Servono buone gambe per ascoltare buona musica?

Pare proprio di sì, almeno a giudicare da quanto è accaduto a Nicola Longo, persona con tetraplegia in carrozzina, in occasione di un recente concerto al Teatro San Carlo di Napoli. «Senza dilungarmi troppo sui problemi che quotidianamente devo affrontare nel percorrere le strade cittadine – scrive Longo – credevo che almeno un teatro importante come il San Carlo fosse minimamente attrezzato per favorire l’accesso alle persone con disabilità motoria. E invece mi sbagliavo»

Interno del Teatro San Carlo di Napoli

«Credevo che a Napoli – scrive Nicola Longo – almeno un teatro importante come il San Carlo, ente lirico di rilevanza mondiale, che gode di sovvenzioni pubbliche, finanziate anche con soldi che pago da contribuente, fosse minimamente attrezzato per favorire l’accesso alle persone con disabilità motoria. E invece mi sbagliavo»

Sono davvero enormi le difficoltà che incontra chi, come me, è costretto a muoversi in carrozzina, vive a Napoli e tenta di frequentare il San Carlo, ovvero il più grande e il più noto teatro della città.
In seguito, infatti, a un incidente di molti anni orsono, sono tetraplegico e quindi per i miei spostamenti faccio uso di una sedia a rotelle. Nonostante i grandi problemi che incontro nella vita quotidiana, ho un lavoro in banca e non intendo rinunciare a condurre una vita, per quanto possibile, “normale”. Ciò che però potrebbe essere più facile altrove, a Napoli è pressoché impossibile.
Senza dilungarmi troppo sui problemi che quotidianamente devo affrontare nel percorrere le strade cittadine – già dissestate e caotiche per chi si muove con le proprie gambe e che per me sono un vero e proprio “percorso di guerra” – credevo che almeno un teatro importante come il San Carlo, ente lirico di rilevanza mondiale, fosse minimamente attrezzato per favorire l’accesso alle persone con disabilità motoria. E invece mi sbagliavo, a giudicare da ciò che mi è accaduto qualche giorno fa, in occasione di un concerto di Keith Jarrett.

Le prime difficoltà le ho incontrate già al momento di acquistare il biglietto: biglietteria non attrezzata, scale senza montascale, senza ascensore, senza una rampa accessibile. Per poter pagare con il Bancomat, ho dovuto affidare la tessera – e il relativo codice segreto – a un mio accompagnatore. E se fossi andato da solo? L’addetta a cui mi sono rivolto per far presente le mie difficoltà mi ha risposto dicendomi più o meno che, «con tutti i problemi che ci sono in città, i miei non erano certo tanto importanti»…

Veniamo quindi al giorno del concerto. Il mio posto – 130 euro, per la cronaca… – era su un palco e ho potuto accedervi solo per la buona volontà dei Vigili del Fuoco, presenti per tutt’altre ragioni, che mi hanno sollevato di peso davanti a decine di persone. Ma quando mi hanno assegnato il posto non ci avevano pensato?
Una volta entrato, però, nel palco non c’era spazio sufficiente per tutti gli occupanti e mi hanno proposto di accomodarmi in platea, dove sarei dovuto andare da solo, senza il mio amico con cui da giorni mi stavo preparando a vivere l’esperienza del concerto. E così, con buona pace degli altri spettatori vicini di sedia, ci siamo tutti stretti un po’…

È mai possibile che nel 2015, con le leggi vigenti per la tutela delle persone con disabilità e in un teatro che gode di sovvenzioni pubbliche, finanziate anche con soldi che pago da contribuente, non possa assistere a uno spettacolo come tutti gli altri?
Keith Jarrett è stato bravissimo, ma io credevo che per godere della sua magia fosse necessario essere dotati di un buon orecchio e non anche di buone gambe!

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