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Volontà ed entusiasmo, le carte vincenti di Andrea Bianco

Andrea Bianco con un blocco di legno di cirmolo

Andrea Bianco con un blocco di legno di cirmolo che sta lavorando proprio in questi mesi

La vera chiave per vivere serenamente la propria disabilità è guardare ai propri talenti e non ai propri limiti oggettivi. Non esiste persona che non abbia delle doti intellettive o umane. Ne è convinto Andrea Bianco, 44 anni, di Bolzano, uno degli artefici del primo corso di scultura per non vedenti (Sacred Art 4 Senses), curato dalla Sacred Art School di Firenze, in corso di svolgimento proprio in queste settimane, fino al 25 luglio [se ne legga già su queste stesse pagine, N.d.R.].
In questo nostro colloquio, Bianco ci racconta la sua esperienza personale da non vedente, da lui vissuta come una sfida ad esprimere il meglio di se stessi.

In quali circostanze ha perso la vista?
«Ho perso la vista in un incidente automobilistico avvenuto sulle strade di montagna dell’Alto Adige il 28 marzo 1991. Mi è venuto addosso un camion e la mia utilitaria è stata scaraventata contro un platano che si trovava sul bordo della strada. Subito la situazione è apparsa gravissima. Sono stato portato all’Ospedale di Bolzano e poco dopo inviato a quello di Verona. Le possibilità che potessi sopravvivere erano veramente minime. Sono stato venti giorni in coma, ho subito una dozzina di operazioni e sono rimasto ricoverato due mesi all’Ospedale di Verona e due a quello di Bolzano. Ho fatto tantissima fisioterapia e ho recuperato abbastanza bene la condizione fisica. Solamente la vista era irrimediabilmente compromessa. Sono stato anche a Boston a fare una visita, dove si trovava la struttura più all’avanguardia in questo campo, ma anche qui la risposta è stata negativa.
Ovviamente mi trovavo un po’ a disagio in questa nuova condizione, ma è stato sorprendente, guardando la vicenda a posteriori, che non sia mai stato preso da disperazione. Non so dirne la ragione. Sicuramente l’affetto dei familiari, della mia fidanzata Lara (che poi è diventata mia moglie e madre dei nostri quattro figli) e il mio carattere forte hanno contribuito».

Andrea Bianco, "Ecce Homo" (opera in ceramica refrattaria)

Andrea Bianco, “Ecce Homo” (opera in ceramica refrattaria)

Può aiutare la Fede in queste circostanze?
«Prima dell’incidente non ero credente. Ero cristiano, almeno “pro forma”; avevo fatto la Prima Comunione, ma la pratica dei Sacramenti l’avevo abbandonata da anni. Sinceramente non mi ponevo la questione di Dio. Se esisteva bene, altrimenti la cosa non mi riguardava. Ritenevo di avere già tutto ciò di cui avevo bisogno e quindi non ne sentivo la necessità. Ritengo che l’incidente sia stato un atto di misericordia del Signore. Chissà quante volte aveva bussato al mio cuore, ma non avevo voluto sentire. A un certo momento, per il bene della mia anima, il Signore ha permesso che ci sbattessi il naso. A questo ragionamento sono arrivato dopo avere compiuto un cammino spirituale. Quindi, credo che la Fede aiuti a leggere la propria vita, gli avvenimenti passati e le circostanze attuali in un’ottica nuova. Alla luce della Fede, si ha la capacità di vedere le sofferenze, sia quelle piccole che quelle veramente pesanti, non come una “rogna” o come un peso che ti schiacciano, ma come una croce che, unita a quella di Cristo e offerta al Padre, ci aiuta a procedere sul cammino di santità».

