Due diversi modi di pensare e “vedere” la disabilità

Quello cioè del noto giornalista Massimo Fini, che annuncia: «Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o “ipovedente”. La mia storia di scrittore e giornalista finisce qui», e quella di Maurizio Molinari, giovane giornalista, persona non vedente, che risponde: «La mia cecità non è stata un limite per realizzare il mio sogno. Da anni descrivo fatti anche senza l’uso degli occhi». «Un loro eventuale incontro – scrive Simone Fanti – porterà un reciproco vantaggio»

Maurizio Molinari

Il giovane giornalista Maurizio Molinari, persona non vedente, che ha replicato nei giorni scorsi a Massimo Fini

Da un lato c’è Massimo Fini, settantenne giornalista, che nel suo sito annuncia: «Sono diventato cieco. O, per essere più precisi, semicieco o “ipovedente”. La mia storia di scrittore e giornalista finisce qui».
Dall’altro lato c’è Maurizio Molinari (omonimo dell’inviato della «Stampa»), trentaquattrenne anch’egli giornalista, non vedente, collaboratore di prestigiose testate, come la BBC, da Bruxelles, che affidando una lettera all’Agenzia «Redattore Sociale», risponde: «Se il signor Fini vuole, mi offro volontario per fargli un corso accelerato di uso del personal computer con uno screenreader, posso insegnargli come acquistare libri online, come navigare in rete, addirittura se vuole posso metterlo in contatto con qualcuno per imparare a muoversi con un bastone bianco… Si accorgerà che chi non vede non solo può scrivere e fare il giornalista, ma anche viaggiare in tutto il mondo».

Già, per citare Nanni Moretti in Ecce bombo, le persone con disabilità «girano, vedono gente, si muovono, conoscono, fanno delle cose…». La tecnologia, infatti, consente un’autonomia di vita inimmaginabile fino a solo un decennio fa. Così si capisce anche lo sfogo-sfida di Molinari, che proprio per la concezione, tutta italiana, di disabile come persona totalmente inabile, ha dovuto cercare lavoro all’estero. Con successo.
«Con la sua scelta, il signor Fini, legittima quelli che hanno rifiutato di farmi lavorare. Non nasconda dietro l’handicap una sua libera scelta» ribadisce Molinari. Racconta poi di come la sua cecità non sia stata un limite per realizzare il suo sogno. Da anni descrive fatti e scova le notizie, anche senza l’uso degli occhi. Fa il giornalista.

Andando al di là di quelle che possono essere le motivazioni personali dei due protagonisti – soprattutto di quella di Fini, che dopo settant’anni di vita da vedente si trova ad affrontare un futuro di cui non conosce i confini, normale quindi lo scoramento e lo spaesamento che sente – la vicenda cristallizza due modi di pensare e “vedere” la disabilità diametralmente opposti. Il pensiero di chi vede nella disabilità la fine di ogni cosa, la fine di una vita professionale, come se la cecità offuscasse la lucidità di pensiero e chi invece ha imparato a convivere con questa difficoltà e ha scelto di lottare per realizzarsi.
È uno di quei tanti casi in cui l’incontro – se Fini accetterà l’invito di Molinari – tra giovane e più anziano, tra disabile e “neodisabile”, porterà un reciproco vantaggio. E forse, grazie alla penna di entrambi, faremo un passetto avanti nell’abbattimento dei pre-giudizi culturali che avviluppano il mondo della disabilità.

Testo già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» (con il titolo “Quella cecità che NON uccide la vita”). Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contesto, per gentile concessione.

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