Paganini, il disabile che divenne un funambolo del violino

Uomo dalle tante anime, genio non scontato, dotato di un’intelligenza vivace che lo poneva ben più avanti rispetto al proprio tempo, Niccolò Paganini fu una persona con disabilità – come si è recentemente scoperto – giudicata priva di ogni capacità manuale, ovvero l’equivalente ottocentesco di una condanna all’emarginazione. Ma non si arrese alla sua condizione e, molto prima che il concetto di inclusione fosse acquisito dalla società, lottò per affermarsi, sublimando la malattia in musica

Ritratto di Niccolò Paganini

Un noto ritratto di Niccolò Paganini

Talentuoso, istrionico, amante degli eccessi, sempre lontano dalle convenzioni. Niccolò Paganini non è stato soltanto uno dei più grandi violinisti mai esistiti, compositore, tra l’altro, dei celebri Capricci per solo violino. È stato anche un personaggio che per i suoi caratteri di genio e sregolatezza perfino ai giorni nostri risulterebbe stravagante, figurarsi cosa pensavano di lui i suoi contemporanei nel lontano Ottocento.
Aveva i capelli lunghi e scarmigliati, gli mancavano dei denti, l’imponente naso aquilino spiccava sul viso pallido e ossuto. Magrissimo e cupo, esaltava questi caratteri vestendosi sempre di nero e portando occhiali dalle lenti blu, perché sapeva che parte della sua fama era dovuta all’aura di mistero che lo circondava. Non sbagliano, dunque, quelli che lo considerano l’“inventore del divismo”, la prima star musicale a curare in modo maniacale la propria immagine, alimentando il mito di se stesso con oculate strategie di marketing. All’apice della carriera, infatti, gli uomini si acconciavano i capelli à la Paganini, si preparavano dolci con il suo nome, a Vienna la banconota da 5 fiorini veniva chiamata Paganinerl, il cognome Paganini veniva usato come sostantivo per definire qualunque virtuoso.
L’aspetto tenebroso e la furbizia nulla tolgono, però, alle qualità del musicista. Le sue magistrali esecuzioni incantarono i colleghi dell’epoca: «Ho sentito cantare un angelo», disse Franz Schubert, senza dimenticare il simpatico ma non meno lusinghiero commento di Gioacchino Rossini: «Solo due volte ho pianto in vita mia: quando un tacchino infarcito di tartufi mi cadde accidentalmente nell’acqua e quando sentii suonare Paganini».
In tempi relativamente recenti si è scoperto che le sue straordinarie capacità artistiche vennero probabilmente “esaltate” da una rara malattia, la sindrome di Marfan, che altera il tessuto connettivo e compromette vari apparati dell’organismo, tra cui lo scheletro. Numerosi illustri personaggi ne soffrirono: il presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln, il francese Charles De Gaulle, pare addirittura il faraone Akhenaton. Le descrizioni di Paganini riferiscono di braccia lunghissime, mani con lunghe dita affusolate e piedi sproporzionati che muoveva al ritmo della musica, contorcendo l’esile corpo in pose impossibili. Seppe fare di necessità virtù, utilizzò a suo beneficio le caratteristiche anatomiche dovute alla patologia di cui era affetto, allora sconosciuta, e raggiunse livelli di virtuosismo incomparabili con un estenuante allenamento quotidiano, per rendere le dita flessibili ed elastiche.
Se da un lato, però, la disabilità lo portò alla gloria, dall’altro gli procurò molte sofferenze. Fin dall’infanzia, infatti, la sua esistenza fu segnata da una salute fragilissima e da vicissitudini mediche e terapie spesso più dannose del male. Come poteva vivere un disabile nel XIX secolo, per di più geniale, dissoluto ed eccentrico? Vale la pena conoscere meglio il “Jimi Hendrix del violino”, svelare la persona dietro il personaggio.

La vita
Vico Fosse del Colle, detto anche Passo di Gatta Mora, era un tipico tortuoso caruggio di Genova. Inutile cercarlo, è stato demolito, eppure la storia della musica lo annovera tra i luoghi più rappresentativi perché lì, il 27 ottobre 1782, nacque Niccolò Paganini. Era il terzo di sei figli, mamma Teresa Bocciardo doveva avere il suo bel daffare, mentre papà Antonio sbarcava il lunario facendo imballaggi per il porto.
L’infanzia non fu delle più felici. Il padre, appassionato di musica, a suon di botte obbligava Niccolò ad esercitarsi con il violino, chiudendolo a chiave in una stanza anche per dodici ore consecutive perché studiasse. Il ragazzino mostrava un talento fuori del comune che non necessitava certo di tali costrizioni per emergere. Iniziò ad esibirsi nelle chiese di Genova e, facendo presagire un carattere beffardo, un giorno, durante la messa, sostituì le melodie sacre con i versi degli animali, perfettamente riprodotti con il fedele strumento a corda.
Nel 1796 papà Antonio lo portò a Parma per consolidarne la formazione di compositore. La salute del giovinetto era però delicata, si ammalò di polmonite e fu costretto ad un periodo di riposo.