Come ha sviluppato la sua abilità di scultore?
«Sin da ragazzino c’era l’indole artistica. Purtroppo ho dovuto per anni metterla nel cassetto, perché all’epoca, nella mia città, non esisteva il liceo artistico. Quando poi all’età di 40 anni ho scoperto che anche le persone non vedenti possono lavorare la creta, ho capito che quella poteva essere la strada per esprimere la mia propensione.
Dopo avere frequentato alcuni corsi base, sono andato a Pietrasanta, in Toscana, allo Studio Ceramiche Francesconi e ho imparato varie tecniche. Ancora oggi ci vado più volte all’anno per continuare ad apprendere. Credo infatti che non si finisca mai di imparare. In seguito ho fatto un passo ulteriore e ho iniziato l’avventura con il marmo. Ho partecipato a due simposi a Carrara presso la Ditta Pemart e a due esperienze formative alla scuola professionale di Lasa, in Alto Adige, dove si estrae un marmo bianchissimo, ma durissimo. L’ultimo passo, per il momento, è stato quello di riprendere in mano il mio vecchio amore: la scultura del legno. Dico così, perché l’ho sempre cullata nel cuore, ma non ho mai avuto occasione di impararla.
Dopo un lungo percorso di ricerca – perché nessuno si fidava a insegnare a scolpire a un non vedente – ho trovato un giovane studente della Facoltà di Design che si è messo in gioco. Si chiama Nicola Hornaecker ed è di Monaco di Baviera. Mi ha detto: “La tecnica e lo stile si apprendono col tempo. Quello che voglio insegnarti per primo è a scolpire in sicurezza”. In effetti ci vuole una buona dose di prudenza per lavorare tranquilli con sgorbie affilate, scalpelli, seghe e raspe. Ora la nostra formazione sta andando avanti da oltre due anni e ci troviamo due o tre volte in settimana.
Non mi sono mai messo limiti sui soggetti da rappresentare e sulle tecniche da utilizzare, per non precludermi in partenza nuove vie di apprendimento. Ovviamente non prendo in considerazione ciò che ritengo immorale o che non mi aiuta a crescere».

Andrea Bianco, "Geco" (legno di tiglio)

Andrea Bianco, “Geco” (legno di tiglio)

Com’è nata l’idea di un corso per scultori non vedenti?
«È nata da una necessità. Fino ad ora un non vedente che desiderava intraprendere la strada della scultura doveva essere autodidatta o frequentare corsi normali, rimanendo sempre un passo indietro. Sì, perché solitamente si insegna basandosi sulla vista, mentre i non vedenti utilizzano solamente tatto e udito. Prima di andare avanti con gli sviluppi dell’idea del corso, voglio sottolineare che il tatto non è alternativo alla vista, ma è integrativo. Anche le persone vedenti dovrebbero imparare ad usarlo. Siccome l’85% degli stimoli arriva al cervello attraverso gli occhi, ci si accontenta. Ma è diverso: col tatto si possono rilevare difetti che la vista non coglie, per non parlare delle sensazioni che si provano nel toccare un lavoro scultoreo.
Bene… c’era dunque bisogno di una formazione ad hoc per non vedenti che considerasse le loro difficoltà e desse la risposta adeguata. Grazie alla testata “ZENIT”, tre anni fa ho scoperto che era nata la Sacred Art School a Firenze. Ho subito scritto al direttore sottoponendogli la questione e aggiungendo i miei recapiti. Sinceramente mi aspettavo la solita risposta pro forma. Invece no. Il dottor Giorgio Fozzati mi ha sorpreso telefonandomi ed esprimendo il suo interesse. Mi ha solo pregato di avere pazienza, perché avevano appena iniziato e dovevano ancora organizzarsi. Dopo due anni l’ho richiamato e ci siamo incontrati. Era entusiasta all’idea e mi ha chiesto di elaborare una lista di accorgimenti, per trasformare un corso normale in un corso per non vedenti. Assieme ad altre tre persone, ho scritto allora ventotto punti che riguardavano la sicurezza, l’accessibilità, l’attrezzatura, gli alloggi, gli spostamenti.
Nel mese di febbraio di quest’anno, grazie all’intenso lavoro del team della Scuola, il primo corso internazionale per scultori non vedenti era pronto. La risposta è stata veramente veloce e sorprendente. Nell’arco di un mese, c’erano già tutti i partecipanti.
Particolare è il fatto che – oltre all’aspetto scultoreo – in questo corso viene considerata la persona in tutti i suoi aspetti. Ci sono le visite tattili a due musei, un incontro con una studiosa della Sacra Sindone, la possibilità di curare le pratiche religiose, la possibilità di assistere a un concerto di archi e anche l’opportunità di gustare le pietanze locali nelle varie trattorie. A settembre, come ciliegina sulla torta, le opere realizzate verranno portate all’Expo di Milano».

