ipovedente è più difficile di quanto si pensi. Il periodo di adattamento, infatti, è più o meno lungo e passa attraverso una serie di disavventure che alla fine portano all’autoconsapevolezza.
Penso vi sarà capitato almeno uno di questi casi: salutare calorosamente una sconosciuta scambiandola per una cara zia o per l’amica del cuore; comperare un alimento che non potete mangiare perché non avete letto bene l’etichetta; sbagliare orario perché si è letto male il foglietto con l’appuntamento, magari affisso alla bacheca del dottore; sbagliare l’importo scritto su una bolletta, dovendo poi fare “oops” di fronte all’attonita telefonista dell’azienda cui avete telefonato indignati. Ammettetelo, finalmente, la vostra vista fa cilecca, siete entrati nel mondo dei “talpati”!

2. Il bastone bianco è un amico
Credo che moltissimi di voi si riconosceranno in questo secondo punto. Quando infatti per le prime volte si deve ricorrere al bastone bianco, si fanno – o almeno io le facevo – un sacco di storie. «È per i ciechi», «la gente ti guarda, ti giudica», «è ingombrante». E poi la “scusa delle scuse”: non mi serve! Scusa pericolosissima e sbagliata su tutti i fronti, perché il bastone bianco vi aiuta a segnalarvi agli altri come ipovedenti, il che non vi fa rischiare la vita in situazioni affollate. Vogliamo poi parlare di tutti quei bitorzoli che spesso vi ritrovate, per il fatto di non usarlo?

3. Chiedere aiuto ovvero Ingoiare il rospo

Quante volte, figlioli? Confessatelo, quante volte fate come me all’inizio, entrate cioè in un supermercato, in un negozio di alimentari o di libri e vi trovate con il naso su un alimento, su un libro o altro ancora, senza riuscire a vedere i dati che vi servono e senza chiedere aiuto? È la famosa frase «faccio da solo», che comporta una grande perdita di tempo – pur che funzioni – solo per non ammettere che quei caratteri proprio non sono più alla nostra portata…
E se, come me, siete allergici a qualcosa, questo punto diventa fondamentale per non sentirvi male o passare una giornata a maledire quel vestito tanto carino, ma di poliestere…

4. La tecnologia non è un mostro
Oggi esistono telefoni, tablet e computer che hanno la sintesi vocale, per altro gratuita. Quindi, non ci sono più scuse, se si sbaglia a redigere un curriculum o se si chatta in maniera sgrammaticata. La tecnologia ci viene in aiuto, quindi usiamola senza rimpianti.
Anch’io ho tardato a usarla, con il risultato che alcuni libri e articoli del mio passato più remoto sono pieni di strafalcioni. Non fate quindi il mio errore! E usare il navigatore, invece del Tuttocittà, non è una “concessione al demonio”, ma solo un modo più semplice di viaggiare.

5. Dirlo agli altri
Credetemi, devo andare a riguardarmi spesso questo punto. È una tentazione forte, quella di far finta di nulla, di guardare le foto di un’amica o di condividere su Facebook immagini e altro. Ma ci rimettete solo voi, innanzitutto perché continueranno a mandarvi foto, aspettandosi pareri che saranno sempre più fantasiosi. In secondo luogo perché vi sentirete ancora più smarriti, attori in una compagnia che non è più la vostra. Dite chiaramente agli amici, ai parenti e anche ai conoscenti che siete ipovedenti e che se vogliono mandarvi qualcosa, deve avere un senso a livello acustico (se è un filmato, dev’essere commentato o comprensibile a livello audio, tipo una conversazione). Non c’è nulla di male!

6. Parlarne con gli altri
Credo che inconsciamente le persone dividano gli altri in due categorie: “chi ha” e “chi non ha”. Nel caso della vista, divide tra chi è cieco e chi è vedente. L’ipovedente non è contemplato nelle due categorie e solo lui può esprimere i suoi bisogni, perché non c’è un’ipovisione uguale a un’altra, e quindi non c’è un unico modo di affrontarla. Da qui deriva anche il punto successivo – l’ultimo – che per me è fondamentale, e sul quale dobbiamo (dovremmo) impegnarci tutti.

7. Conosci te stesso e il tuo problema
Solo tu puoi dire quale sia il tuo problema e quali le tue strategie per affrontarlo. Alcune categorie di ipovedenti – tra le quali anch’io – hanno problemi con la luce solare intensa e con l’illuminazione artificiale di un certo tipo. Se entrando in una sala medica, o in un ufficio, ti accorgi che vi è una particolare difficoltà, chiedi a chi ti sta davanti se ci siano problemi ad attenuare la luce, o a spegnerla nel caso che sia giorno e che la luce naturale sia sufficiente. Fai presente il tuo problema, ad esempio con le espressioni facciali o con i movimenti fini, se la persona è lontana. Ricordo ancora l’imbarazzo all’Aeroporto di Berlino, quando la funzionaria tedesca della dogana mi faceva segno di avanzare e io ovviamente non capivo perché era lontana. In quel caso la barriera era linguistica, ma se sono italiani, potete aiutarli e aiutarvi.

Come accennavo, queste riflessioni non sono e non vogliono essere esaustive, innanzitutto perché ho intenzione di scriverne ancora, ma soprattutto perché dietro una facile e comoda etichetta come quella di ipovedente, c’è una persona, e quindi un mondo, differente.
E tuttavia, chissà che leggendo queste righe qualcun altro abbia voglia di fare outing. Siamo tanti, non è il caso di cominciare a farci conoscere?

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