Violino "Guarnieri del Gesù"

Il violino “Guarnieri del Gesù”, che Paganini chiamava “il mio cannone” e che lo accompagnò fino all’ultimo dei suoi giorni

Nel 1802, a vent’anni, l’incontro della vita, quello con il violino Guarnieri del Gesù, che lo accompagnò fino all’ultimo dei suoi giorni. Paganini lo chiamava “il mio cannone” per il suono robusto che produceva. Non è accertato storicamente, ma si dice sia stato dono di un certo Livron, uomo d’affari che glielo regalò in occasione dell’inaugurazione del teatro di Livorno, a patto che da quel momento lo suonasse soltanto lui. Secondo una precisa disposizione testamentaria del musicista, lo strumento è stato lasciato alla città di Genova e oggi possiamo ammirarlo in una sala di Palazzo Tursi, sede del Municipio. Ritroveremo il “cannone” nell’ultimo atto della storia. Ora continuiamo a seguire Paganini nel turbine di un’esistenza a dir poco movimentata.
Niccolò incarnava il ragazzo prodigio, ma era anche l’artista nuovo che stupiva per gli atteggiamenti e la presenza scenica. Cominciava i concerti con movimenti legnosi da marionetta, improvvisava, suonava con due dita, mentre con altre tre pizzicava un accompagnamento e proseguiva imperterrito anche quando alcune corde dello strumento si spezzavano. Se le critiche erano negative, quadruplicava il prezzo del biglietto e la gente comunque accorreva. La bravura era tale che presto si diffusero dicerie su un presunto patto con il diavolo per favorire il successo. Alcuni giuravano di avere visto il demonio muovere l’archetto del violino, mentre Paganini era sul palco e quando durante un concerto a Vienna uno spettatore non vedente chiese in quanti stessero suonando, alla risposta «è uno solo», esclamò «allora è il diavolo!».
Pettegolezzi tipici del clima culturale di epoca romantica che tuttavia il diretto interessato non smentì, soddisfatto della popolarità che ne derivava, anche se con gli amici più intimi se ne rammaricava: «A dirti il vero mi rincresce che si propaghi l’opinione in tutte le classi ch’io abbia il diavolo addosso».
Complici la ricchezza e l’indole focosa, iniziò a frequentare compagnie poco raccomandabili, circondandosi di una corte di parassiti e dissipando fortune al tavolo da gioco. Era oggettivamente brutto, ma le donne non gli resistevano. «Non sono bello, ma quando mi ascoltano, le donne cadono tutte ai miei piedi», diceva a tal proposito lui stesso. Al suo fascino cedettero perfino Elisa e Paolina Bonaparte, sorelle di Napoleone. Solo la tormentata relazione con la cantante Antonia Bianchi gli procurò una delle più grandi gioie della vita: il figlio Achille. Venuto alla luce nel 1825, tre anni dopo il piccolo venne abbandonato dalla madre e Paganini si occupò di lui con dedizione e amore incondizionati, vedendo ricambiato il suo affetto anche nei momenti più difficili.
Come detto, le sue condizioni di salute erano precarie e le tournée a cui si sottoponeva in Italia e in Europa lo spossavano oltre ogni misura. Costanti problemi fisici e la stanchezza degli spostamenti lo minavano nel corpo e nello spirito, tanto da fargli confessare a un amico il desiderio di abbandonare per sempre l’esercizio del violino. Nel 1830 un pittore che gli fece un ritratto lo descrisse stanco e sazio di vita. Nel 1833 acquistò una villa a Gaione, nella campagna parmense, per riavvicinarsi agli amici e riposare nelle pause concesse dal lavoro. A partire poi dal 1834, cominciarono sintomi più eclatanti e debilitanti e sopraggiunse una patologia polmonare segnata da forti accessi di tosse. Come se non bastasse, Paganini era ipocondriaco e sommava problemi immaginari a quelli reali. Beveva purghe in dosi massicce e si faceva applicare le sanguisughe; quel che è peggio, assumeva mercurio per “curare” la sifilide, una terapia che oggi sappiamo essere velenosa.