Andrea Bianco, "Ballerina di flamenco" (ceramica rossa)

Andrea Bianco, “Ballerina di flamenco” (ceramica rossa)

Quale incoraggiamento darebbe a chi è non vedente o ipovedente, ma che non ha avuto un talento artistico come il suo?
«A tutti suggerisco di utilizzare nella vita le due carte vincenti: volontà ed entusiasmo. Quando tengo le conferenze nelle scuole e nei vari istituti, spiego che queste due armi servono per raggiungere anche risultati insperati. Qualsiasi cosa tu faccia, falla con entusiasmo e volontà. Sia che tu lavori, che tu stia facendo sport, che stia giocando, che stia studiando…
Riallacciandomi a un libro dello scrittore Alessandro D’Avenia, dove si dice che un popolo senza sogni è un popolo morto, dico che un uomo senza sogni è una persona morta. Non vive, ma vivacchia. Per questo invito sia i giovani che gli adulti, sia le persone invalide che quelle sane ad impegnarsi per realizzarli. Se io non avessi fatto così non sarei qui a rispondere a queste domande.
In ogni caso penso fermamente che non esista persona che non abbia un talento da esprimere. Qualcuno mi dice: “Io non so né dipingere, né disegnare, né scolpire…”. Impegnati! Provaci! Non posso assolutamente credere che qualcuno non sappia trovare la via per esprimere i propri sentimenti. Secondo me, l’arte è proprio un mezzo straordinario per trasmettere sensazioni, sentimenti, sogni, idee e la propria preghiera. Si deve, in qualche modo, cercare di instaurare un dialogo tra l’artista e il visitatore attraverso l’opera stessa. Ci sarà chi è più o meno portato, ma a nessuno è preclusa questa via fantastica».

Questa è un’epoca in cui si parla molto di disuguaglianza e discriminazioni: ritiene che una persona con una disabilità come la sua sia sufficientemente tutelata dalla società?
«Premetto che se esprimersi sulle persone è delicato, farlo su chi è nella sofferenza lo è ancora di più, perché la sensibilità è ancora più acuta e quindi ci si deve muovere in punta di piedi.
Ci sono leggi che tutelano le persone con disabilità, ma credo che, purtroppo, ancora oggi, si guardi spesso a loro come a “persone di serie B”. Ancor peggio: spesso sono le stesse persone con disabilità che si ritengono più invalide di ciò che realmente sono. Credo che per aspettarsi un passo ulteriore o un cambiamento di mentalità da parte della società sia necessario che le persone con disabilità vivano in pienezza la loro vita, con gioia e dando il massimo delle proprie capacità. Mi è capitato di imbattermi in due estremi: o ci si piange continuamente addosso o si vuole fare i “supereroi” per un senso di rivalsa nei confronti del mondo. L’atteggiamento che ritengo sia corretto è quello di guardare a ciò che abbiamo e non a ciò che ci manca e di impegnarci per superare i propri limiti, senza negarli, cercando di cogliere tutti gli aspetti belli della vita».

La presente intervista è già apparsa nella testata «ZENIT», con il titolo “Un uomo che non sogna è una persona morta” e viene qui ripresa – con minimi riadattamenti al diverso contenitore – per gentile concessione.

Oltre ai due nostri approfondimenti qui a fianco indicati, suggeriamo anche la lettura di un’altra intervista ad Andrea Bianco, rilasciata alla testata «Franzmagazine». Per ulteriori informazioni e approfondimenti: andrea.bz@alice.it.