Valutazione della disabilità: si imboccherà la “direzione giusta”?

Alcune riflessioni successive a un incontro tenutosi a Roma e dedicato alla S.Va.M.Di., la “Scheda di Valutazione Multidimensionale per le Persone con Disabilità” che anche la Regione Lazio intende adottare, per stabilire l’accesso ai servizi delle persone con disabilità. «Con l’auspicio – scrive Fausto Giancaterina – che nell’applicare tale strumento, si scelga la “direzione giusta”»

Omino che cerca di completare un puzzle fatto di pezzi binahci con un pezzo rosso

Per completare il “puzzle” nel modo giusto, «un sistema valutativo multidimensionale della disabilità – scrive Fausto Giancaterina – ha bisogno preliminarmente di alcuni presupposti che oggi, purtroppo, sono ancora assenti»

Che cosa si può dunque dire, pur in estrema sintesi, dopo il seminario del 27 febbraio scorso all’Opera Don Calabria di Roma (Che cos’è la S.Va.M.Di.?), dedicato a quella “Scheda di Valutazione Multidimensionale per le Persone con Disabilità” realizzata per la prima volta dal Veneto e che oggi anche la Regione Lazio intende adottare, per stabilire l’accesso ai servizi delle persone con disabilità?

Innanzitutto va rilevato che per essere valido, un sistema valutativo multidimensionale ha bisogno preliminarmente di alcuni presupposti che oggi, purtroppo, sono ancora assenti.
Parliamo, in primo luogo, del superamento della “babele” sul concetto di “disabilità”, “invalidità civile”, “non autosufficienza” ecc., per trovare un linguaggio condiviso che esprima impliciti valoriali a loro volta condivisi.
Serve quindi un contesto organizzativo di servizi integrati, a partire dalla sospirata integrazione sociosanitaria.
Infine, è necessaria la capacità dei servizi di incidere non solo sulla costruzione di un profilo ottimale di funzionamento delle persone, ma anche di potersi attrezzare per incidere sui fattori ambientali, affinché essi siano “facilitatori e non barriera”. In altre parole, una S.Va.M.Di. anche sui fattori ambientali e non solo sul funzionamento delle persone.

Per quanto poi riguarda l’adozione della scheda S.Va.M.Di. nel Lazio, occorre capire quale direzione intenda adottare la Regione e qui le strade possibili sono due.
Quella scheda, infatti, può essere unicamente uno strumento conoscitivo per l’Ente Pubblico, allo scopo di acquisire dati utili alla programmazione, allo sviluppo o al riorientamento dei servizi, al monitoraggio e al controllo di quanto realizzato. In questo caso, i servizi devono rispondere a questo “debito informativo” e dunque devono raccogliere, sistematizzare e a volte anche analizzare i dati relativi alla propria attività e alle persone in carico.
Oppure la S.Va.M.Di. può diventare uno strumento in grado di restituire all’operatore – grazie a un algoritmo dedicato – un profilo del funzionamento della persona, rendendo possibile la costruzione di progetti di vita personalizzati, ponendo attenzione alle variabili prodotte dalle complesse relazioni con i contesti di vita, che – com’è noto – possono rappresentare l’imprevedibile evenienza dell’essere o “facilitatori” o “barriera” del “bene-essere” della persona.

Se ci si fermerà quindi alla prima ipotesi, si raccoglieranno sì una serie di dati utili all’Ente Pubblico, ma l’operatore si sentirà unicamente sovraccaricato di lavoro aggiuntivo, che andrà a sommarsi al già impegnativo compito di realizzazione dei singoli progetti. E facilmente egli proverà un senso di frustrazione nel vedersi ridurre tutta la ricchezza del proprio lavoro, fatto di faticosa costruzione di relazioni con le persone, di processi lunghi e difficoltosi di cambiamento e di lenta trasformazione dei contesti d’intervento.
Se invece – auspicabilmente – si adotterà la seconda ipotesi, vale a dire una scheda informatizzata con possibilità di restituzione del profilo di funzionalità della persona presa in carico, certamente l’operatore si sentirà assai interessato a un utilizzo corretto della scheda stessa, perché verrà facilitato il suo lavoro nel conoscere – appunto sulla base di quel profilo di funzionamento – quali modalità d’intervento funzioneranno, quali saranno le possibili strategie di sostegno dei punti di forza e come riuscire a incidere sui fattori ambientali, per sostenere interventi facilitatori o limitare le barriere che puntualmente si presentano nell’andamento della vita di ogni persona.

Se quindi l’incontro del 27 febbraio è stato un primo importante passo, sarà ora necessario lavorare e vigilare perché i due interessi, quello dell’Ente Pubblico da una parte, dell’operatore dall’altra, si incontrino, contaminandosi vicendevolmente, al fine di ottenere uno sguardo valutativo ottimale.

Già dirigente dell’Unità Operativa Disabilità e Salute Mentale del Comune di Roma. Oggi consulente dell’Opera Don Calabria di Roma.

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