Ritratto di re Carlo Felice di Savoia

Un ritratto di re Carlo Felice di Savoia, cui Paganini negò il bis, pronunciando la celeberrima frase «Paganini non ripete», non per altezzosità, ma perché improvvisava e anche perché suonava con tale ardore da finire spesso stremato e con i polpastrelli sanguinanti

Malgrado la precarietà della salute, nel 1836 accettò l’incarico di riformare l’Orchestra Ducale di Parma, ma la sua visione troppo avanzata per i suoi tempi portò la missione al fallimento.
Nei suoi ultimi anni diventò completamente afono e, come Beethoven prima di lui, fu costretto a comunicare con il mondo per iscritto. Per ironia del destino, proprio in quegli anni anche la “voce” del suo amato “cannone”, che considerava un prolungamento di se stesso, si fece più flebile.
Morì a Nizza il 27 maggio 1840, a 58 anni. Da sempre inviso alla Chiesa per le intemperanze e gli scandali, malgrado non fosse ateo, gli vennero negati i funerali e la sepoltura in terra consacrata. Il corpo finì così nel Lazzaretto di Villefranche-sur-Mer, venne poi imbalsamato ed esibito a pagamento in un macabro tour. La salma raggiunse anche un mercato del pesce, dove la gente lo guardava incuriosita, mentre faceva la spesa. Furono gli amici di Gaione a strapparlo da questo triste destino e a volerlo seppellire nel paese, accanto a loro.
Dal 1876 riposa in un tempietto neoclassico nel Cimitero della Villetta, a Parma. Sulla tomba è incisa un’aquila che vola verso l’alto stringendo un violino con il becco.

L’uomo
Per comprendere la personalità di Paganini e il suo rapporto con la malattia dobbiamo scrollarci un po’ di dosso l’aneddotica della biografia ufficiale, ricca di episodi romanzati creati ad arte per accrescere la suggestione intorno al personaggio.
Prendiamo, ad esempio, la celebre frase «Paganini non ripete», che non era affatto, come si pensa, un suo normale intercalare dovuto all’altezzosità. Lo disse soltanto una volta in risposta al re Carlo Felice di Savoia che gli aveva chiesto un bis. Lui improvvisava, perciò ogni sua esibizione risultava unica e irripetibile. Suonava poi con tale ardore che spesso finiva stremato con i polpastrelli sanguinanti. La sfacciataggine gli costò comunque cara: venne infatti espulso per due anni dal Regno di Savoia, il che gli diede modo di coniare un suo tipico modo di dire: «I grandi non temo, gli umili non sdegno». E proprio ai più umili manifestò il suo lato generoso. Ci è giunta infatti testimonianza di doni elargiti ai membri della famiglia e ai musicisti in difficoltà; era inoltre solito dare spettacoli il cui ricavato destinava ai poveri e agli ammalati delle città in cui si esibiva. Viene così smentita un’altra diceria, quella sull’estrema avarizia di Paganini.
Anche sulla sua personalità sono circolate molte voci. Da giovane aveva un carattere altalenante che, a una visione psicologica moderna, potremmo attribuire ad alterazioni dell’umore in senso depressivo, con punte maniacali. È verosimile ritenere che la “follia” sia stata in parte una reazione alle coercizioni subìte dal padre, se lo stesso Paganini, parlando della “liberazione” dal giogo paterno, affermò: «Quando finalmente fui padrone di me stesso, mi buttai a capofitto nei piaceri della vita e li bevvi a grandi sorsate».

Antoine Marfan

Un ritratto di Antoine Marfan, pediatra francese che visse tra Otto e Novecento, dal quale prende il nome l’omonima sindrome che con tutta probabilità affliggeva anche Niccolò Paganini

Difficile conciliare questa immagine dissennata con le dichiarazioni di chi lo vide insieme al figlio Achille, come lo scultore David d’Angers: «Oggi sono andato a trovarlo. Era seduto su un sofà come se fosse sfinito da una lunga fatica. Suo figlio gli giocava intorno, gli saltava sulla schiena, si rotolava sul tappeto e gli passava una penna tra i capelli». Probabilmente il bambino costituiva un punto di equilibrio e, una volta diventato adulto, rimase accanto al padre e lo accudì quando venne aggredito dalla malattia.
Perduto l’uso della parola, prima di affidarsi a biglietti scritti, Paganini aveva in Achille l’interprete dei suoi pensieri, visto che il giovinetto s’era abituato a leggere le parole sulle labbra del papà. Il loro rapporto era simbiotico al punto che, alla morte del Maestro, il figlio si dedicò al riordino dell’opera paterna e trasmise l’affetto per il nonno Niccolò ai nipoti, che non lo conobbero mai di persona, ma ne tramandarono la memoria, regalando allo Stato italiano l’intera opera paganiniana.

Oggi, come detto, sappiamo che con tutta probabilità Paganini era affetto dalla sindrome di Marfan, una teoria confermata da recenti approfondimenti condotti nel Laboratorio MAGI di Rovereto (Trento), specializzato in test genetici sulle più note malformazioni vascolari ereditarie (la sindrome di Marfan, infatti, oltre a colpire lo scheletro, aggredisce il sistema cardiovascolare e gli occhi).
Solo nel 1896, ovvero 56 anni dopo la morte del musicista, per la prima volta il pediatra francese Antoine Marfan descrisse questa rara malattia, osservandola su una bimba di 5 anni. Paganini non poté dunque contare su una diagnosi né tanto meno su terapie adeguate. Questo spiega il suo peregrinare da un medico all’altro, in una continua alternanza di speranze e disillusioni.
Non aveva una buona opinione della classe medica, eppure non esitò ad interpellare alcuni tra i più illustri specialisti europei del suo tempo. Lo visitarono l’oftalmologo Karl Gustav Himly, il laringologo e foniatra Francesco Bennati, il fisiologo François Magendie e perfino il fondatore dell’omeopatia Samuel Hahnemann.
La reazione al peggioramento delle condizioni di salute fu dignitosa, non si abbandonò mai alla disperazione e mostrò una grande forza d’animo. Si presume che egli intuisse la presenza di una malattia e, fino a quando i sintomi furono controllabili, “sfruttasse” la sua particolare conformazione fisica a vantaggio della carriera.
Una lettera scritta dal magistrato Matteo Niccolò de Glataldi nel 1824 conferma che il violinista era consapevole che la natura lo aveva dotato di mani iperabili: «Alla sera mostrò la mano sinistra al dottor Martecchini che era giunto il giorno prima da Trieste. È straordinario quello che egli può fare con la mano. Piega lateralmente le dita, può allungare tanto il pollice a sinistra da avvolgerlo intorno al mignolo, muove la mano nell’articolazione in modo tale come se non avesse né muscoli né ossa. Quando il dottor Martecchini gli disse che questa facilità di movimento altro non era che la conseguenza del suo insensato furore di esercitarsi, Paganini lo contraddisse con veemenza. Anche i bambini sanno che Paginini ancora oggi si esercita sette ore al giorno, sebbene egli per vanità non voglia ammetterlo. Il dottor Martecchini però rimase fermo nella sua affermazione e allora Paganini cominciò a infuriarsi e a gridare tacciando il dottore di essere un ladro e un rapinatore».
Non sappiamo quali furono le argomentazioni di Paganini, ma è plausibile che egli insistesse sul fatto che le sue mani avevano sempre avuto una straordinaria mobilità che lui, professionale come pochi, aveva aumentato con un’applicazione devota allo studio. «Se non studio per un giorno me ne accorgo solo io, se non studio per due giorni se ne accorgono tutti», ripeteva.

Niccolò Paganini era un uomo dalle tante anime, un genio non scontato dotato di un’intelligenza vivace che lo poneva più avanti rispetto al suo secolo. Fu una persona con disabilità, venne giudicato privo di ogni capacità manuale, l’equivalente ottocentesco di una condanna all’emarginazione. Lui non si arrese alla sua condizione e, molto prima che il concetto di inclusione fosse acquisito dalla società, lottò per affermarsi, sublimando la malattia in musica.

Per approfondire:
° Roberto Grisley,
Voce Paganini, Niccolò, in «Dizionario Biografico degli Italiani», Volume 80 (2014).
° Maria Rosa Moretti, Niccolò Paganini. Schizzo biografico attraverso i documenti e la musica, in sito dell’Associazione Amici di Paganini.
° Blog Niccolò Paganini. Realtà e leggenda di una vita.
° Sito dell’Associazione Vittorio per la Sindrome di Marfan e Malattie Correlate.

E anche:
° Renzo Mantero, Le mani iperabili di Nicolò [sic] Paganini, in «MEDART – Medicina per gli Artisti» (ripreso da «Manovre», n. 8, aprile 1993).
° Carletto Nesti, Storia e memoria: Niccolò Paganini, in «Gazzetta di Parma.it», 27 maggio 2009.
° Paganini e il violino (Parte 3) – Il Difetto del Genio, in «Violinisti.net», 13 gennaio 2011.
° Niccolò Paganini. Note di una vita sopra le righe, con saggi di Niccolò Paganini, Alberto, Alessio e Marco Pedrazzini, Parma, MUP (Monte Università Parma), 2014.
° Matteo Rampin, Leonora Armellini, Mozart era un figo, Bach ancora di più. Come farsi sedurre dalla musica classica, innamorarsene alla follia e diventarne dipendenti per sempre, Milano, Salani, 2014.
° Carlo Fornari, Una rara malattia «aiutò» Paganini, in «Gazzetta di Parma.it», 10 marzo 2014.
° Stefania Collet, Paganini affetto da malattia rara? La Sindrome di Marfan forse era il suo segreto, in «OMAR – Osservatorio Malattie Rare», 7 aprile 2014.